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ARNALDO BRUNI - A PROPOSITO DELLA «SCOMPARSA DI MAJORANA»: PDF Stampa E-mail

IL LIBRO DI SCIASCIA ALLA LUCE DI NUOVE TESTIMONIANZE

Pensai che, approfittandomi della sua morte, io
non solo non frodavo affatto i suoi parenti, ma anzi
venivo  a render loro un bene: per essi, infatti
il morto ero io, non lui, ed essi potevano cre-
derlo scomparso e sperare ancora, sperare di
vederlo un giorno o l’altro ricomparire.
L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal.

 

 

1. Gli studi dedicati alla contemporaneità sono suscettibili di variazioni profonde, in maggiore misura rispetto a quanto capita nelle ricerche applicate alla storia del passato. Risulta difatti più facile in questo caso imbattersi in documenti e testimonianze che, pur non apparendo dirimenti, sono in grado tuttavia di ripresentare problematiche aperte in base a novità impensate. La cosa è tanto più vera quando siano in questione personalità singolari e nodi controversi, in margine ai quali si riaccende, a tempo e luogo, un dibattito suscettibile di sviluppo. Non c’è dubbio che la vicenda di Ettore Majorana, da anni al centro dell’attenzione generale, abbia suscitato molte curiosità e sollevato numerosi interrogativi, anche perché la sua figura è stata assunta a pretesto di un noto pamphlet di Leonardo Sciascia, La scomparsa di Majorana (Torino, Einaudi, 1975). La fitta discussione nata sulla scia dell’opera si è sviluppata nel segno di contrapposizioni vivaci che hanno coinvolto fisici e letterati, alimentando dunque la diversità di approccio tipiche delle due culture in dialettico conflitto. Senza dubbio la tesi estrema dello scrittore, assertore di una preveggenza dello scienziato siciliano in grado di antivedere lo scenario apocalittico della bomba atomica come inevitabile approdo degli studi di fisica in corso, deriva da una presa di posizione militante, del resto apertamente dichiarata. L’atto di accusa contro l’energia atomica e la guerra distruttiva da quella derivata si trasformano nelle pagine di Sciascia in un’allocuzione contro gli scienziati, colpevoli negli anni quaranta di una sudditanza al potere della casta militare che aveva voluto negli USA il «Manhattan Project» (1942) prima, la costruzione e l’impiego della bomba atomica poi. Dalla rivisitazione di Sciascia esce incoronata da un’aura di mito la figura di Majorana, l’unico a intuire il disastroso esito imminente e per questo  indotto a sottrarsi alla scienza, attraverso la messa in scena di una scomparsa improvvisa, optando in realtà, insinua Sciascia, per una vita di penitenza in un convento di clausura. È capitato al sottoscritto di esprimersi in passato sulla vicenda, sicché è lecito rinviare gli eventuali interessati agli scritti che esaminano l’intera querelle1 .

2. A riproporre energicamente la questione interviene ora un libro importante di Giorgio Dragoni, ricco di documenti inediti e di contributi stimolanti2
.  Si tratta di un volume di complessa struttura, non solo per il carattere strettamente tecnico che distingue la sua partizione interna, come del resto appare dalle sezioni principali registrate  dall’Indice: Prolusioni, Premesse, Indirizzi di Saluto della famiglia Majorana, Note biografiche, Contributi interpretativi, La corrispondenza scientifica tra Ettore e Quirino Majorana (Documenti originali manoscritti), Documenti originali a stampa, Nota bibliografica, Ringraziamenti.
Di questa varia e sfaccettata offerta è inevitabile che il lettore catecumeno, che professa cioè non fisica ma letteratura come chi qui si firma, debba isolare la sezione propriamente storica, postillando in margine i termini del luogo a contendere, riepilogati dal curatore in un ventaglio di congetture  aperte. Prima di procedere, conviene però dare conto delle novità documentarie. Il cuore del volume è costituito dalla pubblicazione di 34 lettere e una cartolina postale, per via di riproduzione fotografica e di trascrizione dovuta a Martina Lodi, scritte da Ettore allo zio Quirino Majorana. A questo prezioso materiale, in larga parte inedito (solo una decina di lettere erano state fatte conoscere da Erasmo Recami)3
  vanno aggiunte 2 lettere e uno stralcio di lettera di Quirino a Ettore: si  compone così una tipologia che consente di parlare di ‘epistolario’, sia pure con i distinguo indotti dallo squilibrio quantitativo della documentazione prodotta. Il Fondo è stato donato dalla famiglia Majorana, in particolare per interessamento della figlia di Quirino, Silvia Majorana Toniolo, al Museo di Fisica dell’Università di Bologna. Il lascito si giustifica in base alla lunga attività di Quirino che dal 1921 al 1954 insegnò a Bologna Fisica sperimentale, come  successore di Augusto Righi, divenendo per riconoscimento generale, nientemeno che «il più grande esperto di radiotelecomunicazioni che l’Italia abbia avuto dopo G. Marconi» (32).  Il fitto dialogo intercorso fra Quirino e il nipote acquista interesse e stimolo attivo per la distinta specializzazione dei due epistolografi: Quirino professò per tutta la vita fisica sperimentale, osteggiando la teoria di Einstein proprio perché enunciata senza supporti sperimentali, pur senza riuscire a provarne l’infondatezza e anzi dovendo ammettere che le risultanze recenti sembravano confermarla (25, 28 e 31); Ettore invece è celebre per una genialità di teorico, subito divenuta leggendaria nell’ambiente degli addetti ai lavori, fra i compagni del gruppo di via Panisperna, e nell’ambito della comunità scientifica. La complementarità delle specializzazioni dei due interlocutori rende stimolante il loro dialogo e fruttuosa la loro collaborazione. Ne dà largo conto Dragoni, alle cui considerazioni è necessario rinviare il lettore interessato, non senza avere registrato che la novità indotta dalla corrispondenza consente di attribuire «tutto un capitolo all’interno dell’articolo di Quirino del 1938 [Teoria Termica della ‘Fotoresistenza Metallica’, in «Rendiconti dell’Accademia dei Lincei», 28, 1938, 177-182] che è in realtà completamente scritto ed elaborato da Ettore»  (55). Di più, «tutta un’intera Conferenza di Quirino in occasione del secondo centenario (1937) della nascita di Luigi Galvani [Agli albori dell’Elettricità: Galvani e la Scienza Moderna, in «Sapere», 31, 1937, 261-266]», «tradizionalmente attribuita, e oggettivamente a firma di Quirino Majorana», «in realtà, sembra essere stata scritta interamente da Ettore» (ivi e 354). Di questi aspetti e di altri dati specialistici si avvantaggerà senza dubbio l’addetto ai lavori interessato alla storia della fisica o alla prosecuzione delle ricerche avviate, come già dimostrano almeno due scritti raccolti qui fra i «Contributi interpretativi»: Loris Ferrari, Il «nuovo» effetto fotoelettrico di Quirino Majorana (75-81); Attilio Forino, Procedure di calcolo «alla Ettore Majorana» per la derivazione delle formule matematiche sperimentate da Quirino  Majorana (83-88).

