Altri su Sciascia

TESTIMONIANZE

 

 

ELIO FILIPPO ACCROCCA
(Cori LT 1923 – Roma 1996  /  Poeta e scrittore)

Sciascia non lascia la presa
è tesa la sua mano: il giallo e nero
sono i suoi colori, quotidiano
come il pane è il mistero. Le sue “storie”
sono una tela dell’enigma: il vero
spacca la mela che nasconde il verme
dell’interrogativo, il cruciverba
ha un sottile filamento, vivo
come il pensiero, la civetta è a giorno:
corda pazza è il dintorno che Leonardo
affetta e cuce, scarta ogni contorno.
Dal cadavere emerge un che di luce
che la mano sospinge (nera e gialla)
fino alla mente. La ragione tinge
coi colori del dubbio ogni segmento.
Il tempo è fondamento senza scampo:
anche lo spazio è un lampo menzognero…

12 novembre 1990

Non ho fatto in tempo a spedirgli queste poche righe, scritte dopo l’incontro con i suoi libri più recenti. Una traccia di lettura: pochi grammi di parole che si affiancavano alla sua immagine di scrittore, a qualche foto scattata in occasione di un convegno o di un viaggio. A Roma ci eravamo visti nella mia casa remota di via Labicana, e poi per le strade della capitale, tra intuizioni critiche persino dei silenzi o del lento parlare a bassa voce. Con Leonardo – amico di poche parole – agli esordi del suo successo, m’incontravo a Lugano per il premio “Libera Stampa”: nel Canton Ticino aveva amici.

(in Il sereno pessimista, a c. di Antonio Motta, Manduria TA, Lacaita, 1991)

 
GASPARE AGNELLO
(Grotte AG 1934  /  Critico letterario)
Leonardo Sciascia non morì da cattolico, ma da cristiano. Lo conferma il fatto che disse: Non sono né ateo né credente. Ma cerco di vivere religiosamente. E poi rifacendosi ad Antonio Borgese, scrisse: “Aspiro a quando sia morto, ad una lode: che in nessuna mia pagina è fatta propaganda ad un sentimento abietto o malvagio”.


NINO AGNELLO
(Scrittore, poeta, saggista e critico letterario)
Si nutrì di pensiero, di ragione, di buonsenso, della parola esatta incisa come lama di pensiero. La disse e la scrisse con parsimonia, perché non ci fossero scorie come quelle che conosceva dello zolfo liquefatte…


PIERO AMATO
(Cattolica Eraclea AG 1929 - 2010  /  Scrittore)
Si potrebbe dire di Sciascia che egli era veramente unico: come uomo certamente, e come scrittore certamente il più interessante e significativo. A parte il fatto che era letteratissimo, e di ingegno duttile, acuto e penetrante: ironico e polemico secondo necessità, disponibile alla magnanimità che a volte si traduce in pietà. Sciascia lavorò instancabilmente e produsse moltissimo: romanzi, racconti, teatro, saggi, articoli, prefazioni, note varie e interviste. Le sue opere sono state tradotte in moltissime lingue. Queste cose si sanno, ma vanno dette perché c’è un modo solo di onorare Sciascia, e questo modo è “leggerlo”.

(in Ricordare Sciascia a c. di P. Cilona, Palermo, Publisicula 1991 - Pag. 192)


CLAUDE AMBROISE
(Parigi 1935 - Sonvico, Canton Ticino, Svizzera 2014  /  Professore emerito dell’Università Stendhal di Grenoble, critico letterario, curatore delle “Opere” di Sciascia edite da Bompiani)
Visse, scrisse e amò, è l’epitaffio superbo e romantico di Stendhal. Anche in Sciascia, seppure in modo diverso che nello scrittore francese a lui particolarmente caro, si dialetticizzano la vita e la scrittura. Ma la pratica della scrittura identificata con l’esercizio della ragione è per Sciascia la scelta di una vita.

(in Il sereno pessimista, a c. di Antonio Motta, Manduria TA, Lacaita, 1991)


MARIO ANDREOSE
(Venezia 1934 / Giornalista e editore)
Mi fa piacere pensare che i pochi anni in cui ho avuto il privilegio di lavorare con Sciascia gli siano serviti a colmare almeno in parte il grande vuoto causato da tre avvenimenti precedenti. La scomparsa di Erich Linder, l’agente che aveva dato un contributo importante al suo successo e alla sua fama internazionale. Uno dei dissesti ricorrenti dell’Einaudi di allora, che l’aveva costretto lui che viveva di scrittura, a emigrare. La rottura per “amara delusione” con la Sellerio dopo 15 anni di assolutamente disinteressato lavoro.

(in Panta n. 27, Milano, Bompiani 2009)


GIAN MARCO ANTIGNANI
(Critico letterario)
La leggerezza della prosa di Sciascia nasconde l’attenta riflessione intorno al nucleo problematico del pensiero moderno e soltanto da alcune fessure, lasciate con intenzione nella levigatezza dei testi, è possibile scorgere gli snodi essenziali di un discorso letterario capace di ricollocare categorie e concetti all’interno di un omogeneo disegno interpretativo.


JUAN ARIAS
(Arboleas, Spagna 1932  /  Giornalista e scrittore)
Sciascia era uno spietato analista della nostra società. Diceva di non trovarsi bene in essa perché “non amo”, spiegava,  “né il potere né il denaro”.  Odiava soprattutto la meschinità.

(El Pais, 21 novembre 1989, poi in  Nuove Effemeridi n. 9, Giugno 1990)

PINO ARLACCHI
(Gioia Tauro RC 1951  /  Sociologo e politico)

“... quella noticina che compare nel Giorno della civetta... è un messaggio di una codardia civile spaventosa.”

(La Repubblica, 11 dicembre 1993, intervista di Simonetta Fiori ad Arlacchi, titolo “Quel Cigno non deve morire”)

“Non ho messo in discussione il valore artistico delle opere di Sciascia. Ho solo dichiarato di avere riletto Il Giorno della civetta e A ciascuno il suo e di non averne gustato l’impegno civile. Anzi, di non averlo proprio trovato. E di avere, semmai rinvenuto il suo contrario, e cioè delle robuste tracce di qualunquismo e di vigliaccheria, riassunte nella pagina che chiude Il Giorno della civetta.”

(La Repubblica, 14 dicembre 1993, articolo di Arlacchi, titolo “Perchè non amo Sciascia”)

“... ammetto senza vergogna né pentimento di avere fatto anche, nella medesima occasione, la seguente fatale dichiarazione: la rilettura del Giorno della civetta e di A ciascuno il suo – e cioè dei romanzi di Sciascia dedicati al tema della mafia – mi ha deluso. Non vi ho trovato il tanto celebrato ‘impegno civile’ dello scrittore trasfuso in opere immortali, ecc. ecc. a cui avevo creduto da ragazzo, bensì un messaggio di diverso tenore. Anzi, in una pagina del Giorno della civetta – in cui Sciascia scrive di avere reso irriconoscibili personaggi e fatti per evitare incriminazioni di oltraggio, data la precaria libertà di espressione vigente in Italia a quel tempo, e per non urtare ‘suscettibilità’ che potessero ritenersi colpite dal suo racconto – ho trovato segni di qualunquismo e codardia civile.”

(La Repubblica,  23 dicembre 1993, articolo di Arlacchi, titolo “Stregato dalla mafia”)

“... ho scritto due lunghi articoli su questo giornale, usando argomenti che reputo razionali nonché date e circostanze verificabili, a sostegno di una mia interpretazione circa Sciascia narratore e personalità pubblica. (Ho chiarito, tra l’altro, di non avergli dato del ‘codardo’).”

(La Repubblica, 20 gennaio 1994, lettera di Arlacchi, “Replica su Sciascia”)

“In un’intervista ho solo dichiarato che, rileggendo il Giorno della civetta, ho trovato alcune parti datate, superate dal tempo. Non ho mai accusato Sciascia di essere un vigliacco... Io non ho mai insultato Sciascia per il quale nutro un profondissimo rispetto ed una grande ammirazione. Sono cresciuto nel culto dei lavori di Sciascia...”

(Corriere della Sera, 21 dicembre 1995, articolo intitolato “Su Sciascia, Arlacchi voltagabbana”)

 

Associazione “AMICI DI LEONARDO SCIASCIA”
(Associazione fondata il 26 giugno 1993)
Di Leonardo Sciascia rimpiangiamo la coscienza critica dell’intellettuale disorganico che non temette di contraddire e di contraddirsi, che tese alla verità, nutrendosi del dubbio che è il migliore antidoto al dogmatismo; che fu capace non solo di polemizzare ma di dialogare con tutti; che non negò soltanto, ma costruì.  Ricordiamo, ancora, perché ci manca, l'autorevolezza del suo giudizio critico, nella letteratura e nelle arti figurative: il piacere della sua scrittura affilata e tagliente come una spada. Ci manca infine la sua generosità, che seppe scoprire e valorizzare nuovi talenti. Ci manca in definitiva, l’esempio del maestro.

LUIGI BALDACCI
(Firenze 1930 - 2002  /  Critico letterario)
In un quadro, qual è quello attuale delle lettere italiane, scompare, con Leonardo Sciascia, non solo un grande scrittore, ma prima di tutto un uomo che, come pochi altri nel nostro secolo, ha creduto che lo scrittore debba avere una sua funzione, un rapporto intrinseco con la società, debba insomma esercitare il suo ruolo di intellettuale, essendo quel ruolo a giustificarlo, ma – qui sta il punto di serietà di Sciascia – rifiutando al tempo stesso ogni sorta di organicità in favore di questo o quel gruppo. In altre parole, Sciascia ha creduto che la funzione dello scrittore fosse quella del solista che, mostrandoci tutte le facce della verità, a rischio di scoprire che la verità non ha faccia, ci stimoli alla critica, all’originalità magari all’individualità nei confronti delle idee trionfanti.

(La Nazione, 21 novembre 1989)


ANGIOLO BANDINELLI
(Chianciano Terme SI 1927  /  Poeta, scrittore e saggista)
Sciascia, questo sconosciuto? Non è una battuta, potrebbe succedere tra poco, se continuerà l’erosione della sua memoria, della sua immagine. I sintomi ci sono, e preoccupanti. Vedremo, intanto lo scrittore siciliano è messo al bando anche da certe storie letterarie (indovinate quali?) che a lui, l’eretico, il volterriano, l’illuminista, preferiscono Calvino, posto a conclusione e fastigio della grande linea De Sanctis-Croce-Gramsci, su cui viene fatta procedere la letteratura e la coscienza civile del nostro Novecento.


MAURIZIO BARBATO
(Palermo 1952  /  Docente di Storia e Filosofia in un liceo della sua città)
“Ce ne ricorderemo di questo pianeta”. La frase non è sua ma di Villiers de l’Isle-Adam. Ma l’averla scelta per il suo sepolcro, l’averla cioè saldata alla sua vita e ai suoi tempi, al senso finito di questi e di quella, è un’opera bellissima del suo ingegno. Tanta è l’ironia, tante sono le allusioni, tanti i fili di pensiero che si intrecciano intorno a quella frase se unita a quello che scrisse e che disse, e ai tempi in cui lo scrisse e lo disse. E forse intendeva dire quello che ogni grande pessimista direbbe: che questo mondo lo ha molto divertito perciò non potrà dimenticarlo.
Ed è bello quindi ricordarsi di lui, mediante ciò che lui più faceva per divertimento. L’editore.


OLIVIA BARBELLA
(Monza 1970  /  Dottoranda in Storia della Lingua e Letteratura Italiana)
L’insieme delle opere di Sciascia è costituito da una quarantina di volumi (spesso volumetti), che a partire dal 1950 hanno scandito al ritmo in media di uno per anno, un intero quarantennio di questo secondo Novecento: un vasto “corpus” di testi ispirati a criteri strutturali, formali, creativi fra loro eterogenei. Cercare di delineare le coordinate significa anche ricostruire la fisionomia intellettuale di un autore che si è dedicato a un ideale estetico fortemente condizionato da intenzioni extraletterarie di critica e di denuncia della realtà politico-sociale dell’Italia contemporanea. A questo senso di responsabilità Sciascia si è costantemente attenuto, esprimendosi attraverso una voce mai neutrale, e anzi sempre intellettualmente, culturalmente, ideologicamente anticonformista e avversa all’omologazione massificante che connoterebbe l’attualità.

(Sciascia, Palermo-Firenze, Palumbo 1999)

GIUSEPPE BARCELLONA
(Torino 1975  /  Scrittore e giornalista)
Sciascia è un’icona delle letteratura nostrana conosciuto in tutto il mondo, un intellettuale socialmente e politicamente impegnato per la Sicilia.
Visse tra la Sicilia e la capitale dove ebbe anche incarichi politici, la sua intransigenza  gli procurò polemiche e tanti nemici.
Fu tra i primi a denunciare nei suoi racconti il modus operandi della mafia siciliana, molto prima che lo facessero i pentiti, in un periodo, i primi anni sessanta, in cui cosa nostra era ancora avvolta in un impenetrabile muro fatto di silenzio e omertà.

(In Leonardo Sciascia cronista di scomode realtà, a cura di Martino Ciano, PoetiKanten Edizioni, Sesto Fiorentino FI 2015, Pag. 76)


LUIGI BARZINI
(Milano 1908 - Roma 1984  /  Giornalista, scrittore, politico liberale)
Per me non c’è dubbio che oggi uno dei pochi bravi romanzieri, forse il più bravo di tutti, sia Leonardo Sciascia… Si ha la sensazione che possegga almeno alcune delle qualità del grande scrittore. Anzitutto scrive straordinariamente bene… La sua lingua è concisa, vigorosa, tersa e intensa. Sa controllare le proprie emozioni. I suoi libri sono invenzioni originali, costruite con solidità e concepite come un’armonica unità dalla quale è quasi impossibile eliminare una pagina, un capoverso o anche soltanto una parola… Devo ammettere che il mio giudizio su Leonardo Sciascia (che non ho mai conosciuto di persona) non è condiviso dai critici di professione. Solo se bloccato in un colloquio personale a quattr’occhi, un eminente critico romano ammetterà con riluttanza che effettivamente, in un certo senso, isolandolo dal contesto contemporaneo come se fosse già morto, Sciascia dovrebbe essere considerato uno dei tre o quattro scrittori più importanti e comunque uno di quelli destinati a durare, forse addirittura il numero uno della sua generazione. Ma pubblicamente  e ufficialmente lo stesso critico eminente lo porrà soltanto tra i primi venti o trenta…

(L’antropometro italiano, Milano, Mondadori 1973)


SALVATORE BATTAGLIA
(Catania 1904 - Napoli 1971  /  Filologo, linguista e critico letterario)
Sciascia è uno dei rari scrittori che costruisce l’opera al di là e al di sopra della letterarietà,  pur essendo intimamente convinto che l’attendibilità e l’attualità della storia e dell’esistenza sia possibile conseguirle in forme durature mercé il tramite del suo stile.
Nell’Italia di oggi si avverte fortissima l’esigenza di ricordare la personalità e l’opera di Leonardo Sciascia. Sciascia è stato un grande scrittore che ha saputo inserire un profondo impegno civile in un’opera dal respiro europeo. La figura di intellettuale di Leonardo Sciascia è quella di uno dei maggiori del nostro secolo, avendo rappresentato un importante riferimento sia per lucidità di pensiero sia per una profondità ed uno spessore culturale di straordinario livello. La sua grande passione civile non è mai stata partigiana. È uno scrittore adorabile. I suoi libri si leggono ad una sola mano.

(in Panta n. 27, Milano, Bompiani 2009)

SALVO BATTAGLIA
(Palermo 1984  /  Avvocato penalista)
… Sciascia non fu soltanto uno scrittore, ancorché di romanzi cosiddetti “gialli” o “polizieschi”, ma un intellettuale animato dalla spasmodica ricerca della giustizia come sinonimo di verità e autore di storie che appaiono più un pretesto per svolgere riflessioni sulla giustizia (e segnatamente sulla giustizia penale) che sulle vicende umane isolate.
Se si è disposti ad accettare la tesi sopra esposta, allora risulterà di tutta evidenza l’importanza che assume il procedimento penale nella pagina sciasciana, dall’inizio (indagini sui sospettati) sino al culmine di esso (la sentenza).

(Del delitto e della pena nel pensiero di Leonardo Sciascia, Palermo, La Zisa 2013)


MARCO BELPOLITI
(Reggio Emilia 1954 / Scrittore e critico letterario)
Dal punto di vista dei generi letterari, Leonardo Sciascia è uno scrittore impuro, sospeso tra racconto e saggio, tra tragedia e commedia, tra saggio e articolo di giornale, tra aforisma e racconto, tra proverbio e poesia. Questa sua ambiguità trae la sua origine nella complicata vocazione letteraria di Sciascia, che nasce poeta e insieme saggista, che diviene narratore e poi si trasforma in polemista, che segue contemporaneamente un’ispirazione morale e un’aspirazione religiosa, che è contraddetto e si contraddice.

(“L’Affaire Moro: anatomia di un testo” in L’uomo solo. L’Affaire Moro di Leonardo Sciascia, a c. di Valter Vecellio, Quaderni Leonardo Sciascia 7, Milano, La Vita Felice 2002)


MARCELLO BENFANTE
(Palermo 1955  /  Narratore e giornalista)
Sciascia non amava riscrivere e si affidava quasi interamente alla segreta “alchimia” della prima stesura. Ma i suoi libri nascevano con sistematica puntualità nella quiete estiva della sua campagna racamultese dopo lunghe e meticolose ricerche preparatorie nel corso del resto dell’anno. Il testo definivo era il risultato di una vera e propria distillazione, ossia un processo di sottrazione di impurità, di elementi non necessari.

(Leonardo Sciascia, Appunti su uno scrittore eretico, GR, Besana in Brianza MI 2009 - Pag. 67)


ENZO BIAGI (1975)
(Pianaccio di Lizzano in Belvedere BO 1920 - Milano 2007  /  Scrittore, giornalista e conduttore televisivo)
Leonardo Sciascia mi piace come scrittore e come persona. Anche la sua vita è rispettabile. Faceva il maestro elementare, ma senza passione. È difficile insegnare a un bambino che ha fame la grammatica e le moltiplicazioni. Adesso vive coi diritti d’autore e con qualche articolo. Le due ragazze sono sposate. La signora Maria non ha mai avuto bisogno della domestica. Qualche volta va lui a fare la spesa. Hanno poche necessità: accendono la televisione soltanto quando si elegge il presidente della repubblica, e non funziona. Sono andato a trovarlo nella casa di campagna, a Racalmuto: un ettaro di terra, che è sempre stato dei suoi. Sciascia ha tirato su i muri nuovi, perché ormai ci vuole l’acqua e la luce, ma il paesaggio è immutato: la trazzera piena di buche, gli ulivi drammatici, il vento che ribalta le erbe secche. Questo è il suo orizzonte: il pastore che gli regala la ricotta, i bottegai, i contadini, un professore che ogni tanto viene a trovarlo e gli porta frutta e vino. Sciascia ama la solitudine: non sa guidare l’automobile, sul caminetto ci sono dei libri, alle undici di sera già riposa, e l’ultimo pensiero è sempre per la morte; vorrebbe affrontarla da sveglio, forse per giudicarsi un’ultima volta.

