Hermann Grosser - Sciascia e Manzoni: narrazione storica e invenzione

Il 18 ottobre 2017, nell’Aula 113 dell’Università degli Studi di Milano, si è svolta la presentazione del saggio di Andrea Verri Per la giustizia in terra. Leonardo Sciascia, Manzoni, Belli e Verga (prefazione di Ricciarda Ricorda, Art Print, Mira Venezia 2017, pp. 260) in cui l’autore, attraverso una minuziosa e attenta disamina dei testi sciasciani, mette in luce alcuni interessanti aspetti della scrittura e dell’ispirazione dello scrittore siciliano in relazione ai suoi auctores.

A presentare il testo, sottolineandone i principali spunti critici, si sono succeduti Hermann Grosser, docente e saggista, che ha affrontato la questione del rapporto tra Sciascia e Manzoni, e Laura Parola, docente, che ha evidenziato i temi relativi al rapporto tra Sciascia e Verga. Si presenta qui di seguito il testo della relazione di Hermann Grosser.

Sciascia e Manzoni: narrazione storica e invenzione
di
Hermann Grosser

Il contributo principale del libro – ancor più della tesi – sta nella messe di analisi minute, di confronti e triangolazioni fra testi di Sciascia e fra i testi di Sciascia, Manzoni, Verga e Belli. È chiaro che in questa sede sarà impossibile entrare nel merito dei dettagli di tali analisi e dunque, per il rapporto Sciascia / Manzoni, mi soffermerò solo sull’impianto concettuale. Ma bisogna comunque dire che questo saggio fornisce una delle disamine più minuziose del rapporto fra Sciascia e Manzoni sia sul piano tematico che su quello stilistico (ethos, temi cruciali, strutture espositive, linguaggio, per circa 150 pagine). La forma dell’esposizione rende il libro – specie in questa prima parte – non lineare e non sempre di facile lettura, perfino un po’ labirintico nel suo procedere. Ma, in parte, è forse lo scotto da pagare alla minuziosa puntualità dell’analisi.

La tesi centrale, più impegnativa e più originale di questa parte del libro, ma forse del saggio nel suo complesso, riguarda – come vedremo – il ruolo dell’invenzione nell’opera di Sciascia. Per ora non aggiungo altro, ma già nominare il concetto di invenzione rimanda con forza al rapporto profondissimo di Sciascia con Manzoni, in particolare in relazione ai grandi temi e problemi, che accomunano i due scrittori, della ricerca della verità e della giustizia nel mondo, del rapporto storia / invenzione e più in generale del ruolo dell’etica nella concezione della letteratura (e, direi, nel mestiere di scrittore).

Manzoni, come sappiamo, parte da un’idea di letteratura in cui storia e invenzione convivano pacificamente senza farsi concorrenza (con tutta una serie di indicazioni e restrizioni, beninteso) per approdare poi abbastanza precocemente a un completo rifiuto della commistione di storia e invenzione e dello stesso romanzo storico. La rigorosa ricerca della verità storica impone allo scrittore di tenere separati i due aspetti. Aut aut, insomma: romanzo d’invenzione o saggistica storica. Tertium non datur. È questa una della ragioni del lunghissimo silenzio letterario di Manzoni dopo i Promessi sposi.

Anche nell’opera di Sciascia il problema si pone. E si può forse intravedere un percorso per qualche verso simile, da una narrativa realistico-memorialistica a una narrativa di invenzione latamente ispirata a fatti di cronaca e storia, a una progressiva predilezione per l’inchiesta, il racconto-inchiesta con una più stretta adesione alla realtà storica e cronachistica. Ma lo sviluppo non è né lineare né rigoroso, è solo tendenziale; il racconto d’invenzione non è abbandonato (alla fine il Cavaliere e la morte sta lì a dimostrarlo) e in genere il rapporto tra realtà (storia o cronaca) e invenzione – come opportunamente sottolinea Verri – è complesso e intricato, e quasi mai i due elementi appaiono rigorosamente distinti. «L’impulso etico originario della vocazione scrittoria […] porta Sciascia non ad escludere il realismo letterario inteso tradizionalmente, ma ad affiancargli la scrittura documentaria, anche perché nemmeno l’attenzione al documento nel suo caso esclude l’invenzione» (p. 6). A Verri «il rapporto tra realtà e invenzione» appare insomma «più complesso di quanto succeda nella produzione manzoniana, dal momento che nel siciliano convivono invenzione e inchiesta e che, sin dalle Parrocchie di Regalpetra, la produzione sciasciana intrattiene rapporti molto stretti e particolari colla realtà storica contemporanea» (p. 11).

