Il giorno della civetta (1961)

Salvatore Colasberna, presidente di una piccola cooperativa edilizia di S., una mattina viene ucciso con due colpi a lupara mentre sta per salire sull’autobus diretto a Palermo. All’omicidio hanno assistito molte persone, ma nessuno è disposto a testimoniare.

Le indagini sono dirette dal capitano Bellodi, comandante la compagnia Carabinieri di C. “Emiliano di Parma”, ex partigiano, ha scelto di fare l’ufficiale dei Carabinieri invece che l’avvocato per servire e far rispettare la legge della Repubblica, sorta dalla “rivoluzione” cui ha partecipato.

Grazie a una lettera anonima, scritta da un fratello di Colasberna, Bellodi decide di indagare nel settore degli appalti e dell’associazione criminale che li controlla, ossia la mafia. La sua decisione è rafforzata anche da un’indicazione che riesce a strappare al confidente Calogero Dibella, detto Parrinieddu.

Alle indagini sull’omicidio Colasberna, la cui eco arriva al parlamento e al governo, si affiancano quelle sulla scomparsa del potatore Paolo Nicolosi. Questi, uscendo di casa per recarsi al lavoro, ha visto l’uccisore di Colasberna fuggire dal luogo del delitto. Rientrato brevemente in casa, Nicolosi aveva chiesto alla moglie se aveva sentito i due colpi di fucile, e le aveva detto di aver visto passare di corsa un uomo soprannominato Zicchinetta. Da questa ingiuria, i carabinieri risalgono a Diego Marchica, “delinquente abilissimo ed accorto, sicario di assoluta fiducia”, conosciuto e frequentato dall’onorevole Livigni.

All’arresto di Marchica segue l’uccisione di Parrinieddu. Prima di essere ucciso, tuttavia, il confidente spedisce un messaggio a Bellodi: “Quell’uomo usciva dalla scena del mondo con un’ultima delazione: la più precisa ed esplosiva che avesse mai fatto. Due nomi al centro del foglio e sotto, quasi al margine, il disperato messaggio (“sono morto”, ndr), gli ‘ossequi’ e la firma”. I nomi sono quelli di Rosario Pizzuco e, soprattutto, di Mariano Arena, il capomafia del paese.

I due vengono fermati dai Carabinieri di S. e trasferiti a C., dove in camera di sicurezza si trova Marchica-Zicchinetta. Grazie a un’abile messinscena organizzata da Bellodi e a un falso verbale di interrogatorio, a Marchica vien fatto credere che Pizzuco lo abbia tradito, accusandolo dell’uccisione di Colasberna e Nicolosi. Il verbale delle dichiarazioni attribuite a Pizzuco è stato in realtà sagacemente costruito da tre marescialli, che hanno avuto l’accortezza di renderlo verosimile escludendo l’esistenza di qualsiasi mandante: “Il nome di Mariano Arena, in quel falso verbale, sarebbe stato un passo irrimediabilmente falso: la nota stonata, il dettaglio inverosimile…”. Il falso verbale ne fa scaturire due, autentici: il primo di Marchica, che credendosi tradito si vendica ammettendo l’uccisione di Colasberna e attribuendo quella di Nicolosi al Pizzuco; e il secondo, di Pizzuco, al quale non resta che ammettere il suo coinvolgimento, a suo dire soltanto indiretto, nei delitti commessi entrambi dal Marchica. La sua versione coincide quasi totalmente con quella del falso verbale predisposto dai tre marescialli, che aveva provocato la confessione di Marchica-Zicchinetta.

L’arresto di Marchica, Pizzuco e Arena ottiene grande rilievo sulla stampa, soprattutto a causa dei legami di Arena con il ministro Mancuso e l’onorevole Livigni. E mentre qualcuno pensa a come spezzare la catena che porta a don Mariano Arena, costruendo un alibi di ferro per Diego Marchica, un quotidiano ipotizza la pista passionale nell’omicidio Nicolosi.

È in questo quadro che avviene l’interrogatorio di Mariano Arena da parte del capitano Bellodi. Trattato con grande correttezza dall’ufficiale, il capomafia ostenta indifferenza davanti al foglio su cui Parrinieddu ha scritto il suo nome e quello di Pizzuco. Quanto al suo reddito, dichiara di ricavarlo dalla rendita dei suoi terreni, ma Bellodi gli dimostra che ciò non è possibile: a giudicare dai depositi effettuati in tre banche, infatti, le terre di don Mariano frutterebbero un reddito almeno dieci volte superiore a quello considerato congruo da un perito agrario. Don Mariano è costretto a concordare, e afferma che i depositi dell’anno precedente derivano dalla restituzione di somme che aveva dato in prestito. “ ‘Questo è il punto’ pensò il capitano ‘su cui far leva. È inutile tentare di incastrare nel penale un uomo come costui: non ci saranno mai prove sufficienti, il silenzio degli onesti e dei disonesti lo proteggerà sempre […]. Ed è inutile, oltre che pericoloso, vagheggiare una sospensione di diritti costituzionali. […] Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America…”. Segue una lunga conversazione, in cui don Mariano – “una massa irredenta di energia umana, una massa di solitudine, una cieca e tragica volontà” – illustra la sua visione della vita e degli uomini (famosa la classificazione in uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà), e Bellodi evidenzia le sue responsabilità nei delitti e la sua cointeressenza negli appalti che due imprese edili hanno ottenuto, irregolarmente, grazie alle sue raccomandazioni.