(in Panta n. 27, Milano, Bompiani 2009)


HECTOR BIANCIOTTI
(Cordoba, Argentina 1930 - Parigi 2012 / Romanziere e drammaturgo)
Leonardo Sciascia è il maggiore scrittore della grande periferia di Palermo, l’Italia.

(Le Monde,  24 novembre 1989,  poi in Nuove Effemeridi n. 9, Giugno 1990) 


CARLO BO
(Sestri Levante GE 1911 - Genova 2001  /  Critico letterario, senatore a vita)
Sciascia un “Maestro” da non dimenticare. Un grande disegno di Leonardo Sciascia è stato quello di scoprire la verità o almeno di avvicinarsi il più possibile ad un vero possibile.

(Gente, novembre 1989)


MARCO BOATO
(Venezia 1944  /  Giornalista e docente universitario)
Per quello che Leonardo Sciascia è stato e ha costituito nella storia, nella cultura, nella politica italiana (nel senso più nobile della parola), siamo di fronte ad uno scandalo di proporzioni gigantesche. A parte la meritoria attività dell’“Associazione Amici di Leonardo Sciascia”, a cui anch’io sono iscritto, a parte qualche critico che continua a parlarne e a scriverne, si assiste a una grande, gigantesca rimozione.


ARNALDO BOCELLI (1962)
(Roma 1900 - 1974 / Critico letterario, giornalista)
Il modo con cui Sciascia tratta la materia dei suoi racconti è di un realismo risentito, satirico, spinto fino al grottesco là dove della vita siciliana è colto l’esterno configurarsi, o, dei vari personaggi, il gesticolato parlare, con quelle cadenze dialettali, specie di sintassi, che danno a certe scene quasi un sapore di mimo.


GIUSEPPE BONAVIRI
(Mineo CT 1924 - Frosinone 2009  /  Medico, poeta e scrittore)
Ma la lezione che questo scrittore tramanderà ai posteri, resterà quella del pudore espressivo, cioè una tecnica di scrittura originale e nuova.

(Il Messaggero, 21 novembre 1989)


ARCHIMEDE BONTEMPI
(1945-2010 / Consigliere per la Lega Nord del CGIE - Consiglio Generale degli Italiani all’Estero)
Tutta l’opera di Sciascia è un’opera letteraria che, descrivendone i meccanismi umani, demolisce la mafia come forma di potere politico deviato legato alla malavita. I suoi libri sono da leggere nelle scuole e da tenere sul comodino, sempre, anche se ciò dispiace ai nuovi codini di “La Repubblica” che una rivoluzione borghese non la vogliono, né la vorranno mai, perché minaccia i loro meschini privilegi.

(l’Indipendente, 12 gennaio 1994)


GIUSEPPE BONURA
(Fano AN 1933 - Milano 2009  /  Scrittore e critico letterario)
La morte di Sciascia, che aveva 68 anni, spalanca un grande vuoto nella letteratura, nella cultura e anche nella politica italiana, anzi europea. Un vuoto che non sarà facile colmare, data la eccezionalità e la singolarità dello scrittore siciliano. Sciascia non è stato soltanto un sagace narratore e un impareggiabile saggista. È stato anche e forse sopratutto, una coscienza civile di primissimo ordine, un moralista nel senso classico della parola. E non è un caso che talvolta il suo nome sia stato accostato a quello di Manzoni, non per affinità di poetica, che non ce ne sono, ma per la medesima passione nei confronti della giustizia umana, anzi dell’ingiustizia.

(LAvvenire, 21 novembre 1989)


MARIA BRANDON ALBINI
(Robbiate LC 1904 - Parigi 1995  /  Scrittrice italiana, naturalizzata francese)
Nel 1958 io mi occupavo, per la rivista di Sartre, “Les Temps modernes”, della sezione “Italia”. Fra i vari miei articoli di presentazione dei nostri giovani autori, fu pubblicato allora un mio breve testo sulle “Parrocchie di Regalpetra” dell’allora esordiente Leonardo Sciascia: tradussi nello stesso tempo per quella rivista alcune pagine di tale libro sul paese natale, Racalmuto, diventato nel volumetto pubblicato dall’editore Laterza, Regalpetra. L’autore, ancora maestro di una scuola elementare del suo villaggio, ma già promesso a un ottimo avvenire letterario, evocava i costumi tradizionali di quel paesetto che, al pubblico francese dei “Temps modernes”, rivelava un “fenomeno di esotismo meridionale”. Tra gli altri episodi da me tradotti, ricordo il seguente: ogni anno un mulo doveva entrare nella chiesa per deporre, dinanzi all’altare maggiore, il dono delle primizie (grano e frutta). Il vescovo tentò di proibire quel costume tradizionale, ma dovette rinunciare al suo gesto troppo moralistico per l’ambiente siciliano “paganizzante”. Infatti, i contadini scioperarono, rifiutando le consuete offerte rituali alla Madonna. E il vescovo capitolò.

(in Il sereno pessimista, a c. di Antonio Motta, Manduria TA, Lacaita, 1991)

 

GESUALDO BUFALINO
(Comiso 1920 - 1996 / Scrittore)
Mi vengono in mente mille tratti di umanità perché l’uomo Sciascia non era meno nobile dello scrittore, il suo cuore e la sua mente erano una sola armoniosa macchina di conoscenza e di vita. Spenti l’uno e l’altra, non ci rimane che cercarli sullo scaffale. È il solo conforto, ma non mi basta, non ci basta. Ci resterà la sua lezione di unire alle ragioni della ragione le ragioni del cuore: umanità e giustizia.

(in Malgrado tutto; poi in Ricordare Sciascia, a c. di P. Cilona, Palermo, Publisicula 1991, pag. 372)


ANTONIO  BUTTITTA
(Palermo 1933 / Docente di Antropologia nell’Università di Palermo)
Dagli insegnamenti che ho ricevuto da Leonardo Sciascia, essere parco nell’uso degli aggettivi e degli avverbi resta uno dei più decisivi. Mi è perciò difficile parlare di lui uomo e della sua opera, impedito in certo modo nell’uso degli aggettivi pur necessari.

(in Ricordare Sciascia, a c. di P. Cilona, Palermo, Publisicula 1991, pag.116)

 

DOMENICO CACOPARDO
(Rivoli TO 1936  /  Magistrato e scrittore)
Le storie di Sciascia rompono i limiti di ogni classificazione e sembrando gialle, raccontano la Storia.  I suoi romanzi storici, nel raccontarci la Storia, ci dicono l’Italia contemporanea.


ITALO CALVINO
(Cuba 1923 - Siena 1985)
“Sono stato il primo”, scrive Calvino alla redazione de L'Arc, “a leggere tutti i libri di Sciascia che me li inviava manoscritti: io li leggevo come lettore delle Edizioni Einaudi e come amico, per poi dirgli cosa ne pensavo. Rivedendo queste lettere tutte assieme, mi accorgo di avere quasi scritto un ‘Tutto Sciascia’ ”.

Nella prima lettera, del settembre 1957, Calvino esprime a Sciascia la propria opinione su una serie di racconti: Cronache Scolastiche, La Zia d’America, e La morte di Stalin. Dei tre racconti il migliore gli sembra La Zia d’America, pur annotando che si tratta di un prodotto di “scuola” e non di prima mano, derivando scopertamente da Brancati; ma è riuscito bene ed è divertente. In quanto a La morte di Stalin, è del parere che si tratti di un lavoro un po’ deludente.

La seconda lettera, del settembre 1960, è relativa al Giorno della Civetta. Sciascia ha ormai maturato quel suo stile che gli assicurerà il gradimento di critici e lettori. Calvino gli scrive: “Tu sai fare qualcosa che nessuno sa fare in Italia: il racconto documentario su un problema, fornendo un’informazione completa su quel problema con vivacità visuale, finezza letteraria, abilità, scrittura controllatissima, gusto dell’esperimento quel tanto che serve e non di più, colore locale quel tanto che serve e non di più, inquadratura storica e nazionale e del mondo intero tutto attorno che ti salva da un asfittico regionalismo e un’energia morale mai carente. Si legge d’un fiato”.

La terza lettera, datata ottobre 1962, è relativa al Consiglio d'Egitto. Il giudizio di Calvino è entusiasta. “Ho letto con grande piacere Il Consiglio d'Egitto. Tu hai saputo animare la ricostruzione di un clima e il caso di una mistificazione filologica rendendo vivi tutti i personaggi, conferendo loro realtà di esseri umani, ognuno col proprio mondo lirico-psicologico e soprattutto, rendendo  la complessità delle motivazioni di storia politica e di storia culturale. Hai saputo fondere la tua passione per l’esplorazione della storia locale col tuo gusto per la commedia satirica in un racconto costruito con grande talento, sia per la narrazione che per la rappresentazione didattica. Debbo muoverti, in maniera del tutto marginale, un solo appunto letterario. A un dato momento, tu cominci ad usare immagini moderne: l’attore di Broadway, Malraux,  Chaplin. Una nota falsa delle peggiori. Togli queste immagini moderne, insisto, che abbassano il livello della tua prosa, sempre controllata”.

La quarta lettera, datata ottobre 1964, è relativa al testo teatrale L'Onorevole: la storia di un professore di storia e letteratura che si lascia convincere dai politicanti e diventa onorevole della Democrazia cristiana, suscitando, però, l’indignata reazione della moglie che non sopporta i compromessi via via accettati dal marito sul piano morale. Il giudizio di Calvino è positivo, specialmente per quanto concerne la figura e il ruolo della moglie.
“Questa brava signora Assunta, che ci hai quasi nascosto per i primi due atti, deve adesso farsi portavoce delle tue proposte di saggista letterario sociologico della società di massa di riformatore giansenista. Un grave errore? Di sicuro; ma è proprio per questo errore che il pezzo vive e segna – al di là di ogni sacrosanta polemica civile – un progresso nella tua storia di scrittore e nella nostra comune ricerca. Tu sei un ‘philosophe’ più rigoroso di me, le tue opere hanno un carattere di battaglia civile che le mie non hanno mai avuto, esse hanno una loro propria univocità sul piano del pamphlet, così come sul piano favolistico, come tutte le opere di poesia, non possono essere ridotte ad un'unica forma di lettura.”

La quinta lettera, del novembre 1965, concerne il romanzo A ciascuno il suo. Il giudizio di Calvino è lusinghiero.
“Caro Leonardo, ho letto il tuo giallo che non è un giallo, con la passione con cui si leggono  i gialli, e in più il divertimento di vedere come il giallo viene smontato, anzi, come viene dimostrata l’impossibilita del romanzo giallo nell'ambiente siciliano. È insomma un ottimo Sciascia, che prende posto a fianco de Il Giorno della civetta e lo supera, perché ha in più l’ironia, perché la presenza del nume tutelare Pirandello non è affatto marginale. Perché si vede che viene dopo Il Consiglio d'Egitto. Sarà un libro che piacerà, e di cui si discuterà.”

L’ultima lettera è dell’ottobre 1974 ed è scritta da Parigi. Calvino esprime il suo giudizio su un nuovo lavoro di Sciascia.
“Caro Leonardo, ieri ho letto Todo Modo, todo modo, todo modo, dapprima un po’ irritato da questi preti da queste messe e da questa teologia, poi con passione, per il giallo e per il lato poliziesco e per la visione infernale dell’Italia democratica-cristiana che è la cosa più forte che sia stata scritta sull’argomento.  Questo è proprio il romanzo che occorreva  per dire che cosa è stata e che cos’è l'Italia democristiana, e nessuno è stato capace di scriverne prima di te. Anche questa volta, mi sono appassionato a ricostruire quello che tu lasci nell’ombra, cioè la soluzione dell’enigma poliziesco ed ho seguito con attenzione e divertimento l’intreccio delle citazioni letterarie e filosofiche (e col piacere supplementare di trovarmi quasi interlocutore diretto del rapporto Voltaire-Pascal) che, ancor di più che nel Contesto, mi sembra racchiuda la chiave decisiva.”

(Segno mensile, direttore Nino Fasullo n.209 , L. Sciascia luomo che non si stancò di ragionare, Palermo 1999, pag. 232)


FERDINANDO CAMON
(Montagnana PD 1935  /  Giornalista e scrittore)
Dimentico di sé: Leonardo Sciascia ci ha detto pochissimo sull’uomo Sciascia, lo ha rimosso, lo ha annullato. Con l’uomo, ha annullato anche la sua malattia, in pochi si sapeva che era entrato in clinica, che si faceva filtrare il sangue, che non ci vedeva più, che non riusciva a camminare.
Questo annullamento di sé era il lato eroico ma anche arcaico di Sciascia. Era isolato. Ma questa solitudine farà risaltare ancora di più la sua grandezza.

(Il Mattino di Padova, 21 novembre 1989)


FEDERICO CAMPBELL
(Tijuana, Messico 1941 - Città del Messico 2014  /  Scrittore e giornalista)
Leonardo Sciascia apparteneva a una specie di scrittori – nella tradizione di Voltaire – praticamente in via di estinzione. Riteneva che gli scrittori non avevano motivo di aggirarsi eccitati nel circo del potere e reputava salutare non frequentare la mensa del principe. Per questo, secondo Sciascia, gli intellettuali di regime, coloro che si prostituiscono al potere, sono “lo sterco della politica”, ossia il concime il fertilizzante che alimenta ogni  discorso.

(in Panta n. 27, Milano, Bompiani 2009)


MANLIO CANCOGNI
(Bologna 1916  /  Scrittore e giornalista)
“… Pasolini era piuttosto estetizzante. Nei ‘Ragazzi di vita’ non appariva questo aspetto morale. […] Quanto a Sciascia, mi stava antipatico. Ha scritto un paio di bei libri e poi si è messo a fare il moralista. Forse una scelta letteraria: non credo a un siciliano così indipendente e così giudicante”.

(Intervista di Gigi Riva intitolata “Sostiene Cancogni” in L’espresso, 19 agosto 2010)

 


MARCO CARAPEZZA
(Ricercatore nell’Università di Palermo)
C’è in Sciascia una forma di adesione a una religione civile che crede nella responsabilità verso le parole che si usano. E con responsabilità intendo qui il fatto che le parole usate, i discorsi proferiti, hanno delle conseguenze; dicendo qualcosa ci si impegna verso il mondo in cui si vive.


BRUNO CARUSO
(Palermo 1927  /  Pittore)
Di Sciascia si sente la mancanza tanto più ora, perché sui fatti di oggi, sul grande cambiamento, su “Mani pulite”, sui corrotti, un uomo della sua integrità, fortemente contrario ad ogni forma di carcerazione preventiva o di estorsione della confessione, avrebbe trovato parole e argomenti che ci avrebbero certamente illuminato.


RAFFAELLA CASTAGNOLA
(Lugano 1960  /  Critica letteraria)
Prima di morire Leonardo Sciascia riuscirà ancora a scrivere “Una Storia Semplice”, aperta da una citazione di Dürrenmatt, che assume il valore di una massima testamentaria: “Ancora una volta voglio scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia”.

 

FERDINANDO CASTELLI  S.J.
(S. Pietro di Carida RC 1920 - Roma 2013  /  Docente di letteratura e cristianesimo presso l’Istituto di scienze religiose della Pontificia Università Gregoriana)
È un libello (Todo modo,  N.d.R.) che, in sé, non meriterebbe una trattazione particolare, né stilisticamente né contenutisticamente aggiunge qualche cosa alla personalità dell'autore.
Crediamo opportuno parlarne [...] perché il libello rappresenta una sintesi del mondo di Sciascia [...], sia perché è atto di doverosa onestà critica denunziare le intemperanze e i qualunquismi e additare, infine, venature d’ordine religioso che possono essere significative in uno scrittore d’ispirazione illuministica. [...] Sarebbe ingiusto negare a quest’ultimo lavoro di Sciascia brillio d’intelligenza, capacità d’infondere ad avvenimenti di cronaca ampiezza di significati, sapore di stile e genialità di inventiva. [...] Ma l’elemento che maggiormente guasta il racconto è la mania d’una denunzia radicalizzata e sistematica che gli fa perdere ogni credibilità e serietà e gli conferisce una patina di presunzione che offusca la sua vena di humour e svilisce i suoi obbiettivi. C’è modo e modo di portare avanti una denunzia e una polemica. Quello di Sciascia sa di dilettantismo, di apriorismo e di battute ad effetto.

(In La Civiltà Cattolica - 1975 - poi in La profezia di Sciascia di Nico Perrone, Archinto, Milano 2015 - Pag. 53)


I suoi racconti  non sono certamente di vasto respiro, ma rivelano incisività e linearità di dettato, vivacità di struttura narrativa, gustosa caratterizzazione dei personaggi, stile incisivo, asciutto, colorito, classico. Il tutto esprime una vena di fresca libertà e un sottile senso ironico e umoristico. [...] Vivo e attuale perché ha concepito la letteratura come vita, in chiave etica, nella ricerca della verità e della giustizia sociale.

(In La Civiltà Cattolica - 1989 – “Post mortem” di Sciascia - poi in La profezia di Sciascia di N. Perrone, cit., Pag. 54)

 


CALOGERO CASTIGLIONE
(Racalmuto 1927 - 2012 /  Medico, amico di Leonardo Sciascia)
Una sera durante una nostra breve telefonata, fatta per lo più da silenzi, Nanà, capendo che la fine era vicina mi disse: «Alla Noce è tutto come allora, vero? Se puoi fai una passeggiata fingendo che io sia accanto a te. Chissà, magari ci torno davvero in campagna». Io restai in silenzio a lungo, avrei voluto dirgli che stavo tentando di predisporre ogni cosa ma temevo di illuderlo e a quel punto lui disse ancora: «Ma dai scherzo. O si passeggia insieme oppure non se ne fa nulla. Al momento dovremo accontentarci del telefono e delle nostre lettere, amico mio».

(in Amici per sempre di Daniela Spalanca, Mazara del Vallo, Libridine 2013 - Pag. 64)


LUIGI CATTANEI (1978)
(Critico letterario)
Lucidità, intuizione, prontezza nel cogliere (e fin nel precedere) il senso della nostra vita nazionale e del suo malessere, dal remoto osservatorio della provincia agrigentina, mi sembrano tratti rari e degni, tali cioè da proporre una lettura meditata delle sue opere, che non possono essere avvicinate, soltanto sulla spinta  della “fortuna” editoriale. Ma al di là del coraggio e dell’onestà intellettuale resta a mio avviso per buona parte ancora da scoprire più di un risvolto umano, letterario, siciliano, culturale di Sciascia.

(Leonardo Sciascia, Firenze, Le Monnier 1980)


ROSALIA CENTINARO SAVATTERI
Crediamo che nell’imminenza dell’involontario esilio da questa Terra quando lo scrittore lasciò capire ai suoi familiari quale epigrafe avrebbe voluto si apponesse sulla sua lapide, e cioè “Ce ne ricorderemo, di questo pianeta” il suo ricordo andasse alla Sicilia e, isola nell’isola, al suo paese, alla campagna della Noce, al mondo della zolfara, all’aula scolastica, al circolo della Concordia, laddove aveva avuto inizio la sua avventura di uomo e di scrittore. Questo amore per il suo paese, per la sua terra lo testimonia ancora la Fondazione che egli ha voluto a Racalmuto e che raccoglie quanto di più caro egli avesse: i suoi libri, quelli da lui scritti, e quelli da lui comprati e letti per amore di sapienza e conoscenza.