Si veda, a proposito di Morte dell’inquisitore, quanto Verri scrive alle pp. 51-52: la «specie di recupero» che Sciascia vuol tentare a proposito della vicenda di Diego La Matina, già malamente narrata in forma romanzesca e sotto pseudonimo (William Galt) dallo storico Luigi Natoli, sarà fatta eliminando il «romanzesco ciarpame» (come lo definisce Sciascia) presente nel romanzo di Natoli-Galt. Sciascia pare affermare che «in lui lo storico e il romanziere non andranno in conflitto. Tra la via di Natoli-Galt e quella della Storia della colonna infame si situa dunque la strada che inizia a percorrere lo scrittore con Morte dell’inquisitore». Resta da aggiungere che l’espressione «romanzesco ciarpame» direttamente traduce ed esplicita il manzoniano romanesque (romanzesco deteriore). Insomma per molti versi il modello intermedio parrebbe qui ancora quello dei Promessi sposi. Ma io direi che lo spazio narrativo che a quest’altezza cronologica Sciascia sembra individuare, escluso il romanesque, oscilla tra Storia della colonna infame e Promessi sposi.

Non c’è comunque in Sciascia il ripudio del racconto storico; contro l’ultimo Manzoni per Sciascia è lecito mescolare storia e invenzione, anzi – mi pare sostenga Verri – è lecito anche quando i due termini in qualche sia pur minima misura confliggono. Questo accade, in entrambe le due varianti del racconto-romanzesco d’impianto storico e del racconto-inchiesta, in nome di un’idea di letteratura come strumento privilegiato per la comprensione della realtà (storica ma non solo) e la conoscenza di sé e del mondo.

Avviciniamoci ancora un poco alla tesi principale di Verri. Sciascia come Manzoni è animato da un profondo pessimismo storico (mi si consenta la formula semplificatrice), ma se le cose vanno male nel mondo del XX secolo, come andavano in quello del XIX e del XVII secolo, per Manzoni c’è la prospettiva consolatoria e l’illuminazione di un possibile riscatto ultraterreno: c’è insomma Dio, c’è una Provvidenza che, se non agisce nella storia intervenendo a raddrizzare i torti – o lo fa solo eccezionalmente (il miracolistico) – è però una categoria della coscienza, agisce sulle coscienze additando il bene, e nella sofferenza la via per il riscatto (la provvida sventura). (Per tutto ciò fa testo il noto saggio di Raimondi, Il romanzo senza idillio). Per Sciascia no, c’è solo la dimensione terrena, e se le cose vanno male qui, vanno male e basta.

Tuttavia – lo sappiamo e Verri lo ribadisce con puntiglio – Sciascia vuole laicamente riaffermare il diritto dell’uomo (e dei derelitti, degli oppressi dal potere e dal sistema giudiziario in particolare, come Manzoni) se non alla felicità cui aspiravano gli amati illuministi, almeno a migliori, più dignitose condizioni di vita e una maggiore giustizia in terra (da cui il titolo del libro).

E se la storia, nel passato delle vicende dell’Inquisizione di Diego La Matina e della povera presunta strega Caterina, come nel presente della corruzione politica della I repubblica o nelle vicende politico-mafiose della Sicilia, sembra inesorabilmente conculcare questo diritto e sistematicamente falsificare, «imposturare» la verità (facendo passare gli innocenti per colpevoli, distorcendo i fatti con la corruzione o mediante una cattiva retorica), … se la storia fa questo, allora spetta alla letteratura il compito di rendere giustizia, di ristabilire la verità, smascherare i veri colpevoli, ridare onore e dignità alle vittime. La letteratura è una forma, anzi la forma suprema, di risarcimento morale e ideale delle vittime della storia. Verri afferma che in Sciascia come in Manzoni c’è la volontà di «rimettere ordine nella storia» in cui il male trionfa e c’è, addirittura, una «tensione metafisica», propria di chi si interroga sull’«illogica» presenza del male nella storia. La funzione del narratore che tenta di «rimettere ordine nella storia» appare a Verri voler «affermare la necessità, che è morale, logica e metafisica, del bene nella storia, della distinzione tra il bene e il male; così facendo fonda la possibilità del bene nella storia. Lo stesso esistere del narratore come coscienza in grado di distinguere tra bene e male e di comunicare tale distinzione ad altri, è forse l’unica possibilità di realizzare il bene nella storia» (pp. 41-43). È un punto critico su cui ci sarebbe da discutere e su cui varrà comunque la pena di ritornare, anche in questa sede, brevemente.

