L’intervista a Jean-Noël Schifano Noel Schifano: Io, Sciascia e Guttuso. La mia Sicilia dei maestri di Salvatore Falzone, su “la Repubblica” del 27 luglio 2015, è in realtà una doppia intervista. Potremmo dire, una metaintervista. E nell’incastro tra le domande che il giornalista pone allo scrittore francese di origini siciliane e il ricordo di un’intervista a Sciascia dello stesso Schifano, passa la Sicilia, la sua cultura, il suo retaggio, gli scrittori, gli artisti.

Sul Tempo illustrato del 31 gennaio 1970, Sciascia fa il resoconto giornalistico di una manifestazione di protesta dei terremotati di Gibellina, a due anni di distanza dal sisma che il 15 gennaio 1968 aveva devastato la valle del Belice, distruggendo completamente sei paesi e provocando 340 morti immediati e il doppio nei giorni successivi, per la lentezza dei soccorsi. Alla fiaccolata sulle rovine spettrali del paese “visione allucinante, di un orrore che arrivava alla bellezza”, Sciascia partecipò in prima persona, e dopo due settimane racconta l’evento con una partecipazione emotiva così sentita e, nello stesso tempo, con una lucidità così asciutta, che l’articolo “I dimenticati di Gibellina” risulta bellissimo e attuale ancora a 47 anni di distanza (i terremoti del resto si susseguono e con essi si ripetono le dinamiche del “dopo”).

Nelle sue opere, Sciascia non parla molto spesso dell’amore, o almeno non direttamente. Eppure ne L’antimonio, il lungo racconto inserito nella raccolta Gli zii di Sicilia, compare a mio parere una pagina che vale la pena di leggere con attenzione. Il protagonista della storia, io narrante, è un minatore siciliano che per sfuggire alla miseria, dopo un’esplosione nella zolfara in cui lavora, parte per combattere la guerra civile spagnola a fianco delle truppe franchiste.

Quello della libertà dello scienziato è uno dei temi più affascinanti e alti della letteratura del Novecento, e due nostri maestri indiscussi, Primo Levi e Leonardo Sciascia, hanno dedicato alla questione pagine intense e indimenticabili.

L’evento cruciale da cui si snodano le loro riflessioni è la distruzione di Hiroshima e Nagasaki alla fine della Seconda guerra mondiale, per mezzo della bomba atomica. In Vizio di forma, raccolta di racconti fantascientifici del 1971, Levi narra l’avvenimento da un punto di vista “extraterrestre”: nel racconto Visto da lontano, la guerra è definita “Periodo anomalo” e lo sgancio delle bombe sulle città nipponiche, all’inizio di agosto del 1945, è descritto con la formula “due esplosioni assai vivaci, avvenute entrambe in Giappone a due giorni di distanza l’una dall’altra” – l’ironia, nella fantascienza di Levi, è chiave d’accesso analitica e coefficiente di discussione scientifica. La tragedia dell’atomica può senz’altro dirsi il punto che spalancò, sotto gli occhi dell’umanità intera, l’abisso da cui non si torna, ed evidenziò la faglia, il vizio di forma, che, se non fosse stato emendato in tempo, avrebbe portato l’uomo alla distruzione.

Ci sono pagine ne Il consiglio d’Egitto sulle quali non ci si può non soffermare a lungo. I capitoli finali del romanzo sono tra i più belli e alti di tutta la letteratura italiana. Il giacobino Francesco Paolo Di Blasi si trova in stato di arresto, viene torturato da un tribunale che tenta di estorcergli nomi, tempi e modi della congiura repubblicana sventata dal potere baronale. I pensieri che attraversano la sua mente durante le atroci sofferenze a cui i tratti di corda, la veglia e il fuoco lo sottopongono, prima del colpo definitivo del boia, delineano un nodo cruciale del diritto occidentale, affrontano la questione che ha visto nei secoli schiacciare la libertà dell’uomo fino a ridurlo in schiavitù, che ha tentato di annullare il libero pensiero, annichilendo la ragione e devastando il corpo fino alla sua eliminazione:

 Hai scritto che la tortura è contro il diritto, contro la ragione, contro l’uomo: ma su quello che hai scritto resterebbe l’ombra della vergogna se tu ora non resistessi…

