Su L’Espresso del 21 dicembre 1986 – nella sua rubrica L’Enciclopedia, che all’epoca teneva sul settimanale – Leonardo Sciascia pubblicò una nota dal titolo “Mi manda Manzoni”. Lo spunto per la stesura del testo gli era stato offerto dal congresso “Manzoni e la cultura siciliana”, organizzato – con un ritardo di tre anni sul bicentenario manzoniano – dalle tre università siciliane.
   “Il tema mi sollecita all’estravaganza – scrive Sciascia. – Ormai abituato al diletto (o al vizio che lo si voglia dire, o mania) di cercare e intravedere nella realtà, nei fatti, quei segni, quegli avvertimenti, quelle rispondenze che mi pare la colgano in essenza e le conferiscano ineffabile verità e significato, posso senz’altro dire che entra in tale mia catalogazione e gioco il fatto che tra le 1.816 lettere di Manzoni, pubblicate per cura di Cesare Arieti, delle due che vagamente hanno a che fare con la Sicilia – la prima indirizzata a Palermo a un personaggio autorevole, la seconda a un ministro siciliano – una sia di raccomandazione nei modi tuttora correnti, l’altra di smentita a una raccomandazione”.

Biella e Prato sono due dei distretti tessili più importanti d’Italia. La città piemontese è famosa nel mondo per le sue lane pettinate di eccelsa qualità, mentre quella toscana un tempo era nota soprattutto per i tessuti cardati ricavati dalla lavorazione degli stracci. Negli ultimi decenni l’industria tessile pratese si è però ampiamente evoluta e diversificata, trattando fibre di ogni genere e producendo tessuti di qualità anche altissima.
   Non so se qualche scrittore abbia scritto di Biella e della sua industria laniera. Dell’industria tessile della Prato di un tempo, ma soprattutto del commercio delle balle di stracci che la alimentavano, ha invece scritto pagine vivissime Curzio Malaparte. Il sesto capitolo del suo Maledetti toscani – che si apre con l’epigrafe “Tutta a Prato va a finire la storia d’Italia e d’Europa, tutta a Prato, in stracci” – è una descrizione colorita, molto ‘malapartiana’, anche di ciò che i ragazzi trovavano nelle balle di stracci che arrivavano a Prato da tutto il mondo.

Nel 1979 Leonardo Sciascia scrisse la prefazione e la postfazione del romanzo di Agatha Christie L’assassinio di Roger Ackroyd, ripubblicato da Mondadori nella collana Oscar gialli nell’ottobre di quell’anno. Il romanzo – titolo originale The Murder of Roger Ackroyd – era comparso in Inghilterra nel 1926 ed era stato tradotto per la prima volta in Italia, sempre da Mondadori, nel 1930. Il titolo della prima traduzione – secondo Sciascia “più suggestivo e osservante” di quello, letterale, poi definitivamente adottato – era Dalle nove alle dieci.

La lettera aperta che Émile Zola indirizzò al Presidente della Repubblica Félix Faure sul caso Dreyfus fu pubblicata – sotto il titolo redazionale “J’Accuse…!” – sull’intera prima pagina de L’Aurore del 13 gennaio 1898. Dopo aver riepilogato i dettagli dell’affaire, lo scrittore chiudeva la sua lettera-pamphlet con una serie di otto capoversi, che iniziavano con “J’accuse…” e appunto accusavano alti ufficiali, periti, giornali e tribunali militari di avere partecipato, a vario titolo, a una vergognosa ingiustizia, condannando un innocente e assolvendo un colpevole.
   Poco meno di un secolo dopo, il 14 ottobre 1983, sulla terza pagina del Corriere della Sera comparve un articolo di Leonardo Sciascia dal titolo “Semplice discorso sul caso Tortora, sul caso giustizia e sui casi nostri”. Come sottolineato da Paolo Squillacioti, che ha curato la recentissima e meritoria riedizione per Adelphi della raccolta A futura memoria (se la memoria ha un futuro), di cui l’articolo fa parte, il titolo – a differenza del famoso-famigerato “I professionisti dell’antimafia” – è dell’Autore.