E dunque secondo Verri – questa la tesi principale del suo libro – Sciascia non potendo contare sull’additamento di una realtà e una giustizia ultraterrene, affiderebbe specialmente all’invenzione il ruolo di aprire «spazi di positività» in una storia dai risvolti assolutamente cupi. E lo farebbe

– mediante la creazione di personaggi positivi, benché sconfitti, come Bellodi nel Giorno della civetta, il Vice del Cavaliere e la morte, e tanti altri (cfr. p. 69 e segg.), specie i poliziotti e i giudici che incarnano la Legge (cfr. p.73 dove vengono definiti da Sciascia stesso «astrazioni più che realtà», insomma ideali, invenzioni), anzi come quasi tutti i protagonisti dei suoi racconti (p. 53);

– o mediante la proiezione di tratti dei suoi personaggi di invenzione in personaggi storici (notevole la triangolazione fra Bellodi, il Vice, appena citati, e il procuratore Giacosa dei Pugnalatori, personaggio storico che in parte si modella su un personaggio di invenzione, Bellodi, e a sua volta «ha una sensibilità che sarà poi del Vice» (p. 71);

– o mediante l’interpretazione congetturale di aspetti non chiari delle vicende di cronaca e storia (come nell’interpretazione della natura sociale dell’eresia di Diego La Matina, su cui i documenti restano vaghi [cfr. ad es. pp. 46, 52, 63]; o nel corso dell’Affaire Moro, là dove si ipotizza un dissenso all’interno della compagine brigatista, che costituirebbe un rigurgito di umanità nei carcerieri, però cinicamente ignorato dai politici contrari alla trattativa [cfr. pp. 114-115]);

– o ancora mediante l’alterazione di alcuni aspetti degli eventi storici. Ad esempio nell’Affaire Moro secondo Pischedda ci sono «errori» e «travisamenti tendenziosi» (p. 101), anch’essi però in qualche misura funzionali secondo Verri ad affermare l’idea che la letteratura sia la più alta forma di conoscenza della realtà, anche nel momento in cui si distacca dall’interpretazione storicamente, filologicamente più corretta dell’evento in questione, allo scopo però di additare verità universali, realtà storiche più ampie. Perché per Sciascia «la letteratura non è un mezzo di fuga dalla realtà, ma serve a rimanerci dentro con più consapevolezza» (p. 103).

Ricapitolando: all’invenzione Sciascia attribuisce il compito di «creare spazi di positività nella storia che non li consente» (p. 12), «una storia che è negativa e non consente nessun ottimismo» (p. 54) perché «Sciascia è convinto che valga comunque la pena di riaffermare con le proprie opere la presenza del bene nella storia» (p. 9) o forse, almeno la necessità del bene nella storia.

Verri sottolinea poi il ruolo di svolta che avrebbe nell’opera di Sciascia l’Affaire Moro. Già nella Morte dell’inquisitore la letteratura – dice – è «strumento conoscitivo privilegiato e superiore», ma questa idea si radica in Sciascia e diviene consapevolezza soprattutto a partire dall’Affaire. A questo proposito dedica numerose pagine all’uso del termine «romanzo», in senso ora sostanzialmente positivo, dall’Affaire al Cavaliere e la morte (cfr. p. 111 e segg.)

Ma soprattutto a partire dall’Affaire Moro in Sciascia si fa strada l’idea (o aumenta la consapevolezza) che la sua letteratura sia una forma d’azione. Verri a tal proposito cita un’intervista del 1979 in cui Sciascia afferma che la sua «pagina… è la più vicina all’azione che si possa immaginare. Io so di essere questo tipo di scrittore, la cui pagina è proprio al limite dell’azione» (p. 89). La letteratura è per Sciascia una forma di risarcimento morale e ideale – dicevo – che però diffondendo consapevolezza, sollecitando le coscienze può per il presente e per il futuro farsi almeno potenzialmente azione.

Non so se intendo bene Verri, ma in questo senso la funzione dell’invenzione come creatrice di spazi di positività (insieme a tutto il resto) farebbe sì che la letteratura oltre che strumento di conoscenza (soprattutto – direi – del male del mondo, dell’iniquità della storia) e di risarcimento, aspirasse ad agire nelle coscienze degli uomini e dunque nel reale. Verri non lo dice – ed è un forse peccato – ma io aggiungerei allora, a chiudere il cerchio di questo rapporto col Manzoni, che la letteratura è l’equivalente laico, assolutamente laico, della provvidenza manzoniana in quanto categoria della coscienza. La letteratura, come la intende Sciascia, addita una strada, orienta, illumina. Illumina, beninteso, chi si lascia illuminare; e non sono molti. Ma certo Sciascia ha contribuito ad aumentarne il numero. Solo in questo senso – credo – si può intendere che Sciascia nutra qualche forma di fiducia nella positività dell’uomo nella storia, dato che in ogni caso i suoi eroi positivi sono sempre sconfitti, e il male e l’impostura sempre trionfano. «La storia non lo consente», «la storia è negativa e non consente nessun ottimismo», dice bene Verri.