Il procuratore della Repubblica spicca mandati di cattura per Marchica, Pizzuco e Arena. A Roma due mafiosi, invitati da un deputato, assistono alla seduta della Camera dei Deputati in cui un sottosegretario risponde alle interrogazioni sugli omicidi, da considerare di delinquenza comune, e “fieramente sdegnosamente” respinge le insinuazioni delle sinistre su rapporti di “membri del Parlamento, o addirittura del governo” con “elementi della cosiddetta mafia: la quale, ad opinione del governo, non esiste[va] se non nella fantasia dei socialcomunisti”.

Chiamato a testimoniare in un processo a Bologna, lo stanco capitano Bellodi chiede una licenza, che trascorre a Parma, in famiglia. Ed è a Parma che apprende che la sua indagine è stata demolita da “inoppugnabili alibi. O meglio: era bastato un solo alibi, quello di Diego Marchica. Persone incensurate, assolutamente insospettabili, per censo e per cultura rispettabilissime, avevano testimoniato” che, al momento in cui era stato ucciso Salvatore Colasberna, Zicchinetta si trovava “alla bella distanza di settantasei chilometri”. Da qui tutta la ricostruzione del capitano era caduta: le accuse di Zicchinetta a Pizzuco erano state una ripicca, quelle di Pizzuco una risposta a quelle di Zicchinetta. E don Mariano Arena, aureolato da “una taddema di innocenza”, richiesto da un giornalista di un giudizio sul capitano Bellodi, risponde soltanto che “è un uomo”. Quanto all’omicidio Nicolosi, la squadra mobile della polizia lo sta risolvendo seguendo la pista passionale, inspiegabilmente trascurata dal capitano. E il maresciallo Ferlisi, comandante la stazione dei Carabinieri di S., chiede e ottiene il trasferimento ad Ancona.

In una serata in compagnia di amici, Bellodi parla della Sicilia, che definisce “incredibile”. E per cercare di spiegare cosa sia la mafia, racconta del medico di un carcere che, per aver fatto rimandare nelle celle i detenuti mafiosi che occupavano l’infermeria per avere un migliore trattamento, era stato picchiato. Nonostante le denunce, nessuno era stato perseguito per quell’aggressione. Non riuscendo ad ottenere soddisfazione, il medico aveva finito per rivolgersi a un capomafia, il quale aveva fatto picchiare il responsabile.

Malgrado tutto, il capitano Bellodi si rende conto di amare la Sicilia, e sa che ci tornerà: “ ‘Mi ci romperò la testa’ disse a voce alta”.

 

*

 

Il giorno della civetta è la prima opera letteraria in cui viene esplicitamente affrontato il tema della mafia. È un romanzo breve – o un racconto lungo: Sciascia non definiva “romanzi” le sue opere narrative – composto di diciassette parti non numerate. In La Sicilia come metafora, Sciascia afferma: “Il giorno della civetta mi è stato ispirato dall’assassinio a opera della mafia, a Sciacca (nel 1947, ndr), del sindacalista comunista (Accursio, ndr) Miraglia”.

Il titolo è tratto dall’Enrico VI di Shakespeare, un cui passo fa da epigrafe al romanzo: … come la civetta quando di giorno compare. Nella parte dedicata al romanzo delle sue Note ai testi – nel primo volume delle Opere di Sciascia (Narrativa Teatro Poesia) da lui curato per Adelphi e al quale si rinvia – Paolo Squillacioti riporta due brevissimi testi, il primo del 1960 e il secondo del 1979, in cui lo scrittore spiega il significato del titolo. La sostanza di entrambi i brani è che la mafia, che in passato operava in segreto, come la civetta che è un animale notturno, ora agisce in piena luce, anche grazie a complicità politiche. 

Il personaggio del capitano Bellodi – il cui nome di battesimo non è mai indicato – è ispirato al maggiore e poi generale dei Carabinieri Renato Candida, alla cui memoria Sciascia dedicò un commosso ricordo su La Stampa dell’11 novembre 1988, un mese dopo la scomparsa dell’ufficiale.

Nelle pagine finali del racconto, Sciascia fa dire al dottor Brescianelli, medico parmense amico di Bellodi:  Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia… A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno… La linea della palma… Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato… E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma….    

In un articolo comparso sul Corriere della Sera del 19 settembre 1982, dal titolo redazionale “Mafia: così è (anche se non vi pare”), Sciascia scrisse tra l’altro: “Non c’è nulla che mi infastidisca quanto l’essere considerato un esperto di mafia o, come oggi si usa dire, un ‘mafiologo’. Sono semplicemente uno che è nato, è vissuto e vive in un paese della Sicilia occidentale e ha sempre cercato di capire la realtà che lo circonda, gli avvenimenti, le persone. Sono un esperto di mafia così come lo sono in fatto di agricoltura, di emigrazione, di tradizioni popolari, di zolfara: a livello delle cose viste e sentite, delle cose vissute e in parte sofferte….

Euclide Lo Giudice

 

Pubblicato per la prima volta da Einaudi nel 1961, il romanzo è disponibile nell’edizione Adelphi del 1993 (e successive ristampe), e nelle due raccolte delle opere: L. Sciascia, Opere 1956-1971, a cura di C. Ambroise, Milano, Bompiani 1987, pp. 387-483 e L. Sciascia, Opere, Volume I: Narrativa Teatro Poesia, a cura di P. Squillacioti, Milano, Adelphi 2012, pp. 251-344.

Dal romanzo di Sciascia, nel 1968 Damiano Damiani trasse l’omonimo film, di cui scrisse la sceneggiatura con Ugo Pirro. Interpreti principali: Franco Nero (il capitano Bellodi), Lee J. Cobb (Mariano Arena), Claudia Cardinale (la moglie di Paolo Nicolosi), Serge Reggiani (Calogero Dibella Parrinieddu).  

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