VINCENZO CERAMI
(Roma 1940 - 2013  /  Scrittore, drammaturgo, sceneggiatore)
La Sicilia ha perso la sua voce più casta, il cui tono appena sussurrato, quasi scettico, nascondeva un’ansia e una pazienza che solo i poveri conoscono. Leonardo Sciascia ha sempre fatto della povertà la sua poetica. E al contrario di molti scrittori siciliani, che alla miseria della loro terra oppongono una scrittura accademica, stentorea, o piaciuta, fatta di marmi e addobbi funebri, Sciascia scriveva con semplicità e chiarezza, in uno stile cristallino. Le sue pagine, luminose, acute, puntigliose, stavano sulle cose concrete, cercavano pretesto nella cronaca, nei fatti esemplari nei delitti comuni e politici, in quella parte terrena dell’esistenza dove l’uomo facilmente si sporca le mani. Sciascia cercava soluzioni ai misteri. Non certo per trovarla ma per raccontare un’iniziazione, il tragitto di un uomo nel suo viaggio più avventuroso, dentro la conoscenza.

(Il Messaggero, 21 novembre 1989)

MARTINO CIANO
(Tortora CS 1982  /  Scrittore e giornalista)
Allegramente recuperiamo e rileggiamo un grande della nostra cultura: Leonardo Sciascia, un illuminista, non un illuminato, che fa del sapere un'arma di denuncia, riscatto, di volontà di potenza e non di onnipotenza.

(In Leonardo Sciascia cronista di scomode verità, a cura di Martino Ciano,  Introduzione, PoetiKanten Edizioni, Sesto Fiorentino FI 2015, Pag. 4)


GIAN ANTONIO CIBOTTO
(Rovigo 1925  /  Giornalista)
Non era tanto “l’umor liberale e giustizialista” sottolineato dai suoi interpreti che mi piaceva, quanto lo spazio concesso ai sussulti della coscienza, ed il coraggio di attaccare senza reticenze i padroni d’ogni genere e tipo. Inoltre m’incantava lo stile della sua amicizia, sempre discreta, riservata, che per certi aspetti mi ricordava alla lontana Vitaliano Brancati, e si faceva viva nei momenti più impensati. Con un biglietto, una lettera asciutta, magari una telefonata durante gli approdi romani.

(Il Gazzettino, 21 novembre 1989) 


RITA CIRIO
(Autrice e critico teatrale)
In Sciascia trovai una persona amica straordinaria e poi, intorno a lui, una famiglia amica, a cominciare da Maria, sua moglie, una presenza discreta e fondamentale, colta senza bisogno di ostentarlo; affettuosa, attenta ai ricordi, nella calma della casa di Palermo, piena di libri, disegni, incisioni, conserva ancora, in un angolo del balcone di cucina un vecchio frigorifero panciuto, cimelio degli anni Cinquanta, cui è affezionata come a un vetusto animale domestico perché comprato con i primi diritti delle “Parrocchie di Regalpetra”.

(in Panta n. 27, Milano, Bompiani 2009)


ANDREA COCCIA
(Milano 1982  /  Laureato in letteratura italiana)
Vent’anni fa, a Palermo, si spegneva Leonardo Sciascia, una delle voci più limpide e precise del mondo intellettuale italiano dell’intero Novecento. Scrittore, giornalista e grande analizzatore di fatti. Sciascia è stato l’esempio, e per qualcuno lo è tuttora, dell’impegno civile dell’intelligenza umana alla ricerca e alla difesa del valore supremo della verità. Oggi, a vent’anni dalla sua morte, continuiamo vivere in un mondo dal sapore sempre più edulcorato, sempre più lontano dal gusto sapido che caratterizza la verità, è proprio per questo che ricordare il grande scrittore siciliano, oggi, vuol dire non solo rileggere le sue parole, le sue analisi, i suoi racconti, ma vuol dire prima di tutto, l’esigenza e la fedeltà al vero che ha sempre caratterizzato la sua vita, la sua professione.


MASSIMO COLESANTI
(Roma 1926  /  Docente di letteratura francese, stendhalista, scrittore, critico letterario, saggista)
… Sciascia non è uno scrittore che si adagi facilmente su luoghi comuni, su idées reçues, su vecchie impalcature storiografiche, ma verifica, seleziona, distingue, chiarisce a se stesso (ed anche questo è molto francese). Non accetta o mitizza in blocco, né si rifugia nel compromesso, ma accoglie o respinge, prende partito. Ama, adora, fino all’identificazione, e compiacendosi di questa identificazione o ammira, ma senza amore, o condanna senza appello, nel suo specialissimo e parzialissimo tribunale. Abbiamo tutti a mente quello che rispose ad una domanda di Ambroise su Dostoevskij: “Grande scrittore, ma non lo amo. Piccolo o grande che sia, uno scrittore deve essere fazioso. Chi ama Tolstoj non può amare Dostoeveskij, chi ama Stendhal non può amare Proust, chi ama Dante non può amare Petrarca”.

(“Testimonianza su Sciascia e Stendhal”, in Leonardo Sciascia. La memoria, il futuro - Almanacco Bompiani 1999, a c. di Matteo Collura,  Milano, Bompiani 1998)


MATTEO COLLURA
(Agrigento 1945 / Giornalista, scrittore, biografo di Leonardo Sciascia)
[Sciascia è stato] un “moralista” tra i più grandi che questo secolo abbia avuto in Europa.
Ma Sciascia – non dimentichiamolo – al di là di questa sua dimensione civile, è stato soprattutto uno scrittore. Capace, con la sua sapienza narrativa, di restituire il primato alla letteratura: come unica forma  di verità possibile. Con i suoi romanzi e racconti, con le sue “riscritture”, Sciascia ha detto più cose dell’Italia e degli italiani che non biblioteche di saggi messi insieme.

(Il Maestro di Regalpetra, Longanesi, Milano 1996)


VINCENZO CONSOLO
(Sant’Agata di Militello ME 1933 - Milano 2012 / Scrittore e giornalista)
Se ne va ora con lui, col nostro amato, grande Leonardo, prima che lo scrittore, l’uomo cristallino, onesto, coscienziale, l’uomo generoso; se ne va l’intelligenza più fulgida, la  volontà più forte. Ha lottato da sempre contro se stesso, contro la sua voglia di deporre la penna per scoramento, per disillusione, per pena, per dolore; deporre la penna di fronte all’imbarbarimento, la degradazione, lo spegnersi progressivo del senso dell’umano e della ragione. Ha lottato fino alla fine contro la realtà. Realtà che sempre più lo feriva, lo offendeva. Si è fermata ora la sua laboriosissima mano, il calore del suo generosissimo cuore, la vivida luce della sua straordinaria intelligenza. Restiamo oggi diminuiti, impoveriti. Ma ci restano in eredità, noi fortunati, le sue parole i suoi libri. Il suo Libro. Rileggiamolo sempre noi che l’abbiamo già letto; per trovare in esso nutrimento, insegnamento, forza, fiducia nel valore, nella dignità dell’uomo. Insegniamolo a leggere alle nuove generazioni se vogliamo che esse abbiano un futuro di civiltà, di dignità. Siamo più poveri, sì. E noi che malamente facciamo questo mestiere di scrivere, ci sentiamo oggi più caricati di responsabilità, più inadeguati.

(L’Ora, 20 novembre 1989)


RAFAEL CONTE
(Giornalista spagnolo)
Più di trent’anni fa – nel 1956 – apparve in libreria la prima opera di Leonardo Sciascia, uno sconosciuto maestro di scuola siciliana che già l’anno seguente non sarebbe rimasto tale. “Le parrocchie di Regalpetra”. S’iscriveva nella scuola del grande neorealismo italiano del dopoguerra, e integrava abbondanti dati autobiografici di un’infanzia sotto il fascismo e nel contesto sociale e culturale – e persino delittuoso, giacché faceva la sua comparsa la mafia – della grande isola mediterranea. Uno stile secco e vibrante e una rara capacità di sintesi davano al nuovo scrittore una voce così personale che non avrebbe tardato a imporsi del tutto. Trentatré anni dopo, Sciascia scompare forse con troppa rapidità nei confronti della buona salute della letteratura universale che ha tanto bisogno dell’eterno alito di indipendenza per poter continuare a significare ancora qualcosa per l’uomo contemporaneo. La lezione di Sciascia è che il linguaggio è eterno, e che i problemi dell’uomo anch’essi eterni possono continuare a raccontarsi al di sopra di tutto, al di sopra di quel linguaggio tanto brillante e decadente come corrotto e minacciato che sembra parlare più per se stesso che per gli altri.


GRAZIELLA CORSINOVI
(Ricercatore, Laboratorio di scrittura creativa)
Scrittore non integrato, e per ciò stesso scomodo, con la sua scomparsa Leonardo Sciascia ha determinato una perdita gravissima non solo per il mondo della cultura, ma soprattutto per la coscienza civile italiana.

 

ROBERTO COTRONEO
(Alessandria 1961  /  Giornalista, scrittore e critico letterario)
Un’altra conferma, un altro punto fermo, un altro libro (Leonardo Sciascia scrittore editore ovvero La felicità di far libri, a cura di Salvatore Silvano Nigro, Palermo, Sellerio 2003, ndr) che certifica, con una limpidezza illuminista assai rara, che genere di intellettuale e scrittore fosse Leonardo Sciascia. Un intellettuale europeo, curioso, coltissimo e spiazzante. Fu oggetto di continue polemiche in vita: per le sue opinioni sulla Sicilia e sulla letteratura. È oggetto oggi di un rispetto e di una considerazione che nonostante tutto non gli rendono giustizia. La sua estraneità a ogni ideologia imperante, il suo isolazionismo culturale, il suo gusto per il paradosso, il suo essere più vicino a Parigi piuttosto che a Roma o Milano lo hanno tenuto, nel bene come nel male, lontano dalla mappa più accreditata dei grandi scrittori del secondo Novecento letterario. Invece, sarebbe il caso di farsi una domanda. Ovvero se Sciascia non sia forse il più grande tra gli scrittori italiani di questo dopoguerra, e con Pier Paolo Pasolini la figura intellettuale più incisiva e irrinunciabile di questi decenni. La risposta non è facile. Lui silenziosamente si schermirebbe da simili domande. E la rilettura persino esagerata di Italo Calvino che in questi anni ha dominato storie letterarie e produzione critica ha rischiato di porre in secondo piano la figura di Sciascia…

(L’espresso, 25 aprile 2003)


BETTINO CRAXI
(Milano 1934 - Hammamet 2000  /  Politico)
Sciascia amava la verità, la ricercava la scriveva, era una coscienza libera che avversava il fanatismo e l’intolleranza. Aveva sentito il bisogno di scrivere la prefazione alla “Colonna Infame” di Manzoni. Ho avuto la fortuna, di avere Sciascia al mio fianco in alcuni momenti difficili della mia lotta politica.


JUAN CRUZ
(Giornalista spagnolo)
Leonardo Sciascia. […] si è spento domenica notte nella sua casa di Palermo posseduto dalla convinzione di Montaigne che egli stesso adoperò in alcune sue opere: «Vivere è prepararsi a morire». Il male incurabile di Sciascia, che passò «attraverso il calvario degli ospedali, e a che scopo». come disse egli stesso lo scorso maggio a Milano, portò alle estreme conseguenze la sua convinzione che «non è giusto prolungare l’agonia, e' meglio lasciate che le cose seguano il loro corso». Persino quando la medicina avrebbe potuto mantenerlo in vita, egli stesso era consapevole che i giorni non potevano essere infiniti, e forse fu questo profondo pessimismo ad accelerare in maniera implacabile la sua scomparsa.

(Nuove Effemeridi n. 9, Giugno 1990)


DAVIDE D’ALESSANDRO
(Casalbordino CH 1966 / Giornalista, dottore di ricerca)
Sciascia non ha mai lasciato la Sicilia se non per brevi periodi. La sigaretta perennemente tra le dita della sinistra, la biro tra quelle di destra, il quaderno su un tavolino scarno, ne ha raccontato le trame più oscure con una scrittura lucida, essenziale, ma piena di sapore esaltandone le ombre e i dolori, gli inganni e i disinganni, svelando i volti e le maschere degli uomini di potere, così ben dipinti con quel gusto amaro che attraversa le sue pagine, come la vita.


GUIDO DAVICO BONINO
(Torino 1938  /  Critico letterario, storico e docente universitario)
Leonardo Sciascia fu un intellettuale a tutto tondo, letterato estremamente colto e di respiro europeo, si sentiva un discepolo degli illuministi francesi del ‘700.


ORESTE DEL BUONO
(Marciana LI 1923 - Roma 2003 / Scrittore e critico letterario)
È il più grande che se ne va, un maestro per tutti noi. E lascia un vuoto molto più grande di quello lasciato da Pasolini. Sciascia non apprezzava molto Vittorini, eppure gli assomigliava molto, nel senso che ha insegnato a tutti noi una cosa a un tempo semplice e difficilissima: a decidere con la propria testa.

(Il Giornale di Sicilia, 21 novembre 1989)

 

RAFFAELE DELLA VALLE
(Aqui Terme AL 1939  /  Avvocato, politico)
Nel 1984 dopo “l’esplosione” del caso Tortora, Sciascia decide di entrare in politica ed entrando in politica comprende meglio quelli che erano prima soltanto delle idee e dei concetti o comunque dei principi, capisce in concreto come il problema della giustizia sia un problema essenziale per la società e comincia a comprendere come l’ordinamento giudiziario stia diventando non più ordinamento ma potere politico, o meglio contropotere politico perché tendente a colmare quei vuoti che si verificano talvolta in politica. Sciascia anticipa, esattamente di dieci anni, quello che poi si è verificato nel 1993 quando una parte del mondo giudiziario, trasformatasi in autentico potere, invade quello spazio che il potere politico aveva abbandonato; è il periodo parlamentare di Sciascia, in cui a proposito degli interventi più urgenti di cui il paese ha bisogno egli mette in evidenza proprio il problema della giustizia.


VINCENZO DE MARTINES (1966)
(Volturino FG 1923 / Gesuita, critico letterario)
Sotto il profilo letterario l’opera di Sciascia ha aspetti e pregi notevoli, i suoi racconti, è vero, non sono di respiro ampio, ma la incisività e la linearità del dettato, la vivacità con cui è portata avanti la narrazione, la caratterizzazione dei personaggi e, sopratutto, dell’ambiente siciliano valgono a collocarlo tra gli scrittori migliori e più rappresentativi di questi ultimi anni.

(in Leonardo Sciascia di L. Cattanei, Firenze, Le Monnier 1980, pag. 174)


ANNA DE ROSE MALZONE
Il primo profilo di Sciascia che viene fuori dalla lettura dei suoi articoli è quello di uno scrittore che crede nella libertà e nella giustizia, ma vuole essere anche un moralista, che inquietamente fruga nelle pieghe dell’anima alla ricerca di motivazioni dell’umano agire e sentire e arriva alla conclusione che, anche se tutto sembra essere bloccato, sigillato in una sua ancestrale immodificabilità, tuttavia è essenziale la fiducia nell’attitudine dell’uomo a comprendere e giudicare, a condannare la corruzione, la violenza e lo sfruttamento, come veri nemici, contro i quali ribellarsi e battersi sempre, in favore del progresso della giustizia e della verità. Il suo incoraggiamento è rivolto soprattutto a quanti lottano contro le sopraffazioni, le ingiustizie sociali e la mafia, mali di fronte ai quali Sciascia non smentisce mai le sue doti di osservatore lucido nella diagnosi e fermo nella condanna.

(Conoscere Sciascia, Salerno, Edilsud 1992, pag. 38)


ANTONIO DI GRADO
(Direttore letterario della Fondazione Sciascia)
Quello che mi ha sorpreso nei commenti “a caldo”, all’indomani della scomparsa di Leonardo Sciascia, è stata la prevalenza dell’elogio a denti stretti, conditi di italianissimi  “distinguo”, ruminato a malincuore da critici di pronto intervento e gazzettieri tuttofare che, diciamolo pure, non lo amavano affatto.

(L’Ora, 19 dicembre 1989)


GIANFRANCO DIOGUARDI
(Bari 1938  /  Docente del Politecnico di Bari, Presidente della Fondazione Dioguardi, giornalista)
Leonardo Sciascia l’illuminista cristiano. Tutti i suoi libri sono grandi opere letterarie, ma anche testimonianza della sua coscienza di uomo civile espressa sempre senza titubanze, per riproporre comportamenti di profonda saggezza agli uomini di buona volontà. I libri che scrisse, resi accattivanti dalle trame spesso “poliziesche”, si leggono d’un fiato per la loro perfetta orchestrazione e il lettore è trascinato verso le conclusioni quasi senza avere il tempo di respirare. Ma dopo aver chiuso il libro si ha immediatamente la voglia di riprenderlo per avviare quell’opera di rimeditazione e di interpretazione anche semantica che, leggendo Sciascia, viene talora spontanea e impellente.


VALENTINA FASCIA
(Dottore di ricerca in Italianistica all’Università di Napoli, autrice de La memoria di carta. Bibliografia delle opere di Leonardo Sciascia”, 1998 - Docente alla Scuola Militare Nunziatella di Napoli)
È straordinario accorgersi come il saggista Sciascia, oltre che il romanziere, sin dal suo primo capolavoro di ricostruzione storica (“Morte dell'Inquisitore”), sempre sul limitare della “verosimiglianza” di manzoniana memoria, riponga in ogni pagina, in ogni parola, in ogni concetto quella tensione verso la verità, verso la verità, alla luce abbagliante della dignità umana.

(in  Segno mensile, n. 209 Luomo che non si stancò di ragionare,  Palermo 1999 - Pag.92)

DOMINIQUE FERNANDEZ
(Neuilly-Sur-Seine, Francia 1929  /  Scrittore, saggista, membro dell’Academie Française)
«Questa specie di nave corsara che è stata la Sicilia, col suo bel gattopardo che rampa a prua, coi colori di Guttuso nel suo gran pavese, coi suoi più decorativi “pezzi da novanta” cui i politici hanno delegato l’onore del sacrificio, coi suoi scrittori impegnati, coi suoi Malavoglia, coi suoi Percolla, coi suoi loici cornuti, coi suoi folli, coi suoi demoni meridiani e notturni, con le sue arance, il suo zolfo e i suoi cadaveri nella stiva: affonda amico mio, affonda…» L’autore di questa definizione, Leonardo Sciascia, nato nel 1921 a Racalmuto un villaggio dell'interno della Sicilia, regge a meraviglia il confronto con un’illustre schiatta di scrittori, di cui è l’ultimo rappresentante. Verga, Pirandello, Tomasi di Lampedusa, Brancati, Vittorini.