Il narratore Sciascia si identifica – secondo lo studioso – con Diego La Matina, l’eretico che uccide l’inquisitore (p. 66), e così si potrebbe dire forse per tutti i personaggi positivi della sua narrativa. Ma allora si potrebbe forse invertire la relazione affermando che i personaggi positivi sono dei potenziali alter ego del narratore e la loro azione un corrispettivo simbolico della letteratura di Sciascia. «La sua opera – dice Verri – sarà sempre ispirata alla richiesta della giustizia in terra» (p.8). Mi pare però che il profondo pessimismo di Sciascia si rivelerebbe anche in questo corrispettivo simbolico: non è forse lecito dire che la sconfitta degli eroi positivi, che combattono e testimoniano invano verità e giustizia, getta un’ombra anche sulla possibilità che la letteratura si tramuti davvero in un’azione che in qualche misura migliori la storia? Ci credeva davvero Sciascia? Fino a che punto?

È dall’idea che il compito della letteratura sia quello di ristabilire la verità, almeno per rendere giustizia, una giustizia postuma, alle vittime innocenti della storia e svelare le storture e le mistificazioni del potere, che in Sciascia deriva l’idea della moralità della lingua, a cui Verri dedica numerose pagine e fini osservazioni.

Moralità della lingua significa innanzi tutto – come è ovvio – dire il vero. Ma significa anche affermare un’idea di retorica (la retorica della letteratura, la sua letteratura) come buona retorica che deve smascherare la cattiva retorica del potere e le manipolazioni del linguaggio attuate da giudici, politici, potenti in genere e al contempo rivelare l’animus del narratore e dello scrittore mostrandone l’indignazione e il disprezzo – che Sciascia definisce le sue più forti e autentiche passioni (cfr. p. 89) – e anche lo sgomento di fronte all’iniquità e all’impostura.

Anche in questo caso l’ispiratore è Manzoni, il Manzoni della Storia della colonna infame e dei capitoli o degli inserti storici dei Promessi sposi a partire dalle celebri pagine che smascherano la vacua retorica delle grida (p. 21). Da qui, da questo rapporto genetico col Manzoni sul piano di un’etica del linguaggio, nel capitolo I si sviluppa una serie di considerazioni che qui è solo possibile rapidamente riassumere. Verri ad esempio ripercorre gli interventi di Sciascia: 1) contro la retorica falsificante che usa parole d’ordine svuotate di senso reale (p. 18, A futura memoria); 2) contro la retorica che toglie spazio alla discussione e all’analisi approfondita del reale (p. 18-19 sulla delicata e assai discussa questione della retorica dell’antimafia); 3) contro la falsa retorica celebrativa dell’Unità d’Italia (pp. 19-20 I fatti di Bronte e Pirandello e la Sicilia); 4) a proposito del caso Tortora (p. 20); 5) contro D’Annunzio, i dannunziani e il fascismo (pp. 25-29).

Ma quel necessario «legame tra contenuto, morale e stile» che è mosso da una indubbia «passione della ragione (p. 31) si manifesta nelle opere d’invenzione e nei racconti-inchiesta mediante tecniche in gran parte già manzoniane che consentono a Sciascia di svelare le imposture del linguaggio dei potenti, restituendo «agli occhi del lettore come insensato e atroce ciò che rischia di passare come normale o è già stato accettato come tale» (p. 26). Vari sono gli stilemi indagati da Verri e numerosi gli esempi addotti. Ricorderò solo la concisione (associata nelle parole di Sciascia a parsimonia, precisione e chiarezza, tutte fonti di «moralità», p. 25); la tecnica della citazione di documenti con commenti ironici, sarcastici al fine di svelarne la falsità e la falsificazione retorica; il commento alla lingua dei mistificatori (si veda un esempio, a proposito degli inquisitori, a p. 35); la postilla linguistica o contenutistica, associata all’ironia e a pungenti metafore, magari citate (del tipo: «l’Italia è il paese “di cui Pirandello diceva che le parole vanno all’aria aprendo la coda come tacchini», p. 31; ma, sconfinando nel capitolo sul Belli, si vedano le puntuali osservazioni sulla metafora del parlare «a testa per aria» suggerito a Sciascia da un’espressione belliana, p. 165 e segg.); la tecnica dell’intarsio di parole del narratore (ironiche, demistificanti) e parole dei personaggi (imposturate o imposturanti), insomma rimescolare le parole come sempre per svelare il falso (cfr. p. 21 e p. 39); la parodia della cattiva retorica (p. 141, nel paragrafo La retorica del potere, p. 138 segg.); le ricapitolazioni e sintesi chiarificatrici che ristabiliscono un ordine (nel discorso e nell’esposizione dei fatti) e stigmatizzano il falso (pp. 40-41); l’esibizione dell’indignazione della coscienza con commenti espliciti, ironia, sarcasmo (ancora la buona retorica)… e vari altri procedimenti e stilemi più minuti che il lettore del libro scoprirà da sé.

Hermann Grosser

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