Mi addentro nella lettura di Primo Levi e Leonardo Sciascia, e scopro altre analogie e corrispondenze sorprendenti, perfino evidenti, accanto a quelle nascoste e profonde sulle quali in questa rubrica si è già posta l’attenzione in un paio di occasioni. È certo che i due non si conobbero mai e la fonte è indiscutibile: parlando del suo episodico rapporto con i premi letterari e raccontando delle amicizie nell’ambiente, Levi afferma di stimare tra gli altri, Sciascia, sebbene non lo abbia mai conosciuto (intervista inedita del 1982, “Storia della mia vita”, pubblicata inRiga38e riportata su la Repubblica del 5 novembre 2017). È piuttosto incredibile, come sempre incredibili sono i legami inconsapevoli dell’immaginario di una certa epoca. Leggendo le loro opere, infatti, si percepisce un fondo comune che, pur nella diversità dei temi e delle forme, si condensa in due parole-chiave, ragione e pietà, a determinare il livello più alto di civiltà raggiunto nella cultura del Novecento. Detto questo, mi imbatto in un’intervista radiofonica a Primo Levi del 1984, realizzata da Paolo Terni, trascritta nel volume terzo delle Opere complete (Einaudi) a cura di Marco Belpoliti, e riportata da la Repubblica del 29 maggio scorso, in cui lo scrittore torinese parla del suo rapporto con la musica. Dichiara di non essere mai stato un appassionato di musica, anche se possiede un patrimonio musicale –«scarso, però è un patrimonio, è qualcosa che mi porto dietro e a cui tengo»–di aver mal sopportato lo studio imposto del pianoforte e di ricordare le esecuzioni paterne di Beethoven. E poi a un certo punto, in una delle risposte si legge: «Mi ricordo molto bene per esempio di quando avevo sentito – avevo sei o sette anni – una musica che mi era sembrata bella, e avevo chiesto a mio padre perché si chiamasse “carne”. Ed era la Carmen […] Sì, è molto carnale». Mi è venuta subito in mente un’affermazione di Sciascia ne La Sicilia come metafora: «Non sono un appassionato di musica, ne ascolto raramente: Mozart, Rossini, un po’ di Verdi, la Carmen di Bizet».

Sulla rivista L’Automobile, il 26 aprile del 1983, viene pubblicata una “quasi” intervista a Leonardo Sciascia, allora deputato alla Camera del Parlamento italiano. Si tratta più che altro di una conversazione tra lui e il giornalista Carlo Gregoretti in un giorno di primavera inoltrata, a Roma, durante la pausa dai lavori parlamentari. La trattoria in cui i due si incontrano è accanto al Pantheon. Sciascia è un cliente abituale, poiché “qui fanno bene la pasta”, soprattutto gli spaghetti alle vongole (con l’aggiunta di un po’ di cozze), e servono un gelato al pistacchio che ricorda il sapore della Sicilia e della giovinezza. Lo scrittore racconta che gli piace arrivare in taxi, poiché non ha la patente di guida e le automobili non lo hanno mai attratto più di tanto, nonostante la macchina e la velocità siano state un mito collettivo della sua infanzia.

Le interviste rilasciate da Leonardo Sciascia alle diverse testate durante tutto il corso della sua vita raccontano molto dell’uomo e dello scrittore. Il piacere di leggerle e di scoprire lati inediti e curiosi della sua personalità accompagna il lettore tra una domanda e l’altra, come accade anche per un’intervista al Corriere della Sera illustrato del 5 novembre 1977.

Gianluigi Melega (Milano, 1935 - Venezia, 2014) è stato uno scrittore, poeta, autore di libretti d’opera, giornalista (Il Giorno, Panorama, La Repubblica, L’Europeo), nonché deputato radicale dal 1979 al 1983. Insieme a Adelaide Aglietta e Marco Boato è stato uno dei soci fondatori degli Amici di Sciascia. Tra le sue opere ricordiamo Tempo lungo, Planetario privato, Viceversa.

In Carnet di eresie radicali del 31 gennaio 1983 su Belfagor, rivista pubblicata da Leo S. Olschki Editore, Gigi Melega traccia un bilancio della sua esperienza politica e dei rapporti con i compagni di viaggio, all’indomani delle dimissioni da parlamentare. Nel suo racconto lucido, emotivo, politico, umano, analitico, Melega tocca i punti nevralgici del percorso del partito, che riguardano la comunicazione, il Congresso, la coerenza e le contraddizioni – categorie che in politica assumono una valenza diversa da quella comune – l’amicizia privata e i contrasti politici.

L’intervista a Jean-Noël Schifano Noel Schifano: Io, Sciascia e Guttuso. La mia Sicilia dei maestri di Salvatore Falzone, su “la Repubblica” del 27 luglio 2015, è in realtà una doppia intervista. Potremmo dire, una metaintervista. E nell’incastro tra le domande che il giornalista pone allo scrittore francese di origini siciliane e il ricordo di un’intervista a Sciascia dello stesso Schifano, passa la Sicilia, la sua cultura, il suo retaggio, gli scrittori, gli artisti.