(Nuove Effemeridi n. 9, Giugno 1990)

 

CARLO FIASCHI
(Membro della direzione editoriale della rivista di studi sciasciani TODOMODO; già Segretario dell’Associazione Amici di Leonardo Sciascia)
Un tema (quello del “sentimento e della coscienza religiosi” in Sciascia, ndr) arduo, per certi versi scomodo, passibile di dividere la critica più acuta, defilato rispetto ai temi individuali da sempre nell’opus sciasciano: verità, giustizia, potere, ragione… Un tema suggerito dalla considerazione che lo scrittore moralista Sciascia è stato codificato un po’ frettolosamente come ‘illuminista’ tout court, avendo eletto a numi tutelari Voltaire e Diderot, padri nobili di quella cultura. Un modello di riferimento che ha indirizzato lo scrittore a riprendere e a riportare nel suo tempo alcuni dei temi che hanno contraddistinto la spiritualità del movimento settecentesco: la lotta contro il fanatismo e l’intolleranza religiosa, il categorico rifiuto di ogni presupposto metafisico che mortifica la ragione e impedisce all’uomo di raggiungere libertà e dignità. Uno Sciascia ostile alla Chiesa concepita come istituzione, di cui detestava primariamente le manifestazioni ‘politiche’, refrattario alle verità dogmatiche, apportatrici di forme di oppressione, avverso ai riti religiosi che rasentano la superstizione e la magia. Uno Sciascia affascinato, è vero, dalla figura di Cristo, ma vissuto più come un Cristo «culturale , oltre che estetico e letterario», non il Cristo della Redenzione e della Salvezza.

(Dall’Introduzione  agli Atti del III Leonardo Sciascia Colloquium “Come al cancello della preghiera” - Sentimento e coscienza religiosi in Leonardo Sciascia”, in TODOMODO - Anno III - 2013)


Un classico ancora in fermento – tale è Sciascia – non può essere abbandonato come se il canone interpretativo fosse del tutto svelato. Nel progettare numero per numero le pagine di questo annuario, rileviamo continuamente quante scoperte emergono dalle ricognizioni di fogli semi sconosciuti, di testate di stampa praticamente ignote – ed ignorate – ampiamente utilizzati dallo scrittore fin dalle prime prove giovanili, con pagine di grande interesse disperse nel corso degli anni. Scoperte che procurano non solo nuove piacevoli letture, ma che stimolano e sollecitano reinterpretazioni ed approfondimenti critici.

(Dall’Editoriale di apertura di TODOMODO Anno III - 2013)


VITTORE FIORE (1955)
(Gallipoli LE 1920 - Capurso BA 1999  /  Giornalista e scrittore)
– Ho scoperto un nuovo scrittore (Sciascia, ndr)) –  Un altro? – Un grande scrittore – E chi è? – Fammi entrare e te lo dico.
Questo scambio di battute tra lo scopritore e lo scettico si svolgeva alle quattro del pomeriggio di non ricordo più quale mese dell’anno 1955 sull’uscio di casa di un giovane editore di Bari (lo scettico Vito Laterza).

(in Il sereno pessimista, a c. di Antonio Motta, Manduria TA, Lacaita, 1991)


LUCIANO FOÀ
(Milano 1915 - 2005  /  Critico letterario)
Leonardo Sciascia era una persona di una delicatezza, d’una gentilezza che raramente accade di incontrare. E l’amicizia crebbe grazie a questa sua facilità di rapporto, impareggiabile.

 
ENZO FORCELLA
(Roma 1921-1999  /  Scrittore, giornalista, storico)
Sciascia come romanziere, saggista, drammaturgo di fama e levatura internazionali. Ma Sciascia anche come uomo di grandi passioni politiche. Polemista, uomo di parte pronto a intervenire (e quasi sempre controcorrente in maniera da spiazzare gli avversari) su tutti i grandi temi della vita pubblica e insomma, come si diceva un tempo “intellettuale impegnato”. So bene che Sciascia avrebbe rifiutato una tale qualifica. Non negava, ovviamente, il suo impegno civile. Ma era fermamente convinto che esso non andava confuso con la politica. La politica non gli piaceva. Nei suoi riguardi provava addirittura disgusto.

(La Repubblica, 21 novembre 1989)


GIUSEPPE FRANGI
(Milano 1955  /  Giornalista)
Che avesse proprio ragione Leonardo Sciascia a puntare il dito contro l'intolleranza, male oscuro dell’“Italia felix” degli anni 80? Pare di sì, se un giudice, (Corrado Carnevale) colpevole di aver annullato sentenze nel pieno rispetto delle leggi, è sottoposto a un linciaggio morale e costretto di fatto al silenzio. Del resto Sciascia parlava a ragion veduta. Anche a lui, scrittore osannato, Nobel potenziale, era toccato da qualcosa di molto simile. Ripercorriamo quella storia. Gennaio 1987: sul “Corriere della Sera” appare un lungo “j’accuse” dell’intellettuale siciliano dal titolo “I professionisti dell’antimafia”. Nell’articolo Sciascia denuncia il ricatto permanente di chi, in nome di una patente antimafia, poteva permettersi di governare male una città o di amministrare indiscriminatamente la giustizia. Sciascia scrive, come suo costume, a ragion veduta: nell’articolo porta prove, nomi, circostanze precise. Il giorno successivo si scatena l’uragano. Gli insulti si sprecano, senza nessun problema di rispettare l’interlocutore, considerata quanto meno la sua autorità. “La Repubblica” titola in prima pagina: “Sciascia combatte ancora la mafia?” È un’insinuazione, pesante come un macigno. Ed è il “la” per il coro: l’articolo di Sciascia “ha il vago sapore di una delle più sofisticate forme di avvertimento mafioso”,  Sciascia è diventato “un quaquaraqua”, un uomo di “screanzata rozzezza” (comunicato del coordinamento antimafia), che fa “una gran pena” (Pansa). “Quel mafioso di Sciascia”  (è un il titolo de “L’Ora”, quotidiano filo Pci di Palermo). Conclusione logica: Sciascia è da “collocare ai margini della società civile”. Il sindaco Orlando, più platonicamente propone di rinchiuderlo nell’accademia “della lingua italiana”, là dove non ha più diritto di parola sul civile.

(Il Sabato, 25 novembre 1989)


FRANKFURTER RUNDSCHAU
(Giornale tedesco)
Questo siciliano è stato un severo moralista della giustizia negata, una incoraggiante voce ribelle che si levava contro la corruzione generale e la luce cattivante delle menzogne, nella letteratura e nella società. L’intelligenza europea ha perso una delle teste più brillanti, più caparbie, più disincantate.


MELO FRENI
(Barcellona Pozzo di Gotto ME 1934  /  Giornalista e scrittore)
Sciascia si è salvato, e ci ha salvato, dai deliri di Strindberg, dall’esistenzialismo di Sartre, dalla paranoia di Pavese, dal pessimismo di Camus, dalle gabbie di Bergman, Sciascia scrittore europeo, è scrittore laico del recupero religioso; e senza bisogno che si faccia il segno della croce, è il più grande scrittore moderno della pietà, come contraltare della sua rabbia.


VITTORIO FROSINI (1970)
(Catania 1922 - Roma 2001  /  Docente di filosofia del diritto e di informatica giuridica)
… Leonardo Sciascia, scrittore nato a Racalmuto, in provincia di Agrigento, nel 1921, e rimasto radicato nella sua terra natia, e costantemente fedele ad una sua tematica d’ispirazione locale tanto negli scritti d’invenzione fantastica quanto quelli di riflessione critica; ma che pure ha raggiunto vasta e solida fama nazionale, ed ha conseguito riconoscimenti critici di notevole importanza. L’opera di Sciascia può essere considerata, sotto l’aspetto che ci interessa, addirittura esemplare, giacché essa rappresenta come un processo di scavo, compiuto con tenacia, certo anche con sacrificio, nel sottosuolo della coscienza sociale della Sicilia contemporanea, per trarne alla luce le ragioni che la compongono, il nascosto minerale dell’anima, che si è venuto sedimentando e cristallizzando per generazioni, e che costituisce ora il sottofondo comune, tradizionale, solidificato della coscienza collettiva.


MARIO FUSCO
(Parigi 1935 - 2015  /  Italianista francese; traduttore, critico letterario, curatore di alcune delle più rilevanti edizioni o riedizioni di autori italiani in Francia; professore emerito di letteratura italiana presso l’Università Sorbonne Nouvelle Paris III; curatore dei tre volumi delle “Œuvres complètes” di Leonardo Sciascia pubblicate da Fayard; membro del Collegio di Direzione e Lettura di Todomodo, rivista internazionale di studi sciasciani dell'Associazione Amici di Leonardo Sciascia edita da Leo S. Olshki Editore)
Leonardo Sciascia, romanziere di talento aveva una predilezione per il racconto poliziesco, per il romanzo storico e per la ricerca erudita, non era un letterato confinato nella sua torre d’avorio. Sciascia è stato e rimane un maestro di riflessione, e la lezione del suo scetticismo è inesauribile. Ed è forse questo motivo che infatti disturbava, che continua a disturbare.

(in Leonardo Sciascia. La memoria, il futuro - Almanacco Bompiani 1999, a c. di Matteo Collura,  Milano, Bompiani 1998)


ALEJANDRO GANDARA
(Santander, Spagna 1957  /  Professore di storia, scrittore, giornalista)
Sciascia non aveva paura della morte, ma temette altre cose. In particolare, il deterioramento della cultura umana e della vita individuale. Sulla prima gravava la mancanza di memoria e l’impero dell’omogeneità, sull’altra il processo irreversibile del ridimensionamento della libertà e dei diritti. Questa visione del mondo, assediata da un sentimento di impossibilità e decadenza, fece sì che molti lo considerassero uno scrittore profondamente pessimista e realista. Non lo era. I pessimisti a oltranza non lottano, e i realisti giocano con le carte che gli altri distribuiscono. La pelle di Leonardo Sciascia non si adattava facilmente alle regole temporali del mondo. Andava contro di esse, amava la vita e sentiva solo la mancanza di un poco di senso in questo pozzo di confusione contemporaneo.

(Nuove Effemeridi n. 9, Giugno 1990)

FERNANDO GIOVIALE
(Catania 1947  /  Insegna storia del teatro e dello spettacolo all’Università  di Catania)
Uomo schivo e riservato, Leonardo Sciascia si è conquistato un posto di primo piano nella cultura italiana del secondo novecento per il rigore  con cui ha analizzato le contraddizioni della società e le inefficienze della classe politica dominante. Ma un posto ancor più significativo e duraturo Sciascia se l'è conquistato nel panorama della letteratura. I suoi romanzi e le sue brevi storie sono esemplari per l’essenzialità della loro intelaiatura narrativa e per la scrittura asciutta razionale, arguta.

(In Conoscere i protagonisti. Leonardo Sciascia, Giunti Lisciani editori, Teramo 1993)


GASPARE GIUDICE
(Canicattì AG 1943 - Palermo 2009  /  Politico e parlamentare)
Si muoveva fuori e contro l’arroganza. Non amava parlare male degli altri, e se lo faceva, lo faceva sornionamente, scherzando. Non conosceva la venalità né l’amore per il denaro. Professava l’onestà ed era onesto, amava la vita semplice e praticava, all’interno di un successo rumoroso, una specie di romitaggio caratteriale che lo teneva lontano da una società che non fosse fatta di amici, pochi alla volta.


FRANCESCO ALBERTO GIUNTA
(Paternò CT 1925  /  Poeta, scrittore, saggista e giornalista)
Ecco l’uomo che a qualcuno poté apparire anche di parte, ma in verità di grande spazio mentale. Era un realista pratico che poco concedeva alla retorica. Certo aveva le sue idee e le manifestava, ma non era gretto e poco gli interessava della critica e delle eventuali “stroncature” da parte di critici e letterati. Andava per la sua strada imbastendo storie tra il paradosso e l’invenzione. Sapeva raccontare, era un narratore fine e astuto.


ESTELA GONZÁLEZ  DE SANDE
(Docente di Lingua e Letteratura Italiana nell’Università di Oviedo)
Attraverso i libri, primi fra tutti quelli di Ortega y Gasset, (Leonardo Sciascia, ndr) inizia un viaggio intellettuale di avvicinamento verso la realtà ontologica, letteraria, storica e persino etnica, verso una cultura come quella spagnola, nella quale ravvisa una comunione di intenti, atteggiamenti, sintonia con il modo di concepire la letteratura, consonanze intellettuali, analogia di circostanze storiche, in definitiva, numerose affinità tra la Spagna e la Sicilia.

(Leonardo Sciascia e la cultura spagnola, Catania, La Cantinella  2009)


EMILIO GRECO
(Catania 1913 - Roma 1995  /  Scultore)
Esprimere un giudizio sulla sua grandezza di scrittore non è mio compito, ma forse non tutti conoscono abbastanza la sua dimensione umana: si può dire che grondi antica saggezza ed eccezionale sapienza. Vive nel suo alveo di Racalmuto, con qualche puntata in Francia, così schivo, e sembra incredibile che, in questo mondo frivolo e salottiero di lotte ed intrallazzi, abbia potuto raggiungere quella considerazione e quella fama nel mondo.

(Il Tempo, 10 novembre 1989 - poi in Il sereno pessimista a c. di Antonio Motta, Manduria TA, Lacaita, 1991 - Pag.88)


TANO GULLO
(Giornalista)
Un giorno Sciascia, come ogni giorno, passeggiando con il suo amico di sempre Stefano Vilardo, poeta di razza, gli riferì un colloquio avuto con Toto Bellomo, medico comunista. “Mi ha detto - raccontò lo scrittore - di stringere i denti e stare aggrappato alla vita, perché quello che esiste è tutto su questa terra, che dopo la morte non c’è nulla. E io gli chiesi: ma a te chi te lo ha detto? Può essere, e forse  così è. Ma potrebbe pure essere il contrario. Che ne sappiamo noi.”


OTTORINO GURGO
(Napoli 1940  /  Scrittore e giornalista)
Si spegneva con Sciascia, sul finire di quel 1989 così ricco di memorabili eventi, la voce di una grande coscienza civile, di un intellettuale autentico e “disorganico” capace di “contraddirsi”.  In tempi di transizione e d’incertezza, come quelli che viviamo, è proprio a uomini come Sciascia che bisognerebbe richiamarsi per ritrovare un punto di riferimento. Ma di Sciascia si parla poco.

(Sciascia, l’illuminista cristiano, Sulmona, Fondazione Ignazio Silone 2000)


LEONARDO GUZZO
(Giornalista, redattore della rivista mensile di cultura, costume e politica 50 & PIÙ)
Per chi riesce a coglierne tutte le sfumature, l’opera di Sciascia rappresenta un formidabile condensato dell’esperienza umana. Un viaggio dal particolare al generale, dalla Sicilia al mondo, dalle circostanze della storia alle pieghe dell’anima. Lo Sciascia dell’impegno civile e del rigore morale, dell’intransigenza e della vis polemica, dell’accuratezza formale e della perfezione stilistica. Celebrato all’estero, protetto dai compaesani, amato e odiato dai siciliani, perché della Sicilia mostrava le bellezze dietro le brutture, sapeva cogliere con precisione quasi infallibile il  carattere  il taglio di luce, il profumo dell’aria. Sciascia che visse da ateo (o almeno da scettico) e in punto di morte decide di partecipare alla “scommessa” di Pascal che alla sua adorata ragione segno e presidio dell’umanità più profonda volle infine riconoscere un fondamento divino.

CARLA HORAT ALBIERO
(Pittrice. Nata a Basilea, dal 1981 risiede a Palermo dove è docente di Tecniche dell’incisione presso l’Accademia di Belle Arti)
Con Lui vivo mi sentivo, a Palermo, di nuovo come a casa mia. E con la Sua morte “sola, perduta abbandonata - in landa desolata”, come piange Manon Lescaut nell’ultimo atto dell’omonima opera di Puccini. Indagare, scavare tra le minime pieghe della Sua espressione mi è stato di grande consolazione. Mi sembra di farlo rivivere nei miei occhi e negli occhi degli altri.


FRANCESCO IZZO
(Segretario dell’Associazione “Amici di Leonardo  Sciascia”)
Prolifico autore di articoli su quotidiani, testi, presentazioni, prefazioni, postfazioni, a corredo di cataloghi d’arte, cartelle di grafica, libri d’arte o edizioni con incisioni originali, Sciascia ha lasciato una mole considerevole di fogli sparsi che restituiscono un profilo sconosciuto al vasto pubblico come pure agli esegeti della sua opera letteraria.

(La memoria di carta. Bibliografia delle opere di Leonardo Sciascia, a c. di Valentina Fascia con scritti di Francesco Izzo e Andrea Maori, Milano, Edizioni Otto/Nocevento 1998)


GIOVANNA JACKSON
(Italianista americana)
Ai giorni d’oggi, mentre attraversiamo questa epoca soffocata da menzogne, da inganni, da travestimenti sul piano sociale, politico e morale, abbiamo sempre più bisogno di un uomo e scrittore che possa fare da guida. Abbiamo bisogno di rileggere tutte le pagine di Sciascia per tornare alla verità che il nuovo linguaggio, occulta e deforma. Leggere Sciascia è tornare alla concretezza, posare i piedi sulla terra ferma, dove la dialettica tra verità e menzogna rimane sempre chiara.  Rileggere Sciascia permette anche di trovare nuove strade per il futuro. Poiché Sciascia è inesauribile.

(Nel Labirinto di Sciascia, Milano, Edizioni La Vita Felice 2008, Collana Porte Aperte 10)


LINO JANNUZZI
(Grottella AV 1928  /  Giornalista, politico)
Ci sono molti modi per ricordare Leonardo Sciascia. Il modo più facile, ma anche il più banale e il più ovvio, è ricordare che era uno scrittore, un grande scrittore. Questo modo ce lo possiamo risparmiare: centinaia di migliaia di lettori, in Italia e fuori, lo sanno da un pezzo, e i più giovani e quelli che verranno dopo, lo scopriranno da sé senza bisogno di critici e di commemorazioni. C’è poi l’altro modo, quello impegnato degli “impegnati”, che si sono sprecati nell’appiccicare a Sciascia, da morto, le etichette che Sciascia ha sempre rifiutato da vivo: Sciascia illuminista, Sciascia garantista, Sciascia pessimista.
Il cosiddetto illuminismo, consistendo semplicemente nell’ostinato tentativo di Sciascia di ragionare e far ragionare, scontrandosi con i cretini e con i fanatici «che sono tanti e godono di una così buona salute non mentale che permette loro di passare da un fanatismo all'altro con perfetta coerenza, sostanzialmente restando immobili nell’eterno fascismo italiano». E il garantismo, parola ormai oscena e oscenamente usata per commemorarlo, consistendo per Sciascia nel suo disperato richiamo, rivolto a tutti e innanzi tutto a coloro che dovrebbero applicarle, al rispetto delle leggi. Quanto al preteso pessimismo di Sciascia, è qui che le commemorazioni si sono fatte più ipocrite e mistificatorie: non è che le cose sono pessime, hanno voluto dirci, ma era lui, poveretto, che le vedeva così. Ma per gli ottimisti o almeno per quelli di loro che non sono né cretini né fanatici, ci ha pensato lo stesso Sciascia a decidere come vuole essere ricordato (e non commemorato) e lo ha scritto nel testamento. È l’ultima cosa che ha fatto, gli ultimi giorni, con grande pena, e non solo per il male che era all’ultimo stadio. Ha raccolto sotto il titolo, appunto, “A futura memoria”, quel che negli ultimi anni ha scritto sui “delitti della giustizia”. Ed è stato rigoroso, come al solito e insolitamente duro nelle istruzioni lasciate agli esecutori testamentari: questi scritti, “questi e non altri”, ha lasciato nel testamento, vanno raccolti nel mio ultimo libro. Questi, ha scritto, e per questo voglio essere ricordato.