3. Distinto invece, di necessità, è il compito del sottoscritto, obbligato dalla sua incompetenza scientifica a concentrarsi sulla ricostruzione storica proposta da Giorgio Dragoni: non senza imbarazzo, perché le nozioni specifiche non possono essere considerate nomenclatura estranea alla problematica in parola. D’altra parte, è anche vero che ogni tentativo di generale riesame, pure condotto dalla specola tecnica, deve obbedire alle procedure metodologiche tipiche dell’approccio storico. Sicché, non essendo alle viste la possibilità di cumulare in modo soddisfacente la doppia specializzazione, è inevitabile che il discorso sia demandato a un rispettoso dialogo a distanza, nell’intento di comprendere le ragioni altrui, per confermarle, nel caso, per la sezione controllabile da ambedue gli interlocutori; o, diversamente, per contestarne le conclusioni opinabili.
Così stando le cose, conviene in primo luogo dare conto della disamina di Dragoni che censisce accuratamente le ipotesi avanzate, relativamente alla scomparsa di Majorana, assumendo, come si deve, una presa di posizione esplicita, data probabilisticamente per l’assenza di prove dirimenti e tuttavia privilegiata senza infingimenti: «È quasi certo, invece, che Ettore Majorana abbia compreso e intravisto in anticipo quello che sarebbe successo a proposito dell’energia nucleare, a differenza di quanto avvenne ai suoi Amici»  (62). La conclusione, si deve osservare subito, contraddice le opinioni di un altro illustre fisico, Erasmo Recami, peraltro biografo di Majorana, che già conosceva, almeno in parte, il carteggio in parola: «A noi, infine, non risulta che Majorana poi si sia dato davvero a vita religiosa. […] L’umana vicenda di Ettore Majorana è stata da altri legata al ‘rifiuto delle armi nucleari’. Come si è visto, di tale legame non abbiamo riscontrato evidenze».4
  La tesi è stata controfirmata da un’altra esperta di fisica, Luisa Bonolis: «Nulla indica che Majorana fosse ossessionato da una sorta di mito di Frankestein della ‘scienza distruttiva’ come quello delineato da Sciascia, né vi è alcuna prova che meditasse sulle prospettive della fisica nucleare».5
Poiché queste inequivocabili considerazioni sono sottaciute e rimosse, è inevitabile soppesare attentamente le motivazioni addotte in premessa. In apertura, Dragoni propone il censimento delle possibilità addotte per spiegare la scomparsa misteriosa di Majorana, riducendole a tre: «La prima di origine ‘endogena’» fa riferimento «a ragioni di salute, a una malattia» insomma che avrebbe favorito varie possibili soluzioni, dal «suicidio», alla «fuga dal mondo», con possibili varianti nel finale: dal suicidio al rifugio in un convento di clausura (57-58). «La seconda, per così dire, di origine ‘esogena’» fa perno sulla fama di Majorana, dimostrata dal suo rifiuto di varie cattedre all’estero negli Stati Uniti e nell’Urss: «qualche potente nazione […] avrebbe organizzato, complici eventualmente componenti della mafia, un rapimento, che poteva essersi concluso in un omicidio, o, addirittura, in un assassinio premeditato». «Una terza categoria generale può essere ricondotta al caso di una sua scelta volontaria o ad una sua libera scelta», dettata da «motivi individuali e personali […] o a ragioni di tipo sociale, politico. Si è parlato di una sua precisa scelta di campo a favore della Germania hitleriana […] O, in particolare, di una sua fuga all’estero, in Argentina» (58).
L’allineamento in serie delle congetture esclude, pare di capire, una preferenza specifica di Dragoni: da parte nostra si deve osservare che il grado di attendibilità non è paritario. In particolare, la terza congettura, la scelta volontaria di lavorare per la Germania, è fondata sulle simpatie naziste e fasciste di Majorana: autentiche ma abbastanza esili per sostenere una scelta di vita così impegnativa. Sicché l’idea sembra essere stata ricavata per analogia, a parte l’inevitabile esito infausto, dal caso di segno opposto di Bruno Pontecorvo, fuggito volontariamente in Urss nel 1950 per mettere la sua scienza al servizio di quel paese. La fuga in Argentina è stata ragionata come possibile da Erasmo Recami e si giova di varie testimonianze orali, tutte però inaffidabili perché perlopiù posteriori al romanzo di Sciascia e perché hanno sollecitato ricerche, compiute dallo stesso Recami, risultate alla fine senza esito.6
  Fra l’altro, questa lettura  pretermette ogni collegamento con la storia esistenziale di Majorana, prima della scomparsa sofferente di gastrite e di conseguenza in preda a una depressione attestata da numerose e concordi testimonianze. Circostanza questa che rende ardua la possibilità per l’interessato di poter pensare di ricominciare altrove una vita tormentata con uno scatto di azione da parte di chi pareva deciso all’inazione, come risulta da alcuni passi del carteggio qui prodotti di seguito: si deve però ammettere che la considerazione possa essere rovesciata di segno, con minore plausibilità a nostro avviso, ma con indubbia pertinenza sotto il rispetto logico.
     La seconda congettura, quella del rapimento, sembra la più avventurosa perché priva di ogni prova documentaria: non per caso delle tre è quella che ha avuto meno seguaci ed è stata irrisa già da Sciascia: «E su questa strada si può anche arrivare all’amenità della mafia che si dedicasse alla tratta dei fisici come a quella delle bianche».7
  Sorprende piuttosto che qui non si faccia cenno debito, lasciando per un momento da parte le motivazioni,  alla molteplicità delle attestazioni relative al suicidio. A sostegno di questa possibilità, c’è almeno la testimonianza di uno scienziato importante e serio come Giuseppe Occhialini. Il quale, trovandosi a visitare Majorana alla vigilia della scomparsa, si sentì dire: «Sei arrivato appena in tempo per incontrarmi perché se tu avessi tardato ancora non mi avresti più trovato. Perché ci sono quelli che NE parlano, e ci sono quelli che LO fanno».8  
La dichiarazione consuona per giunta con il tenore delle lettere al direttore dell’Istituto di Fisica sperimentale di Napoli,  Antonio Carrelli, che vanno lette per intero, perché la prima acquista senso dalla replica in smentita.
Il 25 marzo del 1938 Majorana scrive:

Caro Carrelli,
Ho preso una decisione che era ormai inevitabile. Non vi è in essa un solo granello di egoismo, ma mi rendo conto delle noie che la mia improvvisa scomparsa potrà procurare a te e agli studenti. Anche per questo ti prego di perdonarmi, ma sopra tutto per avere deluso tutta la fiducia, la sincera amicizia e la simpatia che mi hai dimostrato in questi mesi. Ti prego anche di ricordarmi a coloro che ho imparato a conoscere e  ad apprezzare nel tuo Istituto particolarmente a Sciuti, dei quali tutti conserverò un caro ricordo almeno fino alle undici di questa sera, e possibilmente anche dopo.9
 

E il 26 marzo, a correzione, del resto già preannunciata da un telegramma:

Caro Carrelli,
Spero ti siano arrivati insieme il telegramma e la lettera. Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani all’albergo Bologna [di Napoli], viaggiando forse con questo stesso foglio. Ho però intenzione di rinunciare all’insegnamento. Non mi prendere per una ragazza ibseniana perché il caso è differente. Sono a tua disposizione per ulteriori dettagli.10


Per altra conferma, si deve ricordare il biglietto lasciato nella camera di albergo intestato «Alla mia famiglia», in data 25 marzo:

 Ho un solo desiderio: che non vi vestiate di nero. Se volete inchinarvi all’uso, portate pure, ma per non più di tre giorni, qualche segno di lutto. Dopo, ricordatemi, se potete, nei vostri cuori e perdonatemi.

Non sfuggirà, credo, la difficoltà dello snodo interpretativo. I documenti orali e scritti propongono un orientamento univoco, peraltro coerente con il precedente stato di sofferenza e con l’isolamento personale di Majorana: tuttavia l’ipotesi non può essere trasformata in certezza per l’assenza della prova regina (il ritrovamento del corpo), in primo luogo, per scelte pratiche in contrasto in linea subordinata. È sicuro, ad esempio, che Majorana ebbe a ritirare nell’imminenza della data fatidica i mesi di arretrato del suo stipendio, una cifra ragguardevole calcolata in 10.000 dollari:11
  gesto questo che non sembra preludere a una decisione estrema, anche perché Majorana scomparve munito di passaporto. Una testimonianza del superiore della Chiesa detta del Gesù Nuovo di Napoli inoltre, in apparenza fededegna e raccolta secondo i familiari dopo la data della sparizione di Ettore, registra la sua richiesta «di essere ospitato in un ritiro per fare esperimento di vita religiosa».12   In sostanza, si deve dire che la contraddittorietà delle prove risulta insuperabile e non consente di privilegiare in modo perentorio le ipotesi controllabili o a disposizione. La meccanica dei fatti porta a sospettare, alla fine, che per l’appunto questo fosse l’intento di Majorana: rendere incerta la scelta del suicidio, intendendo accreditare di fronte ai familiari e agli amici un vero e proprio enigma, comunque preferibile rispetto all’atroce certezza dell’evento. Interpretando la vicenda in questa chiave, si deve dire che il piano, se questo era davvero il proposito dello scienziato, ha funzionato egregiamente per tutta la durata della vita della madre, sempre persuasa di un prossimo ritorno del figlio, e oltre, giungendo intatto fino ai nostri giorni.

