Il 20 novembre di ventisette anni fa Leonardo Sciascia ci lascia. Il “Corriere della Sera”, coincidenze che sono - dice Sciascia - “incidenze”, il giorno prima dell'anniversario pubblica una lunga intervista ad Andrea Camilleri, curata da Aldo Cazzullo. Il titolo: “Gli scontri con Sciascia, la mia vita da cieco e il No al referendum”. Ad un certo punto, Camilleri dice: “Nei giorni del sequestro Moro lui e Guttuso andarono da Berlinguer e lo trovarono distrutto: Kgb e Cia, disse, erano d’accordo nel volere la morte del prigioniero. Sciascia lo scrisse. Berlinguer lo smentì, e Guttuso diede ragione a Berlinguer. Io mi schierai con Renato: era nella direzione del Pci, cos’altro poteva fare? Leonardo la prese malissimo: “Tutti uguali voi comunisti, il partito viene prima della verità e dell’amicizia...”.Non ricordo interventi particolari di Camilleri nei giorni della polemica che oppose Sciascia a Enrico Berlinguer e Renato Guttuso. Forse ci sono stati, probabilmente “privati”.

Le biblioteche private, è noto, “parlano”, dicono tanto di una persona. I libri allineati negli scaffali, se li si sa interrogare raccontano molto dei loro proprietari, i loro interessi, il tipo di “percorso” di una vita: prima certi autori, visceralmente amati, e poi sostituiti da altri; i segni sul dorso, le sottolineature e le notazioni; la stessa collocazione ci dicono quali sono i preferiti, quelli a cui si chiede “consiglio”; quelli che sono “invecchiati”, riposti dopo una breve o lunga frequentazione, in scaffali più periferici: li si guarda ogni tanto con un misto di tenerezza, pensando magari alle ore sudate su quelle pagine ingiallite che poco o nulla hanno poi lasciato… Ci sono i libri preziosi, anche nella veste tipografica, quelli che ci si può permettere quando il denaro non è più un problema; magari a fianco di edizioni “povere”, economiche: preziosi perché acquistati con le poche monete che da ragazzi ballano quasi sole in tasca.

Un piccolo gioiello, questo «Sarde e altre cose allo zolfo», realizzato con cura e gusto dalle edizioni Henry Beyle. Si tratta di 49 paginette che inaugurano la collezione «Quaderni di cucina», elegantemente stampate su carta Erkall-Bütten, arricchite da una sovraccopertina su carta Ingres Fabriano carattere Garamond monotype corpo 11:  575 copie numerate, e in copertina una bella riproduzione di una ceramica policroma di inizio Novecento, manifattura siciliana.

Un libro di formato esile, che ti rigiri tra le mani con delicatezza, timoroso di sgualcirlo, maltrattarlo. Ha le pagine intonse, nell'aprirle hai paura di compiere una violenza, l'operazione richiede attenzione, pazienza...

Su iniziativa del Circolo dei Riformisti, del centro culturale Mario Pannunzio, e dell’Asssociazione Amici di Leonardo Sciascia il 4 giugno a Torino, presso il centro Incontri Regione Piemonte ha avuto luogo la manifestazione “Uccidete me. Ma l’idea che è in me non la ucciderete mai…”, ricordo di Giacomo Matteotti nel 90esimo della morte (1924-2014).
Preceduto dal concerto
“Povero Matteotti” e altri canti del socialismo romantico, del Gruppo Corale  Eiminâl della Val Germanasca (TO) diretto dal Maestro Pierpaolo Massel, si è svolto un incontro-dibattito con la partecipazione di Valter Vecellio, redattore capo del Tg2 (Associazione Amici di Leonardo Sciascia), Giuseppe La Ganga, presidente del Circolo dei Riformisti, Pier Franco Quaglieni, direttore del Centro Pannunzio. Moderatore, Salvatore Vullo (Associazione Amici di Leonardo Sciascia). Di seguito pubblichiamo l’intervento di Valter Vecellio.