(Il Giornale di Sicilia, 21 dicembre 1989)


FRANK KERMODE
(Isola di Man 1919 - Cambridge 2010  /  Critico letterario e accademico britannico)
Leonardo Sciascia, è ora famoso in Italia e in Francia; consensi per la sua opera nel mondo anglofono sono tardati a venire, ma sono destinati a crescere. Come Faulkner o Lampedusa non si può pensare a Sciascia come romanziere di una sola regione limitata.

(in Il sereno pessimista, a c. di Antonio Motta, Manduria TA, Lacaita, 1991)


CECILIA KIN
(Mogiliov, attuale Bielorussia 1906 - Mosca 1992  /  Scrittrice russa)
Uno dei tratti a me più caro dello scrittore Sciascia, è la sua schiettezza morale, che si manifestava nel disprezzo per le mode e i salotti di un certo mondo culturale italiano. Schiettezza morale che ha fatto di lui un antifascista convinto ed un autentico democratico.

(La Stampa, 22 novembre 1989)


FRANCESCO LA LICATA
(Palermo 1957  /  Giornalista)
Leonardo Sciascia studiava e scriveva nella sua casa di contrada Noce nella campagna di Racalmuto che grazie al grande scrittore si è conquistata l’identificazione di “luogo della ragione”. Non aveva il telefono, e rifiutava la televisione. Eppure capiva di più di altri che frequentavano le metropoli europee.

 

CAMILLO LANGONE
(Potenza 1962  /  Giornalista)
La ricomparsa di Sciascia. Il grande scrittore siciliano è tornato: era morto, morto anche nel senso che i suoi libri giacevano inerti sugli scaffali, mentre adesso è vivo, le sue pagine si rianimano, nuovamente urgono. La prova di resurrezione è stata l’elezione di Mattarella figlio e fratello, Sergio: alla campagna di beatificazione di un uomo, di una famiglia, di una dinastia, si è opposto quasi solo un morto, però improvvisamente più vivo dei vivi, ovvero Sciascia che del Mattarella padre, Bernardo, si è scoperto che dubitava alquanto. La resurrezione completa, l’uscita dal sepolcro, è avvenuta con le novità giudiziarie su Ettore Majorana, lo scienziato inghiottito nel nulla nel 1938. Quindi mi sono andato a leggere (non a rileggere, non fingo di aver letto tutti i libri: a leggere per la prima volta) “La scomparsa di Majorana”, nei Classici Bompiani. Ho perso qualche ora di sonno e ho guadagnato grandi piaceri intellettuali: Sciascia è un gigante della scrittura, mette i brividi con una sola virgola. È talmente bravo che mi ha prodotto due reazioni opposte: voglia di rimettermi in letteratura, per emularlo, voglia di riaprire una vineria, per non disturbarlo (vorrei che pure Carofiglio leggesse Sciascia, che pure lui fosse tentato dal ripiegare sull’enologia). Grazie a Sciascia ho scoperto che Majorana era un genio, molto più genio di Fermi e pertanto il massimo genio scientifico di cui l’Italia anni Trenta disponesse. Majorana era uno che spiegava ai premi Nobel come fare certi calcoli, e poi buttava il foglietto perché a lui l’idea di vincere un Nobel giustamente faceva senso. Majorana era un giovane uomo religioso. Sciascia, sebbene poco mistico, individua nella fede cristiana del fisico nucleare la ragione della sua scomparsa: non voleva avere sulla coscienza Hiroshima, che già, grazie ai suoi calcoli, annusava. Alla fine del piccolo libro non si sa da che parte inchinarsi: verso lo scrittore ricomparso, o verso lo scienziato svelato? Comunque, inchinarsi.

(Il Foglio, 7 febbraio 2015)


SILVANA LA SPINA
(Galliera Veneta PD  /  Scrittrice)
Leonardo Sciascia, era integro e senza rancori, pronto a rischiare tutto per l’idea di verità (o la sua idea di verità) fedele di una unica religione, quella della giustizia. Che dunque visse e morì da laico, ma affascinato dalla fede di Pascal, per cui tutto è rischio. Anche Dio.


PIER FRANCESCO LISTRI
(Livorno / Giornalista, scrittore e regista radiofonico)
È facile, per geografia letteraria, inserire questo meridionale senza meridionalismi, nella tradizione colta italiana. Ma oltre Pirandello per trovargli dei padri, bisogna forse scavalcare i tempi e approdare alla “clarté” francese (di quegli scrittori tanto si nutri) e soprattutto all’illuminismo. Ma, solitario e originale senza volerlo, Sciascia era un illuminista amaro un uomo dei lumi animato di quella fortissima passionalità che si leggeva sul suo volto terreo, intransigente e sconsolato.

(La Nazione, 21 novembre 1989)


ONOFRIO LO DICO
(Joppolo Giancaxio AG 1939 - Agrigento 2007  /  Scrittore, poeta)
L’occhio dell’ultimo Sciascia ha l’altezza distaccata e critica dell’occhio di Dante, che, da un’altezza inattendibile, ci fa passare innanzi allo sguardo i movimenti degli uomini, e le ragioni di tali movimenti orientati tutti verso il “basso”.


FRANCO LOI
(Genova 1930  /  Poeta e scrittore - Genovese e milanese insieme)
Parlare di Leonardo Sciascia mi è difficile e mi è facile. Difficile perché l’ho incontrato una sola volta. […] L’incontro è avvenuto a Milano, in Borgospesso, propiziato da Domenico Porzio. Stranamente, la prima cosa che mi ha colpito è stata la fragilità.
Ne avevo un’immagine diversa dalle fotografie, e persino dai libri, in cui semmai ritrovavo l’intelligenza, l’ansia ragionativa, persino una freddezza del tutto estranea all’uomo che mi stava davanti. Subito rammentai un’osservazione di Tolstoj su Anton Cechov: «Quell’uomo ha un’intelligenza di cuore.». Ecco, questa specie di fragilità e di intelligenza mi hanno avvinto e stupito: un altro da te che senti profondamente come tuo prossimo, dunque, si può ancora amare l’uomo.

(Il Sole 24 Ore, 26 novembre 1989)

IURI LOMBARDI
(Firenze 1979  /  Fondatore e membro dei PoetiKanten Edizioni)
L'avventura letteraria di Leonardo Sciascia nel panorama culturale italiano ed europeo deve essere considerata una delle migliori prove di stampo liberale che l'Italia abbia mai avuto. È da intendersi che liberale qui si associa come sinonimo di illuminista, nel senso che il buon Leonardo guardava a certi autori francesi ed a una certa cultura settecentesca dal  gruppo dei Ideologues sino a Voltaire (di quest'ultimo in particolare) con assidua attenzione. Una attenzione sicuramente atipica che fa dello scrittore agrigentino da una parte uno dei capostipiti di un certo meridionalismo, dall'altra un apogeo, un esponente, uno dei pochi se non l'unico, ad essere definito europeo. Sta di fatto che le due matrici, sia quella meridionalistica sia quella europea convivono in Sciascia e danno equilibrio alla sua poetica.

(In Leonardo Sciascia cronista di scomode verità, a cura di Martino Ciano, PoetiKanten Edizioni, Sesto Fiorentino FI 2015, Pag. 92)


GIOVANNA LOMBARDO
(Docente presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Catania, saggista)
L’autorità e il prestigio di Sciascia negli ambienti editoriali crescono progressivamente, e tuttavia lo scrittore non diventa mai un funzionario di casa editrice, e non collabora mai con un solo editore o con un solo marchio. In questo modo, evita i compromessi cui intellettuali-funzionari hanno dovuto adeguarsi, non è costretto a mediare la propria idea di letteratura con gli orientamenti dell’editore e del mercato, e quando si presenta una situazione di conflitto, semplicemente esprime il suo disaccordo e si allontana.

(Il critico collaterale. Leonardo Sciascia e i suoi editori, Milano, Edizioni La Vita Felice 2008, Collana Porte Aperte 13)


LUCREZIA LORENZINI
(Docente di Letteratura e Filologia nell’Università degli studi di Messina)
La militanza nel PCI prima nel Partito Radicale poi, l’essersi occupato del fenomeno mafia aprendo un dibattito non ancora spento, la denuncia delle aberrazioni del sistema giudiziario di Enzo Tortora incriminato come “camorrista”, l’aver posto all’attenzione dell’opinione pubblica notizie scomode o scottanti, che il conformismo delle coscienze cercava di rimuovere, dimostrano l’impegno che il narratore, il saggista e il giornalista fanno emergere per la difesa dei valori umani e civili.

(La ‘ragione’ di un intellettuale libero.  Leonardo Sciascia, Soveria Mannelli CZ, Rubbettino 1992)


ANGELO LO VERME
(Zurigo 1964)
Sciascia ripercorre in questo romanzo (“Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia”) le delusioni del suo rapporto con il partito comunista, e in generale del suo rapporto di intellettuale in conflitto con quel mondo politico sempre più compromesso con gli inganni e le menzogne del potere.

(La mafia, la Sicilia e Leonardo Sciascia, Empoli, Ibiskos-Ulivier 2011)


EMANUELE MACALUSO
(Caltanissetta 1924  /  Politico, sindacalista, giornalista)
Sapevo che questo giorno (la morte di Sciascia) sarebbe arrivato presto. Avevo visto Leonardo Sciascia l’ultima volta, a casa sua, dieci giorni fa e l'ombra cupa della morte lambiva un uomo vivissimo, lucido, con una mente vigorosa e un’aggressività critica intatta. Con me c’era Antonello Trombadori, l’amico più caro degli ultimi anni, e quando ci ha visti ha avuto un momento di intensa commozione, singhiozzando. Alcune settimane addietro ero andato a trovarlo a Milano avevo notato la stessa commozione ma c'era, in lui, ancora la speranza di vincere il male, di continuare a combattere anche se veniva sempre meno la fiducia nei medici e nelle medicine. A Palermo, nella sua casa, con tutti i suoi cari e le sue cose, forse avvertiva più acutamente un distacco ormai inevitabile. Stentava ad alzarsi dalla poltrona, faticava nel fare ogni movimento essenziale e ci disse che ormai era stanco e non ce la faceva a continuare. Aveva ancora tante cose da dire. E sento già oggi che qualcosa mi manca e mancherà a tanti che con lui si sono incontrati e scontrati.

(L’Unità, 21 novembre 1989)


ANDREA MAORI
(Perugia 1960  /  Archivista, saggista)
L’intera opera di Leonardo Sciascia, di cui gli interventi politici sono parte integrante (purtroppo mai abbastanza in esame) sta lì a dimostrare, senza tema di smentite, come lo smascheramento della mafia, del palazzo, del potere siano una questione di metodo. Questo metodo consiste nell’applicazione del diritto in tutti i singoli, difficili, urgenti casi.

(Leonardo Sciascia. Elogio dell’eresia, Milano, Edizioni La Vita Felice 1995, Collana Porte Aperte 1)


CLAUDIO MARABINI
(Faenza RA 1930 - 2010  /  Scrittore, giornalista, critico letterario)
Sciascia non è stato soltanto uno dei maggiori scrittori dal dopoguerra ad oggi, ma anche una voce civile di notevole efficacia e acume. C’è stato un periodo, sino ad alcuni anni fa, che Sciascia interveniva spesso sull’attualità politica, ogni volta equilibrato e penetrante, coraggioso nel puntare sempre alla verità (o a ciò che ai suoi occhi appariva tale).

Con Leonardo Sciascia non è scomparso soltanto uno dei maggiori scrittori dal dopoguerra ad oggi, ma anche una voce “civile” di notevole efficacia e acume. C’è stato un periodo, sino ad alcuni anni fa, che Sciascia interveniva spesso sull'attualità politica, ogni volta equilibrato e penetrante, coraggioso nel puntare sempre alla verità (o a ciò che ai suoi occhi appariva tale). C’è stato, tutti lo ricordiamo, un momento politico preciso nella biografia dello scrittore di Racalmuto, coincidente con l’elezione nel consiglio comunale di Palermo a fianco del Pci e nelle file dei radicali in Parlamento; dopodiché il distacco dalla politica attiva si è fatto sempre più sensibile. E tuttavia la natura del moralista con precise opinioni ha seguitato a prendere voce. I temi generali della politica italiana, quello a tutti noto della mafia, che lo toccava così da vicino, lui siciliano e attaccatissimo alla storia e alle tradizioni dell’isola; in particolare i temi legati all’amministrazione della giustizia (magari intrecciati proprio al dramma ormai storico della mafia), così vivi nella sua recente narrativa: questi temi suscitavano i suoi interventi pubblici allo stesso modo che ispiravano la sua letteratura. Perciò dobbiamo affermare, nel momento della scomparsa, tanto più dolorosa che prematura […] che è stato un testimone, in qualche misura un nostrano profeta, a lasciarci.

(Gazzetta del Sud, 21 novembre 1989)

RENATO MARTINONI
(Canton Ticino, Svizzera 1952  /  Ordinario di letteratura italiana all’Università di San Gallo)
Qualcuno potrebbe chiedersi come mai Sciascia, e altri prima di lui, e altri dopo di lui, scelga il Ticino (viaggiando in treno perché, diceva, l’aereo ti fa precipitare da una civiltà all’altra, senza mediazioni). Le risposte possono essere e sono molteplici. Per la sua fama di terra ospitale. Per la sua vicinanza all'Italia: Milano, dove lo scrittore soggiornava spesso e volentieri, è a un tiro di schioppo, quaranta minuti di ferrovia bastano per attraversare la frontiera.

(in Troppo poco pazzi. Leonardo Sciascia nella libera e laica Svizzera, a c. di Renato Martinoni, Firenze, Leo S. Olschki Editore 2011, Collana Sciascia Scrittore Europe 1)


PAOLO MATTEI
(Cronista letterario)
«Il “giallo” presuppone l’esistenza di Dio. E l’esistenza di Dio… Ma fermiamoci qui.»
Chissà quanti si saranno riproposti d’interrogare Leonardo Sciascia sul seguito di quella frase, sul senso d’una sfida lanciata ad esplorare i limiti metafisici di quel genere letterario che proprio lui in Italia ha portato ai livelli più alti e raffinati della letteratura “tout court”. Non ce n’è stato il tempo. Sciascia se n’è andato, lasciandoci però i suoi libri, le moltissime pagine polemiche e pessimistiche di un “ottimista della cultura” che ha creduto sino in fondo all’utilità sociale del raccontare.

(Avanti!, 21 novembre 1989)


GIUSEPPE MAZZAGLIA
(Catania 1926  /  Scrittore)
Leonardo Sciascia mi ha lasciato buone cose. La sua scrittura sobria e intensa, il suo fare riservato, tutti gli episodi romani (il profumo di antiche trattorie), quella sua “grandezza” di essere umile, e affetto e ricordi. Ma sì, nel mio tempo conobbi Leonardo Sciascia, un maestro di stile, di coerenza e di orgoglio civile.

(in Panta n. 27, Milano, Bompiani 2009)

GIANLUIGI MELEGA
(Milano 1935 - 2014  /  Giornalista)
Sciascia non voleva essere un documentatore, voleva essere qualcuno che capiva che cosa era successo. Era come se vedesse in controluce che cosa era accaduto e di questo scriveva, parlava e questa è stata una azione civile e politica importantissima.

 


FRANÇOIS MITTERRAND
(Jarnac 1916 - Parigi 1996  /  Politico, Presidente della Repubblica Francese dal 1981 al 1995)
Ho appreso con infinita tristezza la notizia della morte di Leonardo Sciascia. Egli visse pienamente, senza risparmiarsi, la sua epoca, lottando ostinatamente per una certa idea dell’uomo.

(in Ricordare Sciascia, a c. di P. Cilona, Palermo, Publisicula 1991, pag. 65)


LORENZO MONDO
(Torino 1931  /  Critico letterario, scrittore, giornalista)
Leonardo Sciascia ci mancherà molto: i suoi lampi di ironia sul fondo severo e aggrottato del volto, le parole che si staccano lente, terrose, tra gli anelli di fumo della sigaretta. La sua vigile presenza di moralista tagliente, appassionato, intorno ai temi centrali della nostra vita associata (soltanto Pasolini seppe uguagliarlo), il lavoro di animatore culturale, e si pensi ai titoli incalzanti della collana “La memoria” nelle edizioni Sellerio. Soprattutto ci mancherà lo scrittore, quello che nasce nel 1956 con “Le parrocchie di Regalpetra”, il suo primo libro accettato.

(La Stampa, 21 novembre 1989)


INDRO MONTANELLI (1974)
(Fucecchio FI 1909 - Milano 2001  /  Giornalista e scrittore)
I suoi meriti letterari sono i soliti di Sciascia: acutissima penetrazione psicologica, scrittura asciutta, stringata, senz’adipe né cellulite, giudizi taglienti a bersaglio su uomini e cose, spietate diagnosi illuminate da lampeggiamenti di ironia. Io lo considero l’ultimo cui convenga il titolo di “Grande”.

(Il Giornale, 21 novembre 1989)


ALBERTO MORAVIA
(pseud. di Alberto Pincherle, Roma 1907-1990 / Scrittore e giornalista)
L’inchiesta del Vice (“Il cavaliere e la morte”) permette a Sciascia di darci una volta in più uno scorcio di descrizione della società siciliana, in pagine graffianti e ambigue, tra le sue migliori da ultimo. Ne viene fuori una piccola galleria di ritratti la cui fermezza moralistica lascia trasparire un’ironia sorniona tipicamente siciliana, in apparenza bonaria, in fondo micidiale, che ricorda un poco temi analoghi alle pagine di Lampedusa e Brancati. Certo c’è un crudele e compiaciuto pessimismo in Sciascia. Ma l’ottimismo, come sempre, va cercato nella scrittura.

(Corriere della Sera, 21 novembre 1989)


MARTA MORAZZONI
(Milano 1950  /  Scrittrice)
Quando i miei studenti di prima ragioneria, dopo aver letto loro in classe il racconto “Una storia semplice”, di Leonardo Sciascia mi hanno chiesto qualcosa di più preciso sull’autore, ho detto loro che Leonardo Sciascia, morto nel 1989, è amico di Alessandro Manzoni. Mi hanno guardato con curiosità, per quanto incerti delle mie parole. Anche nella loro imprecisa dislocazione temporale degli autori, nell’assenza di profondità storica in cui spesso si muovono, qualcosa non tornava nel computo delle date, e poi cos’è l’amicizia di due uomini divisi da un secolo? Ho spiegato loro che questi due uomini hanno condiviso lo stesso senso amaro della vita e un profondo amore per la verità, la giustizia e la ragione.