La salute di monsignor Angelo Ficarra, vescovo di Patti, stava molto a cuore a S. E. il cardinale Piazza, che era a capo della Sacra Congregazione Concistoriale della Santa Sede. La malattia del prelato siciliano era, tra l’altro, molto curiosa: all’opposto dei malati immaginari, egli era infatti convinto di star bene. Ma poiché bene non stava, il cardinale Piazza tentò di convincerlo a ritirarsi dal suo gravoso incarico: per pensare appunto alla salute.

Leonardo Sciascia fu membro della Camera dei Deputati dal 1979 al 1983. Fu presentato nelle liste del Partito Radicale alle elezioni politiche del 3-4 giugno 1979, nelle circoscrizioni di Roma, Milano e Torino, e il 13 giugno fu proclamato eletto nel XIX collegio di Roma.

La palermitana piazzetta Marchese Arezzo, situata a pochi metri di distanza dall’incrocio tra via Vittorio Emanuele e via Roma, è in effetti uno slargo della salita Sant’Antonio. Un turista non immaginerebbe che quello spazio di alcune decine di metri quadrati abbia una sua individualità toponomastica.

Nell’unica scena d’amore de Il Consiglio d’Egitto, che costituisce il nono capitolo della prima parte del romanzo e ha per protagonisti Francesco Paolo Di Blasi e la contessa di Regalpetra, Leonardo Sciascia non descrive la posizione assunta dalla contessa, ma per così dire invita il lettore a cercare nella propria memoria l’immagine di un quadro:

“Si vedeva, con la coda dell’occhio, nella grande specchiera; e davanti, sul piano da scrittoio del trumeau, aveva, ridotto a vivida miniatura dentro il coperchio di una tabacchiera, quel quadro di François Boucher che i casanovisti dicono sia il ritratto di mademoiselle O’Murphy.
“Erano di moda i quadri viventi: e nell’intimità di un convegno d’amore […] la contessa ne componeva uno straordinario, a perfetta imitazione del quadro di Boucher, la tenue luce aiutando a pareggiare a quelli di mademoiselle O’Murphy i suoi anni. Due soli elementi: una dormeuse e la propria nudità. Non si poteva desiderare quadro vivente più splendido, imitazione più precisa.”

Quasi alla fine de Il cavaliere e la morte il protagonista, l’innominato Vice, mortalmente malato, ripensa alle cose della sua infanzia e adolescenza, e tra queste a L’isola del tesoro: “una lettura, aveva detto qualcuno, che era quanto di più si poteva assomigliare alla felicità”. E ricorda la vecchia Edizione Aurora che ne aveva e che, a differenza di tanti altri libri perduti nel corso dei suoi trasferimenti, ancora conservava.

Uno dei sette testi che compongono Cronachette, centesimo volume della collana “La memoria” di Sellerio, pubblicato nel 1985, è intitolato Mata Hari a Palermo. Il saggio racconta il breve soggiorno palermitano della danzatrice-spia olandese, tra la fine di agosto e l’inizio di settembre del 1913, e prende spunto da alcuni articoli della stampa palermitana dell’epoca, che presentano una versione alquanto diversa – e più attendibile – di quella prospettata dal biografo di Mata Hari, Sam Waagenaar. Secondo quest’ultimo, sarebbero stati i Florio a portare la danzatrice a Palermo, per esibirsi al café-chantant Trianon, che era di proprietà di Ignazio Florio. Ma, scrive Sciascia, considerata la notorietà dell’artista, che aveva calcato con successo anche il palcoscenico della Scala, a Palermo i Florio avrebbero potuto farla scritturare dal teatro Massimo, o da un altro café-chantant, l’Olimpia, “luogo ben più elegante e prestigioso del Trianon”.

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