D’abitudine Leonardo Sciascia scriveva i suoi romanzi e le sue inquisizioni storiche l’estate, nella calma del suo “buen retiro” alla contrada della Noce, a Racalmuto: il paese dov’era nato, e dove sempre più amava tornare. Racalmuto, confidava, era per lui come una sorta di termometro: gli umori e il “sentire” della gente del suo paese gli consentivano di capire anche gli umori e il “sentire” dell’intero paese. Sbaglierebbe, tuttavia chi immagina uno Sciascia dedito tutto il giorno allo scrivere; tutt’altro. Le sue giornate erano scandite da frequenti incontri con amici che lo raggiungevano, “puntate” in paese o nei paesi vicini; congiunti e amici raccontano che alla scrittura erano dedicate un paio d’ore la mattina, in una stanzetta che a distanza di anni è ancora così come l’ha lasciata e dove lo ritraggono alcune istantanee: mentre pigia con due dita sulla Olivetti “Lettera 22”; ed erano i suoi fogli con pochissime correzioni: evidentemente aveva già scritto tutto in testa, e si “limitava” dunque a trascrivere sulla carta quello che aveva ben chiaro, dopo averlo plasmato per ore e giorni. In più era fornito di prodigiosa memoria, e leggere era una delle sue “attività” a cui si abbandonava con grande diletto.

C’erano poi gli articoli sui giornali. A un certo periodo m’è capitato d’incontrare la sua firma la domenica per una rubrica che contemporaneamente usciva sul genovese “Secolo XIX”, la “Gazzetta del Mezzogiorno” di Bari e “Il Mattino” di Napoli. Ma nel corso della settimana lo potevi “incontrare” su “l’Espresso”, sul “Corriere della Sera”, “La Stampa”, “Il Messaggero”, “Il Globo”…e sporadicamente, quando veniva richiesto e la polemica del momento in cui era stato trascinato lo richiedeva, su molti altri. E tutto senza sottrarre tempo alla frequentazione di mostre, alla compagnia di amici, alle interviste che gli venivano chieste a ritmo quasi quotidiano…

È un’amicizia che si dipana attraverso 362 lettere scritte in oltre trent’anni, tra il 1951 e il 1988, quella tra lo scrittore calabrese Mario La Cava e il siciliano Leonardo Sciascia. Il primo risiede in un piccolo paese, Bovalino, sulla costa ionica; l’altro nella più terrigna Racalmuto, incastonata tra Canicattì, Favara, Raffadali, tra Agrigento e Caltanissetta. Sono lettere dal “centro del mondo”, come suggerisce il titolo della bella raccolta curata da Milly Curcio e Luigi Tassoni (Rubbettino editore, pp. 492, 17 euro). Già: perché Bovalino per La Cava, e Racalmuto per Sciascia sono, per l’appunto, “il centro del mondo”, del loro mondo. Per Sciascia, Racalmuto, e in particolare la casa alla contrada Noce costruita vicino alla vecchia abitazione dei nonni e dell'infanzia, era qualcosa di più di un confortevole rifugio di campagna dove trascorrere quietamente l’estate. È il paese dell’infanzia, delle prime emozioni, il paese “termometro” dal quale e attraverso il quale rabdomanticamente cogliere umori e tensioni che si agitano nel paese; ed è da credere che lo stesso fosse Bovalino per La Cava.

Tuttavia in entrambi un insopprimibile desiderio di “evadere” ogni volta che se ne presentava l’occasione: e non per un tedium vitae, quanto per una “sete”, un desiderio di confronti e scoperte, verifiche e incontri. A Bologna, per esempio, Sciascia fa tappa, nel suo lungo viaggio in treno che lo porta a Milano, praticamente solo per andare a rinchiudersi, e a “perdersi” nella libreria antiquaria dell’amico Roberto Roversi, che fa manualmente i pacchetti dei libri con una maestria insuperabile, pubblica i suoi versi al ciclostile perché contesta il circuito della cultura ufficiale, e con acribia compila “Officina”, una delle più belle riviste degli anni Cinquanta, crocevia di intelligenze sulfuree come Pier Paolo Pasolini, Francesco Leonetti, Angelo Romanò, Gianni Scalia. Come scrive Sciascia in una lettera del 2 agosto 1951, “…mi fa piacere che il tuo viaggio sia stato fruttuoso di incontri; così accade anche a me, ma appena rientro nel solito ritmo dei giorni, tutto quello che ho vissuto nei giorni passati in città assume una fredda distanza, come se non mi appartenessero e fossero i giorni di un altro…”.