(in Panta n. 27, Milano, Bompiani 2009)


ANTONIO MOTTA
(Direttore Centro Documentazione Leonardo Sciascia)
Quando mi accade ora (e mi accade sempre più spesso) di pensare a Leonardo Sciascia, la mente corre ad un racconto: “Il cavaliere e la morte”, quasi che in quel libro vi fosse consegnato il mistero della vita e della morte.  Ed ogni volta ne ho una sensazione di serenità e di leggerezza.

(in Il sereno pessimista, a c. di Antonio Motta, Manduria TA, Lacaita, 1991)


CARMELO MUSUMARRA
(Catania 1918 - 2011  /  Professore di letteratura italiana)
Le verità di Sciascia sembrano lapalissiane, ma ciò è dovuto soprattutto al fatto che le sue storie sono quasi sempre vere, realmente accadute, e tra queste egli sceglie sempre quelle che, a suo giudizio, sono emblematiche per rappresentare un costume o un carattere della storia.  Dunque è un verista?  O un sociologo? O uno storico? È soprattutto un grande narratore, che comprende tutte queste cose insieme.

(La Sicilia, 28 dicembre 1989)


GIULIO NASCIMBENI
(Sanguinetto VR 1923 - 2008  /  Giornalista e scrittore)
Sciascia continuò a scrivere, a dispetto dei sintomi sempre più laceranti della malattia che lo avrebbe condotto alla morte. Nel nostro ultimo incontro, Sciascia camminava lentamente appoggiandosi ad un bastoncino nero. Accendeva, una dietro l’altra, le predilette sigarette inglesi “Benson & Hedges”. Pur essendo anch’io un fumatore, mi parve che esagerasse e glielo dissi. Con quella sua voce timida e sottile, mi replicò: E tu riesci a scrivere senza fumare?

(Corriere della Sera, 21 novembre 1989)

 

GIANNOLA NONINO
(Imprenditrice friulana, Cavaliere del Lavoro, contitolare della distilleria Nonino di Percoto, fondata nel 1897. Insieme al marito Benito, tra i soci fondatori dell’Associazione Amici di Leonardo Sciascia)
(Leonardo Sciascia e la famiglia, ndr) Rimasero a Percoto oltre due mesi, e per noi fu un’estate indimenticabile. Vivevano nella mia casa paterna: un’abitazione grande e fresca, con un bel giardino e l’orto, a loro completa disposizione. Si sentirono immediatamente di casa, e fra Leonardo e Benito (marito della Sig.ra Giannola, ndr) nacque un’affinità particolare. Al mattino Leonardo scriveva, il pomeriggio andava alla scoperta della nostra terra con la moglie e i nipoti. Molto spesso alla sera cenavamo assieme in giardino. Chi cucinava non era Maria (la moglie di Sciascia, ndr) bensì Leonardo […] Nel “rifugio” friulano vennero a trovarlo molti amici, fra i quali ricordo con grande piacere Emanuele Macaluso, Ferdinando Scianna e l’amico Matteo Collura. Una serata indimenticabile fu quella in occasione della visita di Claudio e Marisa Magris. Dopo cena Leonardo e Claudio conversarono per molte ore della grande letteratura del Novecento. Tuttora mi dolgo di non aver registrato quello splendido colloquio di questi due grandissimi maestri.

 

(Intervista di Lisa Gasparotto in Leonardo Sciascia e la Jugoslavia, a c. di Ricciarda Ricorda, Leo S. Olschki Editore, Firenze 2015 - Pag. 173)

 

 


MARCO NOZZA
(Caprino Bergamasco BG 1926 - Milano 1999  /  Giornalista, scrittore)
Si poteva anche non essere del suo parere. Ma non si poteva non rispettare la statura morale dell’uomo. Ci scuoteva. Ci teneva svegli. Era – ormai – la “coscienza” del Paese. Il suo libro, contestatissimo, sull’“affaire Moro”, Sciascia l’aveva fatto precedere da questa epigrafe di Elias Canetti: “La frase più mostruosa di tutte: qualcuno è morto al ‘momento giusto’ ”.  Leonardo Sciascia (il “Voltaire di Sicilia”, come lo chiamavano in Francia)  ci lascia – tutti – nel momento più sbagliato proprio mentre le insidie dell’anti-ragione incombono, sottili, perverse. Il suo testamento l’ha affidato all’ultimo libro, un’operetta scarna, di poche pagine. Si intitola “Una storia semplice”. L’ha scritta quest’estate, in pochi giorni, in un ospedale di Milano, battendo a macchina con un solo dito, con la malattia che lo incalzava.

(Il Giorno, 21 novembre 1989)


MASSIMO ONOFRI
(Viterbo 1961  /  Saggista e critico letterario)
L’intero universo narrativo e saggistico di Sciascia, dai suoi primi scritti alle celebri “Parrocchie di Regalpetra” (1956) a “Una storia semplice”, che assume i segni di un testamento etico e morale, emerge il profilo di uno scrittore ossessionato dall’irrazionalità del male, del meccanismo del potere, radicalmente scettico seppure non privo di religiosità. Legato come pochi altri alle vicende letterarie e civili del nostro paese.


PIERO OSTELLINO
(Venezia 1935  /  Giornalista)
… Sciascia non è solo un uomo libero. È anche soprattutto un uomo che difende la propria autonomia di pensiero, come i grandi moralisti francesi del Settecento. […] Sciascia è di un’altra pasta rispetto ai suoi detrattori, ai chierici del “pensiero totalizzante”. E per questo noi lo amiamo oggi come lo abbiamo amato ieri.

(in Il Maestro di Regalpetra di Matteo Collura, Longanesi, Milano 1996)


MAURIZIO PADOVANO
(Bagheria PA  /  Scrittore, insegnante di lettere)
Si sa che Sciascia, prima di essere un grande scrittore, è stato un grande, grandissimo lettore (e se tra le due cose non c’è, ovviamente, relazione di causa-effetto, non si può negare però che, negli esempi migliori, lettore e scrittore si fondano in un’unica erma bifronte). E da lettore attento e raffinatissimo ha fatto tesoro del monito borgesiano a crearsi i propri antecedenti, il proprio personale pantheon con nicchia (vuota) ritagliata su misura. Ma ha fatto anche altro: col semplice palesare le sue preferenze, ha innalzato anche un pantheon di scrittori a lui contemporanei o quasi, dal quale è inevitabilmente rimasto fuori chi del suo silenzio, o della sua scarsa attenzione, è stato oggetto.

(Segno mensile, direttore Nino Fasullo n.209 , L. Sciascia luomo che non si stancò di ragionare, Palermo 1999)


LANFRANCO PALAZZOLO
(Roma 1965  /  Giornalista di Radio Radicale)
Sono pochi gli intellettuali italiani eletti in Parlamento che hanno lasciato una traccia significativa negli archivi delle Camere, e Leonardo Sciascia è uno di essi.  Lo scrittore siciliano, forse più di tutti, ha consegnato alla storia italiana una riflessione profonda sulla crisi politica vissuta dal nostro Paese tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, testimonianza di un impegno che altri intellettuali hanno preferito eludere.

(Leonardo Sciascia deputato radicale 1979-1983, a c. di Lanfranco Palazzolo, Milano, Kaos Edizioni 2004)


GENO PAMPALONI (1979)
(Roma 1918 - Firenze 2001  /  Giornalista e scrittore)
E direi che lo Sciascia scrittore poliziotto, l’accanito pubblico accusatore delle colpe dei politici, è anch’egli uno scrittore dell’innocenza. È questo il suo paradosso cristiano che fa coinvolgente ogni sua pagina, vi nasconde un seme di allarme e di verità anche là dove ci sentiamo riluttanti a seguirlo nei suoi argomenti più deboli.

(Il Giornale, 21 novembre 1989)


GIUSEPPE PANELLA
(Benevento 1955  /  Docente nella Scuola Normale Superiore di Pisa)
Tutta l’opera di Sciascia si basa su questo assunto fondamentale: dare possibilità di espressione e di parola libera, aperta, senza timori e preclusioni alla verità dei fatti, che, se non è mai verità assoluta, quella che neppure Cristo seppe esibire compiutamente a Pilato, è l’unica cui gli uomini possano attingere.

(Segno mensile, direttore Nino Fasullo n.209 , L. Sciascia luomo che non si stancò di ragionare, Palermo 1999)


MARCO PANNELLA
(Teramo 1930 / Politico radicale, giornalista)
Sciascia è stato, è il più intelligente degli europei della politica e nella politica. Egli ha immortalato l’aberrazione mafiosa, per primo e praticamente solo, nella nostra letteratura e anche nella nostra vita civile. Con Sciascia ci lascia un uomo d’altri tempi, speriamo futuri.

(Notizie Radicali, 26 novembre 1989)


GOFFREDO PARISE (1979)
(Vicenza 1929 - Treviso 1986  /  Scrittore)
Di Leonardo Sciascia ho letto tutti i libri e quell’Affaire Moro che mi trova, per logica italiana, personalmente d’accordo. Li ho letti e ammirati, così come guardo con attenzione quella attività pubblica e politica molto originale che Sciascia va conducendo da alcuni anni a questa parte in modo particolarmente clamoroso. Spesso mi sono detto: Sciascia è uno scrittore politico, se scrittore, nel senso di artista, di inventore, si può dire di un politico italiano e se politico si può dire di uno scrittore…


ALFONSO PARISI
Penso che con la sua scomparsa, a Racalmuto si è spento un luminoso faro di luce.

(Racalmuto paese di Leonardo Sciascia, Caltanissetta 2000, pag. 180)


IL PARTITO RADICALE
Uno Sciascia ad uso e consumo del regime. A Racalmuto la Fondazione Sciascia ha organizzato un dibattito sul famoso articolo “I professionisti dell'antimafia” dello scrittore siciliano.
Il Corriere della Sera, La Stampa e L'Unità si affrettano a celebrare l’evento guardandosi bene, mentre ripropongono lo Sciascia comunista, dal menzionare “i peccati” e le “frequentazioni” radicali (deputato radicale dal 1979 al 1983 ed eletto al Parlamento europeo sempre nel 1979) dell’ormai “riabilitato” scrittore siciliano, offrendo una immagine totalmente travisata dello scrittore siciliano. Tocca a Sciascia la sorte beffarda già toccata a Moro, cui a Maglie è stato eretto un monumento con l'Unita in tasca, a Dossetti veltronizzato, Saragat commemorato da comunisti, post-comunisti e ulivisti, ed anche a Turati, che chiuso nella sua tomba al cimitero Monumentale di Milano e impotente a reagire, ricevette la visita di una delegazione del PDS guidata dall’ex DC e ex PSI Bassanini.

PIER PAOLO PASOLINI (1974)
(Bologna 1922 - Ostia 1975)
Questo romanzo giallo metafisico (scritto tra l’altro magistralmente, come diranno i critici letterali, perché “Todo Modo” è destinato a entrare nella storia letteraria del novecento come uno dei maggiori libri di Sciascia), è anche, credo, una sottile metafora degli ultimi trent’anni di potere democristiano, fascista e mafioso, con l’aggiunta finale di cosmopolitismo tecnocratico.

(in Panta n. 27, Milano, Bompiani 2009)


MICHELE PERRIERA
(Palermo 1937 - 2010  /  Scrittore e regista)
Sciascia per trent’anni era stato il profeta del pensiero laico. In nome di una morale razionale non aveva mai smesso di denunciare, nella storia e nella cronaca, la corruzione. E sempre lo aveva seguito una folla di lettori, di giornalisti, di politici. Per trent’anni essi ne avevano condiviso i giudizi e gli umori; ne avevano esaltato la lungimiranza; erano corsi da lui come alla fonte morale di ogni civile “cambiamento”. La sua percezione del mondo era divenuta, nel variegato orizzonte laico, una stella polare. E le sue opinioni – che interpretavano spesso fulmineamente gli umori più diffusi – si diffondevano ogni volta come per contagio.

Leonardo Sciascia era lui stesso vicino a morire quando scriveva “Il cavaliere e la morte”.
Appena un anno e si sarebbe spento. Nel 1988, quando narrava gli ultimi giorni del Vice – il protagonista del racconto – era lui stesso tormentato da dolori lancinanti, anche lui sapeva forse che il suo male era incurabile. E certo era molto deluso e già estenuato dal clima politico italiano, che di sicuro sentiva saturo di inganni e aberrazioni.
Anche lui, dunque, come il Vice si sentiva “sbarcato in un’isola deserta”. Il grande cavaliere di una scrittura consacrata al sociale soffriva anche lui di una fredda e sdegnosa solitudine. Anche lui, come il Vice, si ritrovava in un bosco spiritato dove il mondo degno d’essere vissuto appariva quanto mai remoto e irraggiungibile. Lui Leonardo Sciascia, il più amato fra gli scrittori italiani del secondo novecento; l’unico che potesse contendere a D’Annunzio il primato del più ammirato del secolo.

(Segno mensile, direttore Nino Fasullo n.209 , L. Sciascia luomo che non si stancò di ragionare, Palermo 1999)


FAUSTO PEZZATO
(Giornalista)
Pessimista illuminato, dissenziente fisiologico, oppositore per vocazione, oggi si accumulano sul cadavere ancora caldo di Leonardo Sciascia, assieme ai grandi meriti letterari che gli spettano, anche riconoscimenti che potrebbero stravolgere il senso della sua vita e della sua opera. Pur considerando le esigenze della liturgia, il Palazzo dovrebbe contenere le proprie emozioni e resistere alla tentazione di trasformare Sciascia morto in ciò che davvero non fu: uno scrittore di regime.

(La Nazione, 21 novembre 1989)


GUIDO PIOVENE (1963)
(Vicenza 1907 - Londra 1974  /  Scrittore e giornalista)
La parte più compatta delle “Parrocchie di Regalpetra” è quella intitolata “Cronache Scolastiche”.
Questo blocco di pagine, in cui non soltanto, lo stato di abiezione fisica, ma anche l’indigenza morale dei piccoli allievi è detta e documentata calcandovi per farne un capo d’accusa alla “Italia ufficiale”, sono certo tra le migliori, più sincere e più energiche, uscite in Italia dopo la guerra.


ONOFRIO PIRROTTA
(Palermo 1941 -Tricesimo UD 2012  /  Giornalista)
Era un uomo molto generoso, Nanà. Non permetteva mai a nessuno di pagare i pranzi da Fortunato. Certo coi soldi delle sue opere e dei suoi articoli ci viveva e cresceva bene le sue figlie. Ma non era attaccato al denaro. Anzi: riteneva “scandaloso” che il “Corriere della Sera” lo pagasse un milione , un milione e mezzo di lire, per un elzeviro. Tanto era disinteressato, Leonardo, che pochi mesi prima di morire rifiutò un’offerta di ben cinque miliardi di lire dalla Mondadori per la cessione dei suoi diritti d’autore. “No – aveva risposto lo scrittore – preferisco continuare a pubblicare liberamente dove mi sembra opportuno. Non è una questione di soldi”.
Fumava come un turco, una sigaretta via l’altra, Benson & Hedges (se gli si chiedeva quanti pacchetti al giorno, rispondeva: “Non lo so”, ed era vero. Non riusciva a tenere il conto). Cominciò a fumare a sedici anni, per farsi notare da una ragazzina (bionda esile, con le treccine) per la quale aveva preso una cotta. Poi continuò perché era un gran timido, e come si sa le sigarette aiutano. E non smise più.
Ci manca Leonardo Sciascia. Sono vent’anni che ci manca, chissà cosa avrebbe detto, cosa avrebbe scritto, l’eretico, l’anticonformista, il grande scrittore europeo delle terribili vicende di tangentopoli e dei suicidi a ripetizione degli indagati. E dell’avvento di  Berlusconi. E della fine dei comunisti, che non si chiamano più così e per sopravvivere hanno fondato un nuovo partito con i cattolici ma non riescono a trovare né una linea politica né un leader degno di questo nome. E Berlusconi è davvero un uomo pericoloso addirittura come Mussolini?  E oggi la libertà di stampa è davvero in pericolo? Ed è giusto o sbagliato guardare dal buco della serratura del Presidente del Consiglio? Con la sua autorevolezza, con il suo indiscusso magistero, sono sicuro che almeno ci avrebbe aiutato a diradare le nebbie in cui siamo avvolti da tempo.
Ciao Nanà.
Voglio chiudere questa nota con una sua poesia, brevissima e leggera come un haiku:
LA FONTANA E LA LUNA?
La fontana ha chiamato le case
A un sonno lieve
E la luna
All’amore della fontana
(da “La Sicilia, il suo cuore”, Bardi - Roma 1952)


DOMENICO PORZIO
(Taranto 1921 - Cortina d’Ampezzo 1990 / Scrittore e critico letterario)
Il valore dell’uomo sempre riflesso nell’opera, aveva fatto di lui uno dei più grandi scrittori del nostro tempo. Oltre alla sua straordinaria intelligenza narrativa, il suo più grande merito è certamente quello di avere trasformato il racconto poliziesco, che è una delle forme narrative più moderne, in arringa politica e morale. Proprio questa straordinaria invenzione, ha fatto di lui uno scrittore internazionale.

(La Gazzetta del Mezzogiorno, 21 novembre 1989)


GIAN PAOLO PRANDSTRALLER (1964)
(Castello di Godego TV 1926 / Docente universitario, scrittore e critico letterario)
Leonardo Sciascia è uno dei pochi scrittori contemporanei per cui l’intellettuale abbia, nel racconto, una funzione positiva.  Ed in ciò il nostro autore va, si può dire, à rebours rispetto alle grandi correnti letterarie dell’irrazionalismo e dell’esistenzialismo che hanno ridotto l’intellettuale ad accettare la propria impotenza.

(in Leonardo Sciascia di L. Cattanei, Firenze, Le Monnier 1980, pag. 176)


ELDA PUCCI
(Trapani 1928 - Palermo 2005  /  Sindaco di Palermo dal 1983 al 1984)
Sciascia amò disperatamente la Sicilia e ne divenne la voce, la testimonianza sofferta, al punto di esporsi a giudizi lesivi della sua  dignità: era un libero pensatore, abituato a discutere senza remore, non immaginava che il degrado fosse tale da considerare una opinione qualcosa da colpire ed emarginare da mettere al rogo. Con l’assenza di Sciascia, la Sicilia non ha più la sua voce della coscienza.

(Il Giornale di Sicilia, 21 novembre 1989)


IVAN PUPO
(Critico letterario, ricercatore di Letteratura Italiana contemporanea nell’Università della Calabria)
Per capire l’opera di Sciascia nella ricchezza delle sue implicazioni, non si può fare a meno di tener conto della sua collaborazione a piccole e grandi testate, di una folta pubblicistica solo in parte confluita in volume, trascurata, se non del tutto ignorata dalla critica.


PHILIPPE RENARD
(Scrittore francese)
Dal 1956 Sciascia scrive libri che sono la metafora dei problemi siciliani, italiani ed europei, problemi che si pongono a lui e ai contemporanei, e la sua visione si amplia e si approfondisce via via, da un’opera all’altra. I tormenti dei letterati su ciò che si deve dire, o che non si deve dire, nella repubblica delle lettere, non lo preoccupano, per cui nel suo paese è diventato - col suo dubbio sistematico - un sistematico “guastatore”, in modo forse più serio di quanto non lo sia stato Pasolini, visto che rifugge da ogni atteggiamento da cui possa trarre vantaggio.