4. A Dragoni però interessa, si comprende dal seguito, più che l’insondabile mistero della fine la spiegazione a monte: il perché del gesto, insomma, anche se qualche cenno di carattere privato nella lettera a Carrelli («Ho però intenzione di rinunciare all’insegnamento») lascia supporre che ad affliggere Majorana fossero allora problemi esistenziali piuttosto che questioni scientifiche. Allo scopo egli riprende e perfeziona l’argomentazione tecnica di Sciascia, proponendo nel contempo una quinta letteraria inedita. Il punto di partenza obbligato è costituito dalla interpretazione, diversa e isolata ma veritiera, che la scienziata tedesca Ida Tacke Noddack diede degli esperimenti del gruppo di Fermi del 1934, ravvisandovi «un processo di scissione (fissione) del nucleo dell’uranio in varie parti, per bombardamento neutronico del nucleo»  (62). Incompreso da tutti gli altri, il rilievo della Noddack sarebbe stato colto invece da Majorana che «da esperto della teoria dei nuclei, poteva aver interpretato la materia nucleare come un liquido, in analogia al modello ‘a goccia’ di Gamow»  (ivi). A trasformare l’intuizione nel timore di un’apocalisse avrebbe poi contribuito, ipotizza Dragoni, un riflesso conoscitivo ricavato da preoccupazioni correnti nella letteratura fantascientifica di poco precedente. In particolare, Dragoni concentra la sua attenzione su un romanzo di Herbert George Wells, La liberazione del Mondo, uscito nel 1914 e subito tradotto dall’inglese in varie lingue. Nel libro «si immagina che già nel 1933 si fosse arrivati alla scoperta della fissione nucleare, che nel 1953 si fossero attivate le prime centrali atomiche e nel 1957 fosse scoppiata una guerra nucleare che avrebbe distrutto le principali città del mondo, portando, dopo un cataclisma terrificante, che azzerò in tutti gli uomini il solo pensiero della guerra, ad un ordine sociale e ad un governo mondiale, democratico e pacifico e ad una umanità nuova” (59). La prospettiva apocalittica venne poi ripresa in The Doomsday Men di John Bloynton Priestley, uscito nel 1937, «in cui si parla esplicitamente della realizzazione di un’arma ‘fine del mondo’», capace di distruggere «tutta la vita sulla superficie terrestre […] mediante bombardamento da un ipotetico elemento chimico paulium di alto numero atomico» (60). Si chiede curiosamente a questo punto Dragoni, come se Majorana, in grado di intendere subito la rilevanza scientifica del fenomeno, avesse poi necessità dei suggerimenti della fantascienza per comprenderne le conseguenze distruttive: «È possibile che Ettore Majorana abbia letto queste pagine? Temporalmente sì» (ivi).
 Si può rammentare a questo punto che, a proposito di interferenze incrociate, è stato un cultore di geometria algebrica come Francesco Severi a sostenere che la teoria della relatività «trasferì nel dominio fisico-matematico, con assoluta indipendenza di pensiero, astrazioni filosofiche (come quella del cronotopo di Gioberti, 1857) e fantasie romantiche e poetiche (come quelle di Wells, 1894), le quali per prime considerarono il tempo quale dimensione analoga bensì alle tre dimensioni dello spazio, diversa soltanto nel suo contenuto psicologico».13
  Rimanendo nella sfera della letteratura, si deve precisare che non è necessario fare ricorso a romanzi eccentrici perché già nella Coscienza di Zeno (1923) di Italo Svevo il richiamo a un’arma distruttiva di potenza superiore figura proprio in chiusura:

Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto  come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra  ritornata alla forma  di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.14

A questo punto però l’interrogativo è semmai un altro: davvero uno scienziato del calibro di Majorana avrebbe avuto bisogno di suggerimenti così espliciti e diretti? A noi pare che, stando anche alle predilezioni letterarie sicure di Majorana stranamente trascurate da Dragoni, ce n’era a sufficienza per immaginare un futuro denso di incognite e di presagi paurosi. Shakespeare, Pirandello, Il mondo nuovo  di Aldous Huxley sono letture ben inquietanti, tali da suggerire in quel contesto storico, segnato dal trauma della Grande guerra e dal presentimento di una prossima ventura, una sensazione di paura e di turbamento in una coscienza inquieta.15  
Il punto però, a mio avviso, non sta qui. È necessario piuttosto tornare sul problema tecnico che risulta meno lineare e scontato di quanto non possa parere, a norma dello spaccato proposto. L’ipotesi di lavoro coltivata da Dragoni, già presente in Sciascia e ribadita da Lia Ritter Santini,16
si può ridurre a una definizione elementare: se Ida Tacke Noddack intuì la verità riguardo alla fissione nucleare, a maggior ragione avrebbe potuto intenderla Majorana. Ora, data e non concessa la bontà del sillogismo, si deve considerare di necessità il salto enorme (suggeriscono gli esperti) nel trasferire il dato di laboratorio (software) a una capacità operativa concreta per giungere alla costruzione di una pila atomica prima, di una bomba poi (hardware). Non per niente, ancora nel 1939 (dunque a scissione atomica consapevolmente realizzata da un anno) un gigante della fisica come Bohr era portato a escludere, sia pure dopo molte incertezze, la possibilità di «realizzare la reazione a catena».17 Tale possibilità contrastava infatti con l’abito mentale, teoricamente impostato, di fisici di tale qualità. Non a caso la preveggenza, stando a Pais, si deve semmai a Enrico Fermi alla fine del 1938 o ai primi del 1939, con un ribaltamento fattuale della tesi di Sciascia e, si deve aggiungere ora, di Dragoni. All’intuizione Fermi sarebbe arrivato in virtù di una formazione singolare, destinata peraltro a scomparire con lui, perché egli riuniva nell’alveo della sua esperienza le diverse competenze del fisico teorico e dello scienziato sperimentale: di qui la capacità di presagire le linee del progetto di ricerca, condotto a termine di lì a poco.
       A conferma dell’estraneità dello stesso Majorana dalla logica delle previsioni catastrofiche, è opportuno considerare poi un documento di estremo interesse, un’annotazione dello scienziato che figura tra i materiali preparatori della sua prolusione, dunque vergato a pochi mesi dalla data della sua scomparsa:

La fisica atomica, di cui dovremo principalmente occuparci, nonostante le sue numerose e importanti applicazioni pratiche – e quelle di portata più vasta e forse rivoluzionaria che l’avvenire potrà riservarci -, rimane anzitutto una scienza di enorme interesse speculativo, per la profondità della sua indagine che va veramente fino all’ultima radice dei fatti naturali. Mi sia perciò consentito di accennare in primo luogo, senza alcun riferimento a speciali categorie di fatti sperimentali e senza l’aiuto del formalismo matematico, ai caratteri generali della concezione della natura che è accettata nella nuova fisica.18


Il passo non rivela  timore alcuno, sembra di poter dire con certezza,  per pericoli o rischi incombenti. Di più, Majorana pare essere attratto dalla dimensione «speculativa»  della nuova disciplina, il che preordina un’ottica alternativa rispetto alle paventate conseguenze pratiche.
Non si può tacere ancora, a questo punto, una questione di ordine ideologico, collegata per antifrasi alla scelta propositiva di chi aderì infine senza riluttanza al «Manhattan Project». Quella difficile decisione era fondata, come risulta da numerose conferme, da una previsione declinata alla luce di un presupposto politico inquietante: il rischio cioè  che Hitler riuscisse a costruire la bomba prima delle potenze alleate. Ora, circa questa dirimente professione ideologica, riguardante un potere assoluto intenzionato a usare la nuova arma a scopo di dominio politico e razziale, quale fu l’atteggiamento di Majorana? Gli sforzi (ma si dovrebbe dire le sollecitazioni) di Sciascia per neutralizzare una documentazione scomoda e non favorevole sono poco convincenti e una revisione disincantata permette di ricavane constatazioni diverse. Le quali sono destinate a interferire perché il timore di un uso, e di un uso di parte, della bomba (di quale parte è facile intendere, almeno in sede di pronostico), è destinato ad alimentare l’intensità del rischio potenziale. Ebbene, è un fatto che le analisi sociali di Majorana, ricostruibili in base alle lettere, risultino meno lungimiranti dei suoi calcoli matematici e delle sue teorie fisiche. Il che è cosa naturale e comprensibile, assumendo tuttavia il presupposto con qualche cautela di circostanza. Non si intende difatti attribuire un valore assoluto e improprio alla posizione politica dello scienziato, visto che allora la tendenza a identificarsi con la dittatura era predominante e quasi assoluta in Italia: basti pensare, per stare a un caso oggettivo, che su oltre 1200 ordinari solo una pattuglia di pochi coraggiosi, fra cui il chimico Giorgio Errera e il fisico matematico Vito Volterra, seppe rinunciare alla cattedra, rifiutando nel 1931 il giuramento di fedeltà al regime.19
A tal proposito, non pare persuasiva la difesa a spada tratta di Majorana politico condotta da Luisa Bonolis: «Ecco la bassa mistificazione di un Majorana ammiratore di Hitler e antisemita, forse il capitolo più falso e spregevole dello scandalismo sul personaggio».20
       Rileggendo i testi, riesce difficile in realtà escludere una dimensione giustificazionistica dalla lettera a Segrè (22 maggio 1933), nella quale il fisico siciliano non si indigna per quello che egli chiama «l’intervento chirurgico»  nei confronti degli appartenenti al ‘popolo eletto’.21
  Di più, egli non manca di prendersela con «il nazionalismo ebraico», giungendo all’errata conclusione di «guardare all’avvenire degli ebrei tedeschi con un certo grado di ottimismo». Considerazione questa che permette di rilevare, a scelta, o una scarsa lungimiranza dovuta a una valutazione impropria, nel caso che il giudizio sia per intero fededegno; oppure un difetto di delicatezza non meno grave sotto il rispetto ideologico, anche a voler dare credito a tutti i costi all’ipotesi più benevola in materie che non ammettono leggerezze: cioè la volontà di vendicarsi di Segrè per qualche torto subìto, a causa dunque di «risentimento personale».22   Il presunto fraintedimento di Segrè, su cui insiste la Bonolis, se anche fosse tale,  deriva pour cause dalla sua condizione di ebreo che si sente spiattellare da un amico, senza presa di distanza esplicita, un cavallo di battaglia della propaganda nazista allora in via di espansione.23   Del resto in altra lettera di poco precedente, Majorana dimostra di accettare senza scandalo le epurazioni dei perseguitati:

In realtà non solo gli ebrei, ma anche i comunisti e in genere gli avversari del regime vengono in gran numero eliminati dalla vita sociale. Nel complesso l’opera del governo risponde a una necessità storica: far posto alla nuova generazione che rischia di essere soffocata dalla stasi economica.24


Il fatto che sia qui in parola una messa al bando sociale, non una soppressione fisica, rende comunque allarmante una terminologia in linea con la politica di epurazione in atto. La condanna della «sciocca ideologia della razza»25
, apertamente enunciata da Majorana, sembra essere ammessa come inevitabile e funzionale nella situazione storica data. Un altro spunto congruente si riconosce in una missiva di cinque anni più tardi: «Ho una stanza discreta; oggi me ne daranno una migliore su via Depretis, da cui potrò vedere fra tre mesi il passaggio di Hitler».26 Se questa battuta non è certo sufficiente per definire Majorana un filonazista, basta tuttavia per lasciar intendere che dal dittatore egli non fosse quantomeno scandalizzato o spaventato, perfino nel 1938.
Ancora più scoperto appare il suo atteggiamento nei confronti del fascismo, così descritto dalla minuziosa inchiesta di Recami: nell’atto di prendere servizio presso l’Università di Napoli lo scienziato «1) produsse un certificato attestante la sua iscrizione al Partito nazionale fascista a far data dal 31 luglio 1933; 2) allegò al foglio matricolare, per l’immissione in ruolo come professore ordinario, l’unica sua fotografia in cui egli appare con il ‘distintivo’ [del Pnf]; 3) in data 19 gennaio 1938 prestò giuramento di fedeltà al Re e al regime».27

    Infine, a complemento, si deve considerare che nelle lettere a Gentile (a partire dal 1929) e allo zio Quirino (a partire dal 1931), Ettore non ha mai annotato al termine della data l’anno dell’«Era fascista»; «ma dal novembre del 1937 – mese della sua nomina a Ordinario – in quelle sue lettere ecco spuntare il ‘XVI’».28
  Del resto, di un suo coinvolgimento anche ideologico nel clima del regime può essere spia, pur dovendo fare la tara alla retorica di occasione in un contesto ufficiale, la sua pronuncia sulla «scuola e sulla scienza italiane, oggi in così fortunata ascesa verso la riconquista dell’antico primato», nel mentre provvede a ringraziare il Ministro «per l’alta distinzione concessagli»29 con la nomina a professore per meriti scientifici.
    Tirando le fila della varia casistica, sembra di poter arguire dunque che nessun timore preliminare, per un’ideologia determinata a usare con finalità improprie le novità dell’atomo, possa essere addotto a giustificazione dell’eventuale scelta di rifiuto della scienza. Il che non elimina certo la possibilità della percezione del pericolo a futura memoria, ma ne disinnesca nell’immediato, per così dire, il congegno dell’urgenza, riducendo quantomeno il margine di rischio per una pericolosità di parte.
    Di là dalle minuzie dell’analisi, sembrano questi i nodi problematici da sciogliere, volendo procedere nella complicata querelle. Sorprende e stupisce perciò che Dragoni ignori o rimuova una problematica certo pertrattata,  comunque rimasta aperta.

5. La rivisitazione del tema impone una postilla finale ancora nei paraggi. In una recente biografia dedicata a Giovannino Gentile, Paolo Simoncelli trova modo di sparare ad alzo zero contro il libro di Sciascia, in termini violenti e aggressivi come risulta dal titolo di un capitolo specifico (Quarant’anni dopo: passione ideologica e sconsideratezza logica di Sciascia) e dall’esposizione successiva.30
Sia chiaro: non c’è dubbio che i nuovi documenti che Simoncelli ha il merito di allegare o di tornare a frequentare (in alcuni casi erano già stati svelati da Recami) dimostrino la completa infondatezza della tesi di Sciascia a proposito del concorso del 1937, che comportò la nomina di Majorana a professore, e di altre vicende collegate.31 Dispiace però che non si distingua doverosamente fra il compito del romanziere e il mestiere dello storico, articolando l’analisi almeno in due livelli necessariamente diversi. Il libro di Sciascia, che rientra nella fiction del ‘Giallo filosofico’ (così fu presentato su «La Stampa», dove apparve a puntate dal 31 agosto al 7 settembre 1975),  obbedisce a ragioni di militanza personale, intese a colpire, conviene ribadirlo, i rischi dell’atomica e la cecità di una casta incapace o incurante di ravvisare le conseguenze tragiche della propria linea di ricerca. L’opera va letta dunque in questa chiave, scoprendo peraltro la suggestione che il pamphlet continua a esercitare su ogni lettore non prevenuto, in virtù di una asimmettria della letteratura già riconosciuta da De Sanctis e fatta propria da Pirandello: «Un poeta può avere potente virtù estetica ed esser povero d’immaginazione, commettere errori nel disegno o spropositi storici e geografici: questi difetti non toccano l’essenza della poesia».32
      Altra cosa, e qui pare giusto aprire il fuoco della polemica, è l’epitesto pubblico, cioè il lungo duello giornalistico ingaggiato con Amaldi. Nel corso del dibattito, ahimè, Sciascia pretende di avvalorare la propria ipotesi come uno spaccato storicamente fededegno.33
  Di qui le contraddizioni, le omissioni, le inaccettabili sottolineature di parte: chi giudica la dinamica dello sviluppo critico però deve tenere conto del quadro complessivo, attenendosi rigorosamente alla  distinzione e alla misura. Il che non avviene in queste pagine che mirano al travolgimento completo del lavoro di Sciascia, indistintamente considerato, con greve semantica di parte, come frutto di «Ubriacatura ideologica».34
    Ma è opportuno fermarsi qui perché il discorso, già troppo lungo, non risulti esondante. Dalla varia escussione si può ricavare comunque uno spunto ricreativo, che forse rientrava tra i propositi iniziali di Sciascia, rispettoso a suo modo delle passioni letterarie di Majorana, ammiratore, si è visto, dei drammi di Pirandello. Il giudizio sullo scienziato scomparso continua ad apparire incerto e problematico, proprio  come se la sua vicenda umana realizzasse, sotto il rispetto esistenziale, la tessitura dialettica di qualche scena del teatro dello scrittore siciliano. A guardar bene, quindi, il campo ancora aperto delle congetture e l’impossibilità di convenire in una valutazione univoca possono essere commentati da ultimo con la battuta che sigilla Così è (se vi pare), designando il carattere fantasmatico e misterioso della verità:  «Per me, io sono colei che mi si crede».