Nel finale dell’ottavo capitolo della prima parte de Il consiglio d’Egitto, don Giuseppe Vella si rivolge al suo collaboratore Cammilleri, per distoglierlo dal sentimento di rimorso dovuto alla sua complicità nell’impostura di cui è artefice l’abate. È sicuramente una delle pagine più intense del capolavoro di Sciascia. Messa da parte per un attimo la maschera dell’impostore, Vella si abbandona a una riflessione onesta, amara, profonda sulla storia e sul lavoro dello storico:

E allora don Giuseppe pianamente gli spiegava che il lavoro dello storico è tutto un imbroglio, un’impostura: e che c’era più merito ad inventarla, la storia, che a trascriverla da vecchie carte, da antiche lapidi, da antichi sepolcri; e in ogni caso ci voleva più lavoro, ad inventarla: e dunque, onestamente, la loro fatica meritava più ingente compenso che quella di uno storico vero e proprio, di uno storiografo che godeva di qualifica, di stipendio, di prebende. «Tutta un’impostura. La storia non esiste […]».

La storia dunque non esiste. Esiste il resoconto che ne fanno le carte; esiste la narrazione condotta sempre da un certo punto di vista, di solito quello dei forti e dei prepotenti; esiste la trascrizione spesso acritica dei fatti; esiste il falso: elementi, questi, che il più delle volte non considerano le vite delle persone comuni e trascurano chi vive, lotta e soffre senza lasciare alcuna traccia di sé. La storia dell’umanità rappresentata da don Giuseppe Vella è assimilata a un albero a cui sono attaccate generazioni di foglie che poi vanno via, “un autunno appresso all’altro”, fino a quando lo stesso albero non ci sarà più.

Il mare colore del vino, il racconto che dà il titolo all’intera raccolta del 1973, narra il viaggio in treno tra Roma e Agrigento di un giovane ingegnere del Nord. Durante il tragitto via terra-mare-terra, l’ingegner Bianchi incontra nello scompartimento del treno una curiosa famiglia siciliana, i Micciché, composta da madre, padre e due bambini, uno dei quali particolarmente vivace e brillante. Insieme a loro c’è anche una conoscente, una giovane insegnante, che non lascia indifferente l’ingegnere.

Per ammissione dello stesso Sciascia, il viaggio è una metafora dell’esistenza, un “cronotopo” in cui si riproducono tutti gli elementi della vita:

«Il fatto è» pensava l’ingegnere «che un viaggio è come una rappresentazione dell’esistenza, per sintesi, per contrazione di spazio e tempo; un po’ come il teatro, insomma: e vi si ricreano intensamente, con un fondo di finzione inavvertito, tutti gli elementi, le ragioni e i rapporti della nostra vita».

La rottura epistemologica di inizio Novecento, provocata dalle filosofie della crisi, ha attribuito al caso un ruolo sempre più importante nel pensiero e nella letteratura, determinando una convivenza piuttosto problematica con la ragione. Le parole di Pirandello “insomma estrarre la logica dal caso, come dire il sangue dalle pietre” possono essere assunte con valore di sententia sulla difficoltà dell’uomo a comprendere una realtà che sfugge completamente alla facoltà razionale, e che diventa spazio esposto ad arbitrio di fortuna. Proprio i grandi razionalisti del Novecento avvertono più consapevolmente la presenza del caso nelle dinamiche umane e percepiscono, con profonda sensibilità, la caduta delle certezze che avevano sorretto molti intellettuali fino al Secondo Ottocento (ma “la linea siciliana” era già avanti).

Qualche giorno fa, leggendo I promessi sposi con i miei studenti, mi sono imbattuta in un passo del XXIX capitolo su cui ho sentito l’esigenza di soffermarmi.

Il grado e le parentele, che in ogni tempo gli erano state di qualche difesa, tanto più valevano per lui, ora che a quel nome già illustre e infame, andava aggiunta la lode d’una condotta esemplare, la gloria della conversione. I magistrati e i grandi s’eran rallegrati di questa, pubblicamente come il popolo; e sarebbe parso strano l’infierire contro chi era stato soggetto di tante congratulazioni.

I motivi passionali, posti come causa prima di alcuni delitti nelle indagini dei gialli sciasciani e utilizzati a vantaggio dell’una o dell’altra parte, si configurano in un contesto fortemente influenzato dall’arte del melodramma, genere italiano per antonomasia e vanto nazionale che non conosce declino. Ne Il giorno della civetta, Sciascia afferma che i tavoli d’autopsia della Sicilia sono popolati da tanti Turiddu Macca, dopo che sulle scene dei teatri d’opera aveva fatto irruzione il potente grido “Hanno ammazzato cumpari Turiddu”.