(in Leonardo Sciascia, la memoria, il futuro - Almanacco Bompiani 1999, a c. di Matteo Collura, Milano Bompiani 1999)


BARTOLOMEO ROMANO
(Palermo 1964  /  Giurista, ordinario di diritto penale università di Palermo)
Di fronte a uomini come Leonardo Sciascia, l’università si trova quasi a disagio ed in imbarazzo: Sciascia non si laureò mai, ma ora le sue opere sono oggetto di studio da parte di professori e studenti.


LALLA ROMANO
(Demonte CN  1906 - Milano 2001  /  Scrittrice)
Era un sostegno pensare che esisteva, non solo per la sua arte, grandissima, ma per la sua moralità, per l’intelligenza.  Sciascia aveva una linea di purezza, e oggi, purtroppo si può dire così di pochi. Ci siamo incontrati alcune volte, di rado, ma ne ho ricordi bellissimi. E oggi che non c’è più, non parla più… Provo un dolore indicibile.

(L’Ora, 21 novembre 1989)


FRANCESCO ROSI
(Napoli 1922  - Roma 2015  /  Regista e sceneggiatore)
Quando un uomo lascia il vuoto che ha lasciato Leonardo Sciascia come creatore, come pensatore, come riferimento morale, come amico, per chi lo ha conosciuto da vicino e lo ha amato e ne ha sentito la presenza affettuosa in tante occasioni, una Mostra (fotografica su di Lui) come questa è il modo più giusto per continuare a sentirselo accanto vivo e immortale. Sciascia ci ha raccontato vent’anni fa, tutto quello che sta succedendo oggi.

(in La Sicilia, il suo cuore, Fondazione Leonardo Sciascia, Palermo 1992, pag. 51)


OTTAVIO ROSSANI
(Sellia Marina CZ 1945 / Storico e scrittore)
Lo dico con il maggiore distacco possibile, ma per mia necessità. Ho amato Leonardo Sciascia quando era  vivo, come uomo con i suoi carichi silenzi, per le sue traumatiche riflessioni, con la sua dolente, elegante e tagliente ironia. E come scrittore: secco ed essenziale, semplice e razionale, realistico ma anche evocativo e metaforico. Sempre più limpido un libro dopo l’altro.

(Leonardo Sciascia, Rimini, Luisè 1990, pag. 11)

 

ROBERTO ROVERSI
(Bologna 1923 – 2012  / Scrittore, poeta, giornalista e libraio)
[...]
Sto leggendo il tuo libro (Le parrocchie di Regalpetra, ndr), che amabilmente mi hai fatto spedire dalleditore; e lo trovo sorprendente, vivo: un libro, direi, di carne e di sangue; e non di fango. E poi scritto con l’arte che “fa vedere” e intanto, anche, capire. Sono al punto dello “scioglimento del consiglio comunale” e mi par d’essere nel vivo di una azione vera, alla quale anch’io “debbo” partecipare. Non so se riesco a farmi intendere. Desidero che tu senta in che modo leggo, e come il mio giudizio non sia amichevole o convenzionale, ma autentico.
Hai scritto un libro assai bello (posso dirlo fin d’ora) e, soprattutto, utile. (E questo, questo, solo questo conta, oggi: per tutti).

(Lettera datata Bologna, 20.3.1956 - in Roberto Roversi - Leonardo Sciascia, Dalla Noce alla Palmaverde, a c. di Antonio Motta, Pendragon, Bologna 2015 - Pag. 150)


GIAMPAOLO RUGARLI
(Napoli 1932 - Olevano Romano RM 2014  /  Scrittore)
Non seccherà più. Spero di no, ma è possibile che questo impietoso pensiero abbia sfiorato la mente dei tanti avversari di Leonardo Sciascia, adesso che i suoi occhi si sono chiusi per sempre.
Nessuno come Lui è riuscito ad attirarsi tante ostilità e, quel che è più sorprendente, a volta a volta nel campo che, in occasione della precedente sortita, sembrava gli fosse favorevole: forse era affetto da inguaribile spirito di contraddizione o forse tentava di essere semplicemente un uomo libero e imparziale, un giusto. Ma si sa, questa professione da noi è quasi sconosciuta.

(Corriere della Sera, 21 novembre 1989)


CARLO SALINARI
(Montescaglioso MT 1919 - Roma 1977  /  Docente universitario e critico letterario)
Leonardo Sciascia è, a mio parere, il migliore narratore italiano della generazione di mezzo (quella per intenderci che ha da poco superato i quarant’anni) e per di più è l’unico a non mostrare segni di stanchezza o di involuzione. Questo probabilmente si deve al fatto che ha continuato per la sua strada senza lasciarsi fuorviare dalle noie, senza temere di non restare sulla cresta dell’onda perché estraneo a certi chiassosi circoli letterari. (1966)

Le componenti della ispirazione di Sciascia sono diverse: predomina la ironia, con la quale egli segue i fenomeni di trasformismo tipici della società italiana (e meridionale in specie) nei periodi di trapasso e l’ondeggiare e il formarsi delle opinioni del ceto-medio piccolo-borghese… Accanto a questa componente ironica –  e intrecciata con essa – vi è la simpatia umana per la sua terra e la povera gente e i costumi e i pregiudizi e i sacrifici e le semplici gioie del popolo. E infine uno scontroso pudore per gli affetti più intimi, un pessimismo fondo che pure nasconde una speranza, un ideale di uomo fatto di coscienza, di serietà, di severità morale, di sobrietà nel comportamento…

(Giudizio critico del 1960 sui quattro racconti de Gli zii di Sicilia, poi in Leonardo Sciascia e la Jugoslavia, a c. di Ricciarda Ricorda, Leo S. Olshki editore, Firenze 2015 - Pagg. 179-180)


GIUSEPPE SALTINI (1978)
(Borgo Giannotti LU 1942 - Roma 2010  /  Scrittore)
… Avanza il nostro uomo di lettere con un tomo di Voltaire nella sinistra e le massime di Charles Auguste Dupin infilate nel panciotto. Abile discendente dell’illuminismo, procede nella verbosa foresta di segni, attento ad ogni singola parola e allocuzione, soppesando gli incisi, rilevando contraddizioni, in breve aprendosi un varco tra le più infide, spesso interessate interpretazioni (di quei comunicati e quelle lettere)… A conferma della propria immagine Sciascia qui si vuole scrittore ancora più aguzzo e civile, proteso a valutare il peso di concretezza contenuto nei fatti, di proposito distorti da strumentalizzazioni assai perverse, mascherati da imprevidenti e frettolosi commentati.


PIERO SANAVIO
(Padova 1930  /  Scrittore, saggista)
Scriveva i suoi libri l’estate perché diceva, «è la sola stagione in cui mi lasciano in pace».
La consuetudine era cominciata negli anni in cui era ancora costretto alle “corvées” dell’insegnamento,  maestro contraddittorio, tormentato: sapendo ciò che succedeva ai suoi alunni, quando uscivano da scuola. Che se ne facevano quei figli di mezzadri o calzolai, senza futuro, dell’“Iliade e l’Odissea”, delle storie della patria unità, di tutta la retorica contenuta nei sussidiari?  E d’altra parte: come si faceva a non insegnare certe cose?
Le amarezze gli si dipingevano sul viso.

(Avanti!, 21 novembre 1989)


GAETANO SAVATTERI
(Milano 1964  /  Giornalista e scrittore)
Sciascia amava la sintesi, perché nell’abbondanza delle parole la chiarezza si smarrisce. Conosceva la. fatica e il rigore necessari alla sintesi e alla chiarezza, adottati anche nella sua Relazione di minoranza a conclusione dei lavori della Commissione parlamentare sul sequestro e sull’omicidio di Aldo Moro.

(“La campagna dove tornano le lucciole, malgrado tutto” in L’uomo solo. L’Affaire Moro di Leonardo Sciascia, a c. di Valter Vecellio, Quaderni Leonardo Sciascia 7, Milano, La Vita Felice 2002)

 

GIORGIO SAVIANE
(Castelfranco Veneto TV 1916 - Firenze 2000  /  Giornalista)
Leggevo Sciascia con grande interesse e ne apprezzavo anche le sue battaglie politiche perché erano compite e non esagerate come, invece, fanno certi intellettuali che vogliono farsi notare.

(La Nazione, 21 novembre 1989)


GIUSEPPE SCARAFFIA
(Torino 1950  /  Ricercatore di letteratura francese)
Il suo ultimo libro “Una storia semplice”, concepito in un soggiorno in clinica, avrebbe dovuto essere, spiegava con una punta di  nostalgia, molto più vasto e intricato. Ramificazioni contorte quanto le trame della mafia avrebbero ricoperto per lo meno trecento pagine. Poi aveva capito che non avrebbe avuto il tempo di svilupparlo a fondo e in una quindicina di giorni aveva partorito il più sobrio e terso dei suoi racconti, in cui aveva ritrovato la trasparente prosa e l’immediato trapasso della cronaca in arte delle prime opere.

(Il Messaggero, 21 novembre 1989)


JEAN NOËL SCHIFANO
(Scrittore e intellettuale francese, traduttore tra gli altri di Eco, Svevo, Savinio)
Partito da Pirandello e dalla Sicilia, Sciascia ha portato più in alto e più lontano il suo sguardo: ha ritrovato e trasporto nelle sue opere la ragione del secolo degli illuministi rischiarando, con i suoi gialli metafisico-politici, questa oscura, convulsa, catodica fine di secolo. […] «Credo – disse una volta – che la differenza tra me e gli altri, tra me e i più grandi scrittori siciliani, stia nella mia formazione assolutamente laica, e più che di formazione sarebbe meglio parlare di istinto. Io non arrivai ad aver paura di Dio e dell’inferno a dieci anni, non riuscivo ad essere fascista a quindici, quando tutti i ragazzi della mia età lo erano, e con entusiasmo; allo stesso modo non sono mai riuscito a diventare veramente comunista».

(Le Monde, 21 novembre 1989, poi in Nuove Effemeridi n. 9, Giugno 1990)


FERDINANDO SCIANNA
(Bagheria PA 1943  /  Fotografo)
Tra “Il giorno della civetta” e “Una storia .semplice” passano ventotto anni, gran parte degli anni creativi della vita di Leonardo Sciascia. Vita troppo breve, sopra tutto per chi, avendolo amato, a vent’anni dalla scomparsa, non si rassegna  alla sua assenza. “Una storia semplice” è l’ultimo testo narrativo di Leonardo Sciascia, esce in libreria il giorno stesso della sua morte. Un racconto brevissimo, di quella brevità sempre più da lui perseguita in termini di asciuttezza, di densità di significati e della parola che si dilata nel cervello e nella coscienza del lettore, e ne moltiplica gli echi. Questo libro è, con “A ciascuno il suo” il terzo giallo siciliano di Leonardo Sciascia, di quella peculiare maniera di Sciascia di utilizzare il genere letterario del giallo, sovvertendolo, non più rassicurante itinerario alla fine del quale il bene, infallibilmente, trionfa sul male, l’ordine sul disordine, ma rappresentazione mediante la scrittura della verità e della giustizia che i poteri e le inquisizioni, sempre occultano e sbeffeggiano. Malgrado l’amarezza, malgrado il pessimismo, malgrado la malattia, da grande scrittore, da uomo eretico qual era, eretico di ogni chiesa, di quella comunista come di quella cattolica, con buona pace di chi, anche dopo morto, continua a tentare di annettersi.  La sola religione di Sciascia a parte quel peculiare cristianesimo che lui ha riconosciuto in Pirandello, è forse stata la ragione, ma con una punta di eresia anche in quella. C'è un paradosso in quella che, a vent’anni dalla morte di Sciascia si suole definire la fortuna di uno scrittore. Certo, continua ad essere presente, a essere letto, ma a me pare che la sua opera rimanga ancora occultata dentro un malinteso, rimossa qualche volta. Basti pensare allo spettacolare silenzio di cui, nelle recenti, verbose, confuse e spesso ipocrite rievocazioni dell’assassinio di Aldo Moro, è stato circondato il suo libro formidabile su quel delitto politico. La tuttora bruciante realtà dei problemi non risolti, specialmente nel nostro paese, che lui ha affrontato, il suo ruolo di protagonista nelle polemiche che l’hanno  accompagnato durante la sua vita, lo fanno ancora leggere e considerare, sia da chi lo ama che dai moltissimi che continuano a detestarlo. Ma purtroppo, troppo spesso, come se lui fosse stato un sociologo peggio un politico, semmai un maître à penser che ognuno cerca di tirare dalla sua parte, non il grande scrittore che è stato, che è. Bisognerà restituire Sciascia alla potenza della sua parola. Solo allora lo si farà uscire dal malinteso paradossale che ancora lo nasconde.


ALDO SCIMÈ
(Racalmuto 1924  /  Vicepresidente della Fondazione Leonardo Sciascia)
Abbiamo perduto tutti un grande amico, un sostegno, una guida. Davvero ci sentiamo più soli, a Racalmuto, alla Noce senza di lui: viene meno la voglia di andarci. Il paese, la campagna della Noce avevano per tanti di noi questo maggior  fascino, questo più forte richiamo perché c’era Leonardo, c’erano i suoi pacati discorsi, intramezzati da lunghi eloquenti silenzi. Si restava assorti ad ascoltare: non sempre ero d’accordo con i suoi giudizi, con le sue polemiche. Poi i fatti finivano per dargli ragione.  Sciascia aveva del politico la dote prima e più alta, quella di sapere cogliere con estrema razionalità l’essenza dei fatti e prevederne con altrettanto estrema lucidità gli sviluppi.  Per questo la gente lo amava: perché si sentiva aiutata a capire. Peccato che i politici di professione - tranne lodevoli eccezioni - non seppero, o non vollero comprenderlo. Se lo trovarono, magari fastidioso e ingombrante, sui banchi di Sala delle Lapidi o di Montecitorio e non capirono. Peccato. Peccato per noi e per il paese. Intendo dire per l’Italia.

(Malgrado tutto, Novembre 1989)


MARIO SCOGNAMIGLIO
(Stampatore, bibliofilo e filosofo milanese)
Qualche settimana dopo l’ultimo incontro che ebbi con Sciascia, il 19 novembre, dopo essermi consultato con gli altri amici bibliofili, incaricai Franco Sciardelli, noto editore di libri d’artista, amico dello scrittore, di contattare Leonardo per offrigli, a nome del consiglio direttivo dello Aldus Club, la presidenza della nuova associazione. Sapevo bene che Sciascia era in fin di vita, ma conoscendo la sua forza d’animo, la sua profonda intelligenza, ero convinto che avrebbe colto il messaggio che la nostra offerta racchiudeva, di affetto, tributato dagli amatori di buoni libri al più nobile dei loro fratelli. La sera stessa Sciardelli telefonò a Sciascia, comunicandogli il nostro messaggio. Venne da me il giorno dopo, alle prime ore del mattino; era emozionato, aveva le lacrime agli occhi, non riusciva a parlare, “Ha accettato!” mi disse infine, e mi riferì le testuali parole dello scrittore: “Riferisci a Mario Scognamiglio e agli altri amici dell’Aldus Club che sono orgoglioso di assumere, anche se per sole ventiquattro ore, la presidenza dell’associazione”. Morì quello stesso giorno. Il 20 novembre 1989.

(in Panta n. 27, Milano, Bompiani 2009)


MANUEL SCORZA
(Lima, Perù 1928 - Madrid 1983  /  Scrittore)
La società siciliana non ha volto, o meglio ostenta una maschera che nasconde il volto del vero potere: la mafia che è una galleria di enigmi che occultano degli enigmi… I libri di Leonardo Sciascia sono anche una galleria di misteri. In questo senso sono lo specchio meraviglioso della società siciliana, vale a dire uno specchio concluso per non mostrare altro che il mistero. Più ancora, Sciascia è uno degli scrittori contemporanei che cerca con grande insistenza, con la forza del pensiero e dello stile, di risolvere il grande mistero: trovare il volto invisibile.


PIETRO SEDDIO
(Agrigento  /  Scrittore e regista teatrale)
Leonardo Sciascia una delle voci più interessanti, presenti, pungenti che ha caratterizzato il secondo Novecento Italiano e non solo sapendosi inserire nel contesto sociale, politico, letterario con quella forza riconosciuta ai grandi del pensiero. Partendo dalla sua Regalpetra l’opera di questo scrittore siciliano, ma riconosciuto a livello internazionale, si è imposto contrastando anche con un soffuso pessimismo che lo ha accompagnato nelle varie fasi della sua stessa vita che gli ha riservato anche molte delusioni, cocenti sconfitte pur non riuscendo a fiaccare il suo spirito.


CESARE SEGRE
(Verzuolo CN 1928 – Milano 2014  /  Filologo, semiologo, critico letterario)
Sciascia non crede affatto che il mondo in cui viviamo, specie in Italia, specie in Sicilia, sia razionale e ben ordinato; non crede che le colpe siano chiaramente ripartite tra esecutori e mandanti diretti o indiretti dei crimini, e si esauriscano in loro; non crede che i criminali agiscano prevalentemente secondo logica, e pertanto dubita che al loro smascheramento la logica dia il contributo decisivo. Perciò nei suoi romanzi l’andamento desultorio delle indagini, la rivelazione di retroscena magari non direttamente determinanti, il fallimento parziale dell’inchiesta, rappresentano un percorso volto non tanto a risolvere i problemi, quanto a scoprire la capillare distribuzione di quello che, allegoricamente, possiamo chiamare il male.


GUSTAV SEIBT
(Munchen, Germania 1959  /  Storico e critico letterario tedesco)
Lo scrittore italiano Leonardo Sciascia, che è morto all’età di 68 anni, fu un entusiasta combattente per la giustizia e la ragione e per questo divenne il più famoso scrittore poliziesco d’Italia. Certamente non è corretto definire Sciascia direttamente uno scrittore “italiano”. L’ambientazione dei suoi romanzi, i soggetti dei suoi innumerevoli saggi, anche quelli letterari, sono siciliani; la mentalità e la formazione di Sciascia erano invece europee. Di preferenza citava scrittori della tradizione moralista e illuministica che alla sua terra, dal XVII secolo sempre più sprofondata al sud, erano rimasti estranei. Sciascia più tardi, fu seguace della linea scettica degli illuministi europei, di quel Voltaire che dichiarava che leggendo Rousseau vien voglia di correre carponi e di scodinzolare.

(Frankfurter Allemeine Zeitung, 21 novembre 1989, poi in Nuove Effemeridi n. 9, Giugno 1990)


ELISABETTA SGARBI
(Direttore editoriale della Bompiani)
Un brano di Savinio, che Sciascia amava molto e mi suggerì di leggere con attenzione, è intitolato Inquieti adolescenti. Vi si dice che quell’ansia che i giovani hanno di individuare sempre una meta davanti a sé, costi quel che costi, deve lasciare il passo a una meta interiore, in cui riposa la saggezza. Aveva ragione e questo, in fondo, è il vero lascito di Leonardo Sciascia: una consapevolezza critica, che poi si è trasformata in responsabilità civile, per arrivare dentro la letteratura e oltre.