Note

1 (Torna su)   A. Bruni, La scomparsa di Majorana, in Sciascia, scrittore europeo. Atti del Convegno  internazionale di Ascona, 29 marzo-2 aprile 1993, a cura di M. Picone, P. De Marchi, T. Crivelli, Basel-Boston-Berlin, Birkhäuser Verlag, 1994, pp. 181-207; Id., Rilettura del «Majorana» di Sciascia, in Il piacere di vivere. Leonardo Sciascia e il dilettantismo, a cura di R. Cincotta e M. Carapezza, Milano, Edizioni La Vita Felice, 1998 («Quaderni Leonardo Sciascia», 3), pp. 31-41.
2
(Torna su)     Ettore e Quirino Majorana. Tra fisica teorica e sperimentale in occasione del centenario della fondazione dell’Istituto di Fisica di Bologna, a cura di Giorgio Dragoni, Bologna, Tipografia Monograf, 2008: la pubblicazione con il patrocinio del  Consiglio Nazionale delle Ricerche di Roma e della Società Italiana di Fisica di Bologna (di seguito, i rinvii all’opera con il semplice numero di pagina).
3
(Torna su)     E. Recami, Il caso Majorana con l’epistolario, documenti e testimonianze, Milano, Mondadori, 19912: si cita da questa edizione, non dalla ristampa successiva (Roma, Di Renzo, 2000), riconosciuta come non innovativa dall’autore («Il Sole 24 ore», domenica 11 febbraio 2001); ibidem, 2002. 
4
(Torna su)     E. Recami, Op. cit., pp. 85, 103.
5
(Torna su)     L. Bonolis, Majorana: il genio scomparso, numero speciale di «Le Scienze» edizione italiana di «Scientific American» («I grandi della scienza»), V, 2002, n. 27, p. 97.
6
  (Torna su)    E. Recami, Op. cit., pp. 90-106.
7
  (Torna su)    L. Sciascia, Op. cit., p. 61.
8
  (Torna su)     E. Recami, Op. cit., p. 89.
9
  (Torna su)     Ivi, pp. 168-169.
10
(Torna su)     Ivi, p. 169: qui anche il testo del biglietto che segue.
11
(Torna su)     Ivi, p. 80. Di più richiese al fratello Luciano la parte a lui spettante del conto in banca.
12
(Torna su )    L. Sciascia, Op. cit., p. 62. Un’infermiera avrebbe infine riconosciuto i primi di aprile Majorana a Napoli, sbarcato dunque dal ‘postale’  proveniente da Palermo.
13
  (Torna su)    F. Severi, Aspetti matematici dei legami fra matematica e senso comune, in Cinquant’anni di relatività. 1905-1955. Prefazione di A. Einstein, direttore dell’Opera M. Pantaleo, Firenze, Editrice Universitaria (Edizioni Giuntine), 1955, p. 314. Circa le allusioni, cfr. Della protologia di Vincenzo Gioberti pubblicata per cura di G. Massari, Torino, Botta-Paris, Chamerot, 1857, vol. I, pp. 501-551 (Cronotopo); H. G. Wells, The Time Machine. An invention, London, W. Heinemann, 1895.
14
(Torna su)     I. Svevo, La coscienza di Zeno. Edizione rivista sull’originale a stampa a cura di G. Palmieri. Presentazione di M. Corti, Firenze, Giunti, 1994, p. 419.
15
(Torna su)     La passione letteraria  è segnalata nel Ricordo di Ettore Majorana (1968) di Edoardo Amaldi (in E. Recami, Op. cit., p. 206): «Ettore conosceva e apprezzava in generale i classici e prediligeva Shakespeare e Pirandello». La lettura di Huxley (Brave New World, del 1932, fu tradotto da Mondadori nel 1933) è certificata da L. Bonolis (Op. cit., p. 11) attraverso un ricordo dell’amico Gastone Piqué, anche lui appassionato di teatro che era solito accompagnare Majorana alle «prime in loggione: non ne perdevano una» (ivi, p. 36): inoltre nella seconda lettera a Carrelli, prima citata, viene ricordato Ibsen.
16
(Torna su)     L. Ritter Santini, Uno strappo nel cielo di carta, in L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Torino, Einaudi, 1985, pp. 81-101.
17
(Torna su)     A. Pais, Il danese tranquillo. Niels Bohr, un fisico e il suo tempo: 1885-1962, Torino, Boringhieri, 1993, p. 463. Per quanto segue, ivi, pp. 460-462.
18
(Torna su)     E. Recami, Op. cit., p. 163: il luogo è tratto dagli Appunti per la prolusione datati 13 gennaio 1938.
19
