L’incisione all’acquaforte intitolata «Logo per gli Amici di Leonardo Sciascia», di cui Agostino Arrivabene ha fatto dono all’Associazione, è comparsa per la prima volta sulla copertina di Colpi di penna, colpi di spada, sesto volume della collana Quaderni Leonardo Sciascia, pubblicato nel 2001 a ottanta anni dalla nascita di Leonardo Sciascia e otto anni dopo la costituzione della Associazione degli Amici di Leonardo Sciascia.
Nella spada, nella penna e nel bulino sono rappresentate le passioni di Sciascia per la scrittura e l’impegno – «Paolo Luigi Courier, vignaiuolo della Turenna e membro della Legion d’onore, sapeva dare colpi di penna che erano come colpi di spada; mi piacerebbe avere il polso di Paolo Luigi per dare qualche buon colpo di penna…» si legge nell’introduzione a Le parrocchie di Regalpetra –, alle quali si affiancava quella per la grafica, in particolare per l’acquaforte.
La spada che trafigge il foglio di carta lega insieme i tre strumenti e le tre iniziali degli Amici di Leonardo Sciascia.
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Presentazione del volume
Colpi di penna, colpi di spada
Una penna, una spada, un bulino. E un foglio di carta.
Meglio un’immagine di mille parole? Forse sì. O forse no. Desidero apporre personale esergo a un volume che – pur nella qualità e nel rigore a cui sin dagli esordi ha cercato di attenersi – consegna a un’acquaforte di Agostino Arrivabene il compito di riaffermare la missione statutaria degli Amici di Leonardo Sciascia, a otto anni dalla sua costituzione nelle sale di quel Fondo Stendhaliano Bucci di Gian Franco Grechi, presso la Biblioteca Comunale di Palazzo Sormani di Milano, così cara al nostro.
I libri, letti e scritti.
L’impegno politico, dichiarato e praticato.
Le arti figurative, con la prediletta gravure.
Certamente anche il teatro, il cinema, la preoccupazione verso la scienza (dalla fisica delle particelle del Majorana all’ingegneria genetica che fa capolino tra le righe de Il cavaliere e la morte) e potremmo andare avanti. Nutritasi nella vita delle conoscenze più diverse, l’eccezione Leonardo Sciascia dall’unicum di pluralità di passioni discende. Di fronte ai rischi di un sapere parcellizzato, egli ha delineato come pochissimi altri la fisionomia di colui che si lascia guidare sempre dalla voce della coscienza, anche a costo di pagarne il fio nella finis terrae dell’“uomo solo”.
L’epigrafe del discorso sciasciano del 1983 per l’anno stendhaliano (che delle Associazioni di Amici tesseva, con dieci anni di anticipo rispetto a quella che lo avrebbe direttamente riguardato, la ragion d’essere) rinveniva nel combinato letteratura, arte e realtà i segni saviniani di una «a noi quasi ignota» civiltà dell’intelligenza.
Oggi ciò assume nel logo dell’associazione l’espressione simbolica del trinomio delle punte, scrittura-impegno-incisione, senza primati né censure, l’unico al quale gli Amici continueranno a restare capricciosamente fedeli: per dare un futuro alla memoria di Leonardo Sciascia nelle opere sin qui realizzate, con fatica e gioia di fare, e in quelle che sono in cantiere.
Con una rinnovata consapevolezza.
Senza il benefico olio dei repetita iuvant non è affatto un dato acquisito che “spuntare” Sciascia equivalga a tradirne la memoria. Ben al di là delle bagattelle di un sodalizio come il nostro, abbiamo sperimentato (quando si dice il “vizio dei fatti”) quanto il retaggio sciasciano “a tre punte” diventi per taluni insopportabile rischio allorché si traggano dalla nera semenza della scrittura tutte le implicazioni, andando oltre lo sfruttamento mercantile-accademico del bene culturale Sciascia. Si aggiunga a questo la difficoltà crescente di praticare, da Amici, un genere di amicizia che non faccia sconti a nessuno, nel nome di un uomo che nella propria vita non ha sacrificato le sue idee a un’amicizia (o forse vogliamo dimenticare la rottura con Guttuso?). Roba da temerari, ricchi di cuore, insomma. Il candore che spingeva nella primavera del 1937 il dimenticato “uomo intero” Sebastiano Timpanaro a confessare al “celeste anarchico” Luigi Bartolini, suo corrispondente: «Molti dicono: la tua amicizia con Bartolini non durerà. S’ingannano: durerà. Ma io resterò io. Ammirerò se ci sarà da ammirare. Criticherò o starò zitto se così mi parrà».
Francesco Izzo