(in Panta n. 27, Milano, Bompiani 2009)


VITTORIO SGARBI
(Ferrara 1952  /  Critico d’arte)
Leonardo Sciascia capiva bene, più di ogni altro e in tempi in cui non si era ancora concepita la scellerata illusione di affidare alla magistratura la soluzione dei problemi della società, che etica e politica non possono stare insieme. In questo era stato il miglior lettore di Benedetto Croce, nemico di ogni fantomatico “partito degli onesti”.

(in Panta n. 27, Milano, Bompiani 2009)


ENRICO SINGER
(Giornalista francese)
Per uno scrittore e uomo come Sciascia, che ha sempre preferito Racalmuto e la sua Sicilia a qualsiasi altra possibile “patria di adozione”, Parigi ha rappresentato forse l’unica eccezione. Non certo per la sua mondanità di certi salotti, che anzi ha puntigliosamente evitato, ma per tutto quello che la cultura illuminista francese ha significato nella sua formazione. Sciascia ha combattuto la follia, ha scommesso tutto sulla ragione. Con il sorriso di Voltaire, con il candore di Stendhal, con il paradosso di Diderot. Sono questi tre numi che hanno vegliato sul suo cuore di uomo libero e che gli hanno fatto amare la Francia. La Francia gli deve molto.

(La Stampa, 21 novembre 1989)


GIANFRANCO SPADACCIA
(Roma 1935  /  Politico e giornalista radicale)
Leonardo Sciascia è uno scrittore vivo e vitale perché si è confrontato continuamente con alcune caratteristiche fondamentali della nostra cultura, del nostro modo di concepire il potere e perché ci parla del suo strazio nel vedere l’evoluzione delle cose, dei fatti di questo di paese.

(in L’uomo solo a c. di Valter Vecellio, Milano, La Vita Felice - Quaderni Leonardo Sciascia 2002 - Pag.139)


GIOVANNI SPADOLINI
(Firenze 1925 - Roma 1994  /  Politico, storico e giornalista)
Leonardo Sciascia, intellettuale complesso e tormentato fra i più autentici di questo secolo, … non esauriva il suo estro nelle forme decisamente narrative, amava gli spunti della vita reale, i fatti di cronaca, l’indagine storica, i documenti di archivio, tutto ciò che potesse far scattare in lui una certa luce, accendere una certa fiamma.

(Il Messaggero, 21 novembre 1989)

ANTONIO SPAGNUOLO
(Napoli 1931  /  Poeta e saggista)
Reinterpretare un autore che ha lasciato una traccia indelebile della sua presenza culturale, sociale, politica, è impresa di notevole interesse e di non lieve difficoltà. Dal giornalismo al saggio, dal romanzo all’impegno politico, dall’insegnamento scolastico alla provocazione intellettuale, Sciascia ha saputo stigmatizzare uomini di potere e figure della mafia, ha saputo raccontare della sua esperienza umana e delle sue competenze professionali con una eleganza forse unica per quel che riguarda l’espressione nel testo.

(In Leonardo Sciascia cronista di scomode verità, a cura di Martino Ciano, PoetiKaten Edizioni, Sesto Fiorentino 2015, Postfazione Pag. 117)


CARMELO SPALANCA
(Docente di letteratura italiana e filosofia all'università di Palermo)
Sciascia assume un atteggiamento polemico verso la società del benessere e ne individua quale elemento inconfondibile la ricerca spasmodica dei beni materiali: non c’è “rivoluzionario” che non ambisca ad acquistare una casa e che si getti nei “debiti” per coronare il suo sogno; i grandi problemi che hanno tormentato l’umanità, dall’idea dell’Inferno all’idea dell’eternità, sono stati soppiantati dal pagamento dei mutui bancari.


ALBERTE SPINETTE
(Giornalista belga)
Tutta l’opera di Sciascia parla del potere,  della violenza che esso esercita e dell’impostura che lo dissimula. Sciascia è “assolutamente” contro: contro l'oscurantismo, contro il potere anestetizzante dell’ignoranza, contro l’inquisizione in tutte le sue forme, contro ogni tipo di dittatura. Come Manzoni o Pasolini, ma con più distanza e meno astio di quest'ultimo, egli si colloca sempre dalla parte degli infedeli, armato della sua intelligenza e della sua lucidità, dubitando di ogni certezza e soprattutto di quella che propaga dal potere costituito. […] Questo culto della ragione Sciascia lo ha ereditato dai suoi maestri del XVIII secolo, Voltaire e Diderot, Poe e Chesterton lo incantavano, Borges e Savinio – dopo Pascal – gli insegnarono a dubitare di tutto. «Sono un lettore precoce e pieno di speranze», diceva. La sua passione era l’intelligenza, un’intelligenza senza nulla di dogmatico o di odioso: la sua lunga frequentazione con Pirandello gli aveva insegnato a porre sempre più in là il senso del limite e il gioco delle apparenze.

(Le Libre Belgique, 30 novembre 1989, poi in Nuove Effemeridi n. 9, Giugno 1990)

LORENZO SPURIO
(Jesi AN 1985,  laureato in Lingue e Letterature Moderne)

Il profilo letterario del grande scrittore di Racalmuto è stato spesso circoscritto attorno alla sua densa produzione narrativa ambientata nella terra natale, ricca di fascino e di misteri, e al suo invalicabile interesse quasi documentaristico nei confronti di una piaga sociale quale la mafia. Si è studiato, cioè, Leonardo Sciascia prevalentemente come narratore o prosatore che dir si voglia e come documentarista, investigatore, esperto di mafia, tanto per evitare l’etichetta  di “mafiologo” che lui stesso rifiuto in varie occasioni.

(In Leonardo Sciascia cronista di scomode verità, a cura di Martino Ciano, PoetiKanten Edizioni, Sesto Fiorentino FI 2015, Pag.101)

MARCELLO STAGLIENO
(Genova 1938  /  Giornalista, scrittore e politico)
Sciascia scrittore risentito, onesto e vigoroso, con un periodare magro e carico di sulfuree illuminazioni morali anche nell’erudizione, acutissimo nell'individuare i bersagli e sferzante sempre nel colpirli, in una produzione resa ancora più ampia, negli ultimi due anni dal disperato bisogno di “testimoniare” e di vivere per opporsi al male che lo ha sconfitto.

(Il Giornale, 21 novembre 1989)

CORRADO STAJANO (1972)
(Cremona 1930 / Giornalista e scrittore)
È da più di mezzo secolo, dai tempi della “Voce”, che un libro (Il contesto) non suscita in Italia un coro di polemiche e di discussioni fuori dai ghetti delle pagine letterarie dei quotidiani, laudatrici e trionfalistiche.


GEORGE STEINER
(Parigi 1929  /  Scrittore, saggista e critico letterario)
… siamo forse sul punto di assistere a un grande rinnovamento. Se mi avessero detto in passato che ci sarebbe stato un nuovo Stendhal, non ci avrei creduto. Eppure Leonardo Sciascia, morto quasi tre anni fa, è, secondo me, lo Stendhal dei nostri tempi.

 
MASSIMO TEODORI
(Force AP 1938  /  Storico, politico, giornalista, docente universitario)
Lo scrittore di Racalmuto, forse il più “politico” degli intellettuali del dopoguerra, non è tuttavia stato uomo di appartenenze ideologiche o di engagement, secondo i canoni sartriani della sinistra marxista europea. Sciascia ha piuttosto manifestato il suo essere politico con parole -– parche ma assai pesanti parole – e con atti e comportamenti concreti, spesso di portata apparentemente modesta (un episodio, un caso, una polemica su una semplice espressione), ma talmente acuti ed efficaci da renderlo uno dei maggiori testimoni dell’Italia del suo tempo.

(in Andrea Maori, Leonardo Sciascia. Elogio dell’eresia, Milano, Edizioni La Vita Felice 1995, Collana Porte Aperte 1)

 
EGIDIO TERRANA
(Racalmuto 1950  /  Direttore del giornale “Malgrado tutto”)
La disponibilità verso “Malgrado tutto” di Leonardo Sciascia era totale. Il titolo del nostro giornale lo affascinava. Sosteneva che contiene “una visione delle cose illuministica, diderotiana”. Indubbiamente siamo stati molto fortunati, perché abbiamo avuto il privilegio di godere del suo affetto e della sua stima. Nel 1983, quando, dopo tanti anni, il maestro Sciascia ritorna nella vecchia scuola dove ha insegnato per incontrare i colleghi di una volta, “Malgrado tutto” è l’unico giornale presente. Solo a noi è riservato, per volontà dello scrittore, l’onore di raccontare l’emozione di quell’incontro, la gioia e i momenti di commozione che lo caratterizzano. Sciascia lo conclude ricordando che il maestro non deve soltanto limitarsi ad insegnare, ma deve soprattutto essere “esempio e maestro di vita, perché è così che si ricordano i maestri e perché nella vita di ciascuno c’è sempre un maestro che ha contato”.

 
URSZULA TOPCZEWSKA
(Docente di Italianistica all’Università di Varsavia)
Sciascia legge con lenti pirandelliane anche la realtà del crimine, se lo concepisce non soltanto come male sociale, ma prima di tutto come un male esistenziale, inseparabile dalla condizione umana e invincibile anche per il detective. Di qui la falsificazione del Happy End moralistico del giallo classico.

(Leonardo Sciascia, Un classico del giallo italiano?, Ariccia RM, Aracne Editrice 2009


LIETTA TORNABUONI
(Pisa 1931 - Roma 2011  /  Giornalista e critica cinematografica)
Sciascia amava il cinema come spettatore, era nostalgico delle antiche ombre bianconere dei film muti, pronto a commuoversi per il recente “Nuovo cinema Paradiso” nel ricordo sentimentale dei piccoli cinematografi paesani di Sicilia. Ma lavorò un’unica volta come sceneggiatore, per “Bronte” di Florestano Vancini, e non voleva aver parte nella realizzazione dei film tratti da sue opere, restava scettico e distaccato quanto rispetto al teatro: «C’è molto dialogo nelle mie cose: e a un certo punto ho sentito il bisogno di scrivere per il teatro. Mi sono imbattuto nel regista, questa mediazione devastatrice (devastatrice dei testi) mi ha sconvolto, mi ha allontanato… Ora lascio che altri ridica le mie cose per il teatro. Con molta indifferenza: come nei riguardi del cinema».

(in Nuovi Argomenti, Gennaio/Marzo 1990)


GIUSEPPE TRAINA
(Catania 1963  /  Critico letterario e docente universitario)
Leonardo Sciascia ha saputo leggere come scrittore la realtà italiana del dopoguerra, i suoi mali e le sue più evidenti distorsioni, dalla mafia al trasformismo politico, dal terrorismo al delitto politico, innovando la tradizione del romanzo giallo e del romanzo-inchiesta; amato dal pubblico dei lettori per il suo stile e per l’impegno intellettuale dei suoi libri, è stato anche un notevole saggista e polemista.


ANTONELLO TROMBADORI
(Roma 1917 - 1993  /  Giornalista, critico d’arte e politico antifascista)
E il silenzio a cui lo avevano costretto gli eroi dell’antimafia. Che in questo sono pienamente riusciti: non nel battere la mafia, più che mai trionfante, ma nell’imbavagliare colui che ci aveva insegnato a conoscerla. Anche se lui frenava la mia impazienza: vedrai mi diceva, si impiccheranno con le loro mani. E se il rappresentante più significativo di quel “professionismo dell’antimafia” che tanto lo aveva offeso, era lì al suo funerale, con la fascia tricolore del magistrato municipale della capitale dell’isola, c’è solo da concludere che Sciascia è risultato vittorioso.

(in Nuovi Argomenti, Gennaio/Marzo 1990)


MANUEL VAZQUEZ MONTALBAN
(Barcellona, Spagna 1939 -  Bangkok 2003  /  Scrittore)
Sciascia era il risultato dello scrittore che affronta il disordine della realtà, che cerca di decodificarlo, e riordinarlo servendosi dell’architettura letteraria, sia attraverso la finzione sia attraverso un discorso analitico implacabile.

(in Panta n. 27, Milano, Bompiani 2009)


VALTER VECELLIO
(Tripoli 1954  /  Attivista, politico e giornalista)
Avere spirito critico, unico antidoto in un mare di retorica che minaccia di travolgerci: questo l’insegnamento che ci ha lasciato. Lo hanno bollato come vigliacco, complice della mafia, nemico dello stato, paraterrorista, di tutto. Dobbiamo essere lieti, pur nel grande dolore per la sua perdita, per aver condiviso un poco di quel “tutto”, con lui. Senza cercarla, ha sempre avuto ragione.  Questo è il “mio” Sciascia: l’uomo sorridente e mite che accettò di incontrarmi, poco più che ragazzo, e mi autorizzò a pubblicare una raccolta di scritti e interventi; e mi spiegò il significato dei “Promessi Sposi”, al di là della “lettura” scolastica, l’uomo che, dieci anni dopo sulla sua tomba a Racalmuto mi ha fatto piangere, ed ero riuscito a non farlo anche quando mio padre è venuto meno. Ora è facile tentare di omologarlo. Visto che non hanno potuto ingabbiarlo da vivo, vogliono inghiottirlo ora che è morto. Ci sono, per fortuna, i suoi libri, le opere. Fino a quando quei libri saranno letti, un po’ di Leonardo Sciascia continuerà a vivere con noi. Sciascia non è mai stato un intellettuale organico e questo non gli è mai stato perdonato. Si sentiva, ha raccontato più di una volta, come quel pesce volante descritto da Voltaire: quando emerge in superficie lo attaccano gli uccelli, quando è in acqua lo divorano i pesci più grandi. Una condizione tremenda ma bellissima.


UN VESCOVO
Nessuno, o pochi si accorgono che la irrequietezza di Sciascia corrisponde alla sua grande ansia di trovare da qualche parte la verità che a tutti i costi cerca. Non la trova e di conseguenza è scettico. A Sciascia manca la certezza della fede nel trascendente, ma non mi meraviglierei se ad un certo momento si sapesse che è diventato cristiano. È un po’ come l’Innominato: si porta dentro Dio senza saperlo.


GIANCARLO VIGORELLI
(Milano 1913 - Marina di Pietrasanta LU 2005  /  Scrittore e critico letterario)
A carte scoperte, senza preamboli, dirò subito che il nuovo libro di Leonardo Sciascia, “Il Consiglio d’Egitto”, finito di leggere in bozze e che andrà al pubblico questa settimana, è un capolavoro. È una parola anche pericolosa, ma per quel che può essere il mio rischio di critico militante sono pronto a pagarlo; per quel che investe invece l’autore, non vorrei che si pensasse ad un suo colpo di fortuna, come se questo secco, lucido, fulminante romanzo fosse dovuto al caso e non a tutto un lavoro spietato sulle radici, mentre se riaffermo che è un capolavoro è per confermare che Sciascia è andato ben al di là dei precedenti racconti. Il suo nome deve essere imposto definitivamente. Tra i pochi che contano, e dureranno.

(in Panta n. 27, Milano, Bompiani 2009)


STEFANO VILARDO
(Delia CL 1922  /  Poeta e scrittore)
Ho conosciuto Nanà – così lo chiamavano gli amici più vicini – nel lontanissimo anno scolastico 1936/37, quando una provvidenziale e veramente felice bocciatura mi fece compagno di banco e amico per la vita di un timido e impacciato ragazzo di un intelletto non comune.

(A scuola con Leonardo Sciascia. Conversazione con Antonio Motta, Palermo, Sellerio 2012)


CHRISTIAN VIREDAZ
(Oron-le-Chatel, Svizzera 1955  /  Giornalista svizzero)
Con Leonardo Sciascia ci lascia uno degli scrittori di maggior rilievo del dopoguerra e probabilmente di quell’“illuminismo siciliano” particolarmente impregnato della cultura francese del Secolo dei Lumi. Erede di Voltaire, ma anche di Stendhal e di Manzoni (al quale dedicò alcune delle sue pagine critiche più acute), Sciascia restò legato alla Sicilia e al paese di Racalmuto […] che immortalò nei suoi scritti con il nome di Regalpetra. Ma questo radicamento non impedì in alcun modo che le sue opere tendessero all’universale. Esse infatti sono profondamente legate sia all’opera dei più grandi pensatori e scrittori sia alla Sicilia come “metafora” del mondo e di quel torbido gioco che unisce indissolubilmente la ricerca del potere con la difesa dell’onore.

(Journal de Geneve, 21 novembre 1989, poi in Nuove Effemeridi n. 9, Giugno 1990)


VINCENZO VITALE
(Catania 1955  /  Magistrato, docente universitario e giornalista)
“Quelli che la pensano come me sono proprio quelli che non la pensano come me”; questo il tagliente e lapidario giudizio con cui Leonardo Sciascia aveva una volta per tutte smascherato i patetici tentativi di omologazione e, a volte, di strumentalizzazione delle opinioni da lui espresse nel corso delle più scottanti vicende politiche e civili degli ultimi anni.

(Il Giornale di Sicilia,  20 dicembre 1989)

GUIDO VITIELLO
(Insegna alla Sapienza di Roma. Collabora con il “Corriere della Sera”, “Il Foglio” e “Il Sole 24 Ore”)
[...] Incensato da Belpoliti (La Stampa, ndr), cosparso di mirra da Merlo (La Repubblica, ndr), al neonato quirinalizio mancava soltanto l’oro, ed è venuto da Parigi, o meglio dall’oltretomba. Le Figaro ha riportato che Leonardo Sciascia descriveva Mattarella come uno di quei siciliani “testardi, inflessibili, capaci di sopportare enormi quantità di sofferenza, di sacrificio”. Che sono sì parole di Sciascia, ma non riferite a Mattarella, ma bensì al Fra' Diego La Matina di “Morte dell’inquisitore”. Anche qui, delle due l’una: o Sciascia vedeva in Sergio Mattarella un redivivo La Matina, l’eretico che uccise il suo inquisitore (pare improbabile), o il povero redattore de Le Figaro ha trovato queste parole nel ritratto di Merlo, che le citava, e rintronato da tutti quei venti sciroccosi di sicilitudine romanzesca non ha capito più dove finiva l’uomo e dove cominciava il personaggio. Di questo pasticcio rivelatore non possiamo che essergli grati.

(Il Foglio, 7 febbraio 2015)


ELIO VITTORINI (1958)
(Siracusa 1908 - Milano 1966  /  Scrittore)
Leonardo Sciascia si distingue, tra i giovani scrittori meridionali, non solo per la moderna vivacità e ampiezza degli interessi e impegni culturali (narratore, critico, direttore di una delle poche riviste letterarie di valore che escono in provincia “Galleria”, e una collana di quaderni di prosa e poesia) ma per essere rimasto attaccato al paese , alla sua condizione di uomo del sud.

(in Il sereno pessimista, a c. di Antonio Motta, Manduria TA, Lacaita 1991)


LINA WERTMULLER
(Roma 1926  /  Regista)
È nel tempo che sarà molto triste fare a meno di lui.

 


(a cura di Giampiero Brembilla)

 

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