(Torna su)     Cfr. H. Goetz, Il giuramento rifiutato. I docenti universitari e il regime fascista, Firenze, La Nuova Italia, 2000: l’autore discorre propriamente di dodici renitenti (ivi, pp. 49 ss.); G. Boatti, Preferirei di no. Le storie dei dodici professori che si opposero a Mussolini, Torino, Einaudi, 2001. Si tenga presente che i dissidenti furono in realtà almeno quattordici, cfr. S. Fiori, I professori che rifiutarono il giuramento, in «la repubblica», sabato 22 aprile 2000, p. 44, ove si aggiungono all’elenco i nomi di Giuseppe Antonio Borgese e Errico Presutti, professore di Diritto amministrativo e di Diritto costituzionale a Napoli. È necessario precisare però che in alcuni casi la finta obbedienza derivava da ragioni tattiche.
20
(Torna su)     L. Bonolis, Op. cit., Presentazione
21
(Torna su)     E. Recami, Op. cit., pp. 142-144: di qui la citazione che segue.
22
(Torna su)     Ivi, p. 72: si rammenti che Segrè si era guadagnato, nel gruppo di Fermi, il nomignolo di «Basilisco».
23
(Torna su)     L. Bonolis, Op. cit., p. 90: «Estraneo a ogni giustificazionismo, il ragionamento di Majorana è piuttosto un tentativo lucido di spiegazione delle origini di un conflitto del quale Hitler si servirà come pretesto per scatenare le sue persecuzioni. Appare pertanto tendenziosa l’interpretazione che volle darne Segrè a tanti anni di distanza». Cfr. in proposito E. Segrè, Autobiografia di un fisico Bologna, Il Mulino, 1995, pp. 173-175; P. Simoncelli, Tra scienza e lettere: Giovannino Gentile (e Cantimori e Majorana). Ricostruzioni e polemiche, Firenze, Le Lettere, 2006, pp. 89-94.
24
(Torna su)     E. Recami, Op. cit., p. 141 (lettera alla madre del 15 maggio 1933).
25
(Torna su)     Ivi, p. 148 (lettera a G. Gentile junior del 7 giugno 1933).
26
(Torna su)     Ivi, p. 167 (lettera alla madre da Napoli del 23 febbraio 1938).
27
(Torna su)     E. Recami, Op. cit., p. 49.
28
(Torna su)     Ivi, p. 86. Tre eccezioni si riconoscono ora nella riproduzione fotografica dell’edizione Dragoni del carteggio con lo zio (ivi, pp. 148, 176, 253) per le lettere del 18 luglio 1935 («XIII»), del 7 marzo 1936 («XIV») e del 16 novembre 1937 («XVI»). 
29
(Torna su)     Ivi, p. 166 (risposta al Ministro della Educazione Nazionale del 12 gennaio 1938).
30
(Torna su)     P. Simoncelli, Tra scienza e lettere: Giovannino Gentile (e Cantimori e Majorana). Ricostruzioni e polemiche, cit., pp. 119 e ss.
31
(Torna su)     Cfr. la Relazione della Commissione giudicatrice al concorso a professore straordinario alla cattedra di fisica teorica della R. Università di Palermo, in P. Simoncelli, Op. cit., pp. 164-168: si veda poi il cap. 22, Il concorso del 1937 alla cattedra universitaria di fisica teorica (nuovi documenti). Del resto già i materiali figuranti in E. Recami, Op. cit., pp. 174-176, consentivano di smentire la posizione di Sciascia.
32
(Torna su)     F. De Sanctis, La poesia cavalleresca: IV. L’«Orlando innamorato», in Id., Verso il realismo. Prolusioni e lezioni zurighesi sulla poesia cavalleresca, frammenti di estetica, saggi di metodo critico, a cura di N. Borsellino, Torino, Einaudi, 1965, p. 96: il passo è ripreso e citato con consenso da L. Pirandello, L’umorismo. Introduzione di S. Guglielmino, cronologia di S. Costa, Milano, Mondadori, 19986, p. 72. Per un esame stilistico del libro di Sciascia, sia lecito il rinvio al mio studio La scomparsa di Majorana cit., pp. 202-207.
33
(Torna su)     E. Amaldi, L’atomica non l’ha scoperta lui, in «L’Espresso», XXI, 1975, n. 40, pp. 105-11 e p. 157; L. Sciascia, Majorana e l’atomica: Sciascia replica ad Amaldi, in «Paese sera», 3 ottobre 1975; L. Sciascia-E. Amaldi, Duello intorno a una bomba, in «L’Espresso», XXI, 1975, n. 41, pp. 56-60 e p. 140; L. Sciascia, Majorana? Un simbolo altro che oleografia…, in «L’Espresso», XXI, 1975, n. 42, p. 189; E. Amaldi, Perché si uccise Ettore Majorana, in «Corriere della sera», 30 novembre 1975; L. Sciascia, Majorana, l’atomo, il no alla scienza: Sciascia conclude la polemica sullo scienziato scomparso, in «La Stampa», 24 dicembre 1975.
34
(Torna su)     P. Simoncelli, Op. cit, p. 121.

 
Associazione Amici di Leonardo Sciascia