Sul Tempo illustrato del 31 gennaio 1970, Sciascia fa il resoconto giornalistico di una manifestazione di protesta dei terremotati di Gibellina, a due anni di distanza dal sisma che il 15 gennaio 1968 aveva devastato la valle del Belice, distruggendo completamente sei paesi e provocando 340 morti immediati e il doppio nei giorni successivi, per la lentezza dei soccorsi. Alla fiaccolata sulle rovine spettrali del paese “visione allucinante, di un orrore che arrivava alla bellezza”, Sciascia partecipò in prima persona, e dopo due settimane racconta l’evento con una partecipazione emotiva così sentita e, nello stesso tempo, con una lucidità così asciutta, che l’articolo “I dimenticati di Gibellina” risulta bellissimo e attuale ancora a 47 anni di distanza (i terremoti del resto si susseguono e con essi si ripetono le dinamiche del “dopo”).

Nelle sue opere, Sciascia non parla molto spesso dell’amore, o almeno non direttamente. Eppure ne L’antimonio, il lungo racconto inserito nella raccolta Gli zii di Sicilia, compare a mio parere una pagina che vale la pena di leggere con attenzione. Il protagonista della storia, io narrante, è un minatore siciliano che per sfuggire alla miseria, dopo un’esplosione nella zolfara in cui lavora, parte per combattere la guerra civile spagnola a fianco delle truppe franchiste.

Quello della libertà dello scienziato è uno dei temi più affascinanti e alti della letteratura del Novecento, e due nostri maestri indiscussi, Primo Levi e Leonardo Sciascia, hanno dedicato alla questione pagine intense e indimenticabili.

L’evento cruciale da cui si snodano le loro riflessioni è la distruzione di Hiroshima e Nagasaki alla fine della Seconda guerra mondiale, per mezzo della bomba atomica. In Vizio di forma, raccolta di racconti fantascientifici del 1971, Levi narra l’avvenimento da un punto di vista “extraterrestre”: nel racconto Visto da lontano, la guerra è definita “Periodo anomalo” e lo sgancio delle bombe sulle città nipponiche, all’inizio di agosto del 1945, è descritto con la formula “due esplosioni assai vivaci, avvenute entrambe in Giappone a due giorni di distanza l’una dall’altra” – l’ironia, nella fantascienza di Levi, è chiave d’accesso analitica e coefficiente di discussione scientifica. La tragedia dell’atomica può senz’altro dirsi il punto che spalancò, sotto gli occhi dell’umanità intera, l’abisso da cui non si torna, ed evidenziò la faglia, il vizio di forma, che, se non fosse stato emendato in tempo, avrebbe portato l’uomo alla distruzione.

Ci sono pagine ne Il consiglio d’Egitto sulle quali non ci si può non soffermare a lungo. I capitoli finali del romanzo sono tra i più belli e alti di tutta la letteratura italiana. Il giacobino Francesco Paolo Di Blasi si trova in stato di arresto, viene torturato da un tribunale che tenta di estorcergli nomi, tempi e modi della congiura repubblicana sventata dal potere baronale. I pensieri che attraversano la sua mente durante le atroci sofferenze a cui i tratti di corda, la veglia e il fuoco lo sottopongono, prima del colpo definitivo del boia, delineano un nodo cruciale del diritto occidentale, affrontano la questione che ha visto nei secoli schiacciare la libertà dell’uomo fino a ridurlo in schiavitù, che ha tentato di annullare il libero pensiero, annichilendo la ragione e devastando il corpo fino alla sua eliminazione:

 Hai scritto che la tortura è contro il diritto, contro la ragione, contro l’uomo: ma su quello che hai scritto resterebbe l’ombra della vergogna se tu ora non resistessi…

Nel finale dell’ottavo capitolo della prima parte de Il consiglio d’Egitto, don Giuseppe Vella si rivolge al suo collaboratore Cammilleri, per distoglierlo dal sentimento di rimorso dovuto alla sua complicità nell’impostura di cui è artefice l’abate. È sicuramente una delle pagine più intense del capolavoro di Sciascia. Messa da parte per un attimo la maschera dell’impostore, Vella si abbandona a una riflessione onesta, amara, profonda sulla storia e sul lavoro dello storico:

E allora don Giuseppe pianamente gli spiegava che il lavoro dello storico è tutto un imbroglio, un’impostura: e che c’era più merito ad inventarla, la storia, che a trascriverla da vecchie carte, da antiche lapidi, da antichi sepolcri; e in ogni caso ci voleva più lavoro, ad inventarla: e dunque, onestamente, la loro fatica meritava più ingente compenso che quella di uno storico vero e proprio, di uno storiografo che godeva di qualifica, di stipendio, di prebende. «Tutta un’impostura. La storia non esiste […]».

La storia dunque non esiste. Esiste il resoconto che ne fanno le carte; esiste la narrazione condotta sempre da un certo punto di vista, di solito quello dei forti e dei prepotenti; esiste la trascrizione spesso acritica dei fatti; esiste il falso: elementi, questi, che il più delle volte non considerano le vite delle persone comuni e trascurano chi vive, lotta e soffre senza lasciare alcuna traccia di sé. La storia dell’umanità rappresentata da don Giuseppe Vella è assimilata a un albero a cui sono attaccate generazioni di foglie che poi vanno via, “un autunno appresso all’altro”, fino a quando lo stesso albero non ci sarà più.

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