Sciascia su Sciascia

 

Questa raccolta di citazioni – ricavate da libri, articoli, interviste – si propone di comporre una sorta di «autoritratto», sia pur parziale e limitato, dell’uomo e dello scrittore Leonardo Sciascia.

In tre casi si tratta di pensieri attribuiti ad altrettanti suoi personaggi: il capitano Bellodi de Il giorno della civetta, il Candido Munafò del Candido ovvero Un sogno fatto in Sicilia e lo Chateaubriand di Napoleone: un’intervista impossibile.

Un tale «autoritratto» presenta il rischio dell’arbitrarietà. L’inserimento di un passo, o il mancato inserimento di un altro, può contribuire a creare un’immagine diversa del personaggio. Di più: due – tre, quattro – diverse raccolte di citazioni potrebbero offrire il ritratto di due – tre, quattro – personaggi diversi (ma anche questo non dovrebbe sorprendere troppo, in un uomo che fece della contraddizione uno dei cardini della propria vita).

Quanto all’ordine in cui le citazioni sono riportate: escluse la prima e l’ultima – poste deliberatamente nelle rispettive posizioni – non intendono seguire alcun ordine, né cronologico né tematico. Proprio perché, quasi fossero delle istantanee, fissano idee, pensieri, stati d’animo, ricordi che vanno al di là del momento in cui sono stati espressi, e restano poi nel tempo, a formare un abbozzo di ritratto pieno di sfaccettature.

La personalità sciasciana non può essere ristretta in una serie di citazioni. Ma è anche vero che, in un mosaico, l’immagine è tanto più chiara e distinguibile quante più sono le tessere che compongono l’insieme. Questo tentativo di portrait par lui-même è perciò anche un invito, rivolto ai lettori, a individuare nell’opera sciasciana – e a comunicare, all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. – altre tessere da inserire in questa raccolta, che potrebbe anche essere definita «mosaico Sciascia».

In ogni caso, il miglior autoritratto di Leonardo Sciascia è nel complesso della sua opera e nell’insieme dei suoi personaggi. Come esattamente scrive Claude Ambroise nel saggio L’edizione delle Opere nei «Classici Bompiani», pubblicato nel primo volume di Todomodo, dopo aver elencato diversi personaggi dell’opera sciasciana: «Da queste figure non si può distinguere Leonardo Sciascia, semmai, non meno di un ritratto (fotografico), tutti insieme formano una ‘entelechia’, e cioè una identità profonda; o la volontà inconscia di rifuggirne. Certo, è vero che “chi tocca un libro tocca un uomo”, ma è più vero ancora che, nell’attesa della morte, tra un uomo e la sua opera quasi completa lo scarto va soggettivamente abolendosi, perché, quell’opera è stata lui».

Valgano quindi, queste parole del «suo critico» Claude Ambroise, come un invito a leggere, e rileggere, le opere di Leonardo Sciascia.

Euclide Lo Giudice

 

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Di me come individuo, individuo che incidentalmente ha scritto dei libri, vorrei che si dicesse: «Ha contraddetto e si è contraddetto», come a dire che sono stato vivo in mezzo a tante «anime morte», a tanti che non contraddicevano e non si contraddicevano.

La Sicilia come metafora, p. 88

 

È stato detto che nelle Parrocchie di Regalpetra sono contenuti tutti i temi che ho poi, in altri libri, variamente svolto. E l’ho detto anch’io. In questo senso, quel critico che dalle Parrocchie cavò il giudizio che io fossi uno di quegli autori che scrivono un solo libro e poi tacciono (e se non tacciono peggio per loro) aveva ragione (ma aveva torto, e sbagliava di grosso, nel non vedere che c’era nel libro un certo retroterra culturale che, anche in mancanza d’altro, sarebbe bastato a farmi scrivere altri libri). Tutti i miei libri in effetti ne fanno uno. Un libro sulla Sicilia che tocca i punti dolenti del passato e del presente e che viene ad articolarsi come la storia di una continua sconfitta della ragione e di coloro che nella sconfitta furono personalmente travolti e annientati.

Le parrocchie di Regalpetra, p. 12

 

Io credo che praticamente ho scritto come una prefazione a tutti i miei libri, che è Le parrocchie di Regalpetra: e poi vengono tutti gli altri come se fossero uno solo.

Radiotelevisione Svizzera di lingua Italiana, 23 maggio 1988

 

In qualche tuo libro ho letto che da ragazzo avevi servito messa; di che genere è stata la tua infanzia rispetto alla religione? Che educazione hai ricevuto?

Un’educazione assolutamente laica.

E da chi è dipesa questa scelta?

È dipesa soprattutto da mia madre, dalle mie zie, che separavano nettamente l’esistenza di Dio dalla Chiesa e dai preti.

Fuoco all’anima, pp. 17-18

 

Mio nonno si chiamava Leonardo, come me; era un gran lombardo alla Vittorini dagli occhi azzurri. (Come io non sono) un settentrionale. Ho trovato suoi biglietti da visita: Leonardo Sciascia-Alfieri. Alfieri è un nome del nord, che aveva preso da sua madre insieme agli occhi azzurri, mentre Sciascia è un cognome propriamente arabo, che fino al 1860 sui registri anagrafici veniva scritto Xaxa, e che si leggeva Sciascia. In arabo, dice Michele Amari, vuol dire «velo del capo». Una volta, il console di Libia a Palermo mi ha detto che, per indicare un’amicizia strettissima, nel suo paese si parla di «due teste in una stessa sciascia».

La Sicilia come metafora, p. 12

 

Sinceramente, in confessione, debbo dire che quel che di me appare come freddezza, scontrosità, a volte persino come arroganza, non è che timidezza e discrezione…

A futura memoria, p. 6

 

Ma la voce dentro che dice «faccio lo scrittore» ti nasce quando?

Mi è piaciuto sempre scrivere. Prima erano gli oggetti stessi dello scrivere; i quaderni, le carte, le penne, le matite, l’inchiostro. Ricordo anche il sapore dell’inchiostro, quasi me lo bevevo…

Fuoco all’anima, p. 31

 

Mi racconti come nasce Sciascia scrittore?

Ho sempre scritto. Come nasce? Non lo so nemmeno. Sì, sempre dalle scuole elementari, da quando ho imparato a scrivere.

Diari?

Ma tutto! Favole, poesie, note di diario, critiche di film che vedevo. Ho anche tradotto molto, dal francese e dallo spagnolo. La gran parte di queste traduzioni è rimasta nei cassetti. Raramente ho pubblicato traduzioni. Il tradurre è un buon esercizio per uno scrittore.

il manifesto, 5 dicembre 1978

 

Sciascia, lei come si definirebbe?

Uno che cerca di semplificare, secondo verità.

Critica sociale, 13 gennaio 1978

 

[…] Peraltro, non sono un gran lavoratore. Non lo sono per nulla, anzi: lontanissima da me l’idea – o il sospetto: poiché il solo sospetto basterebbe a disgustarmene – che lo scrivere sia un lavorare. Lavoro è il fare le cose che non piace fare: e ci sono stato dentro per circa vent’anni, appunto trovando nello scrivere controparte di riposo, di gioia. “Non faccio nulla senza gioia”, diceva Montaigne: e i suoi Essais sono il più gioioso libro che mai sia stato scritto. E per quanto amare, dolorose, angoscianti siano le cose di cui si scrive, lo scrivere è sempre gioia, sempre “stato di grazia”. O si è cattivi scrittori. E non solo Dio sa se ce ne sono, e quanti: lo sanno anche i lettori.

La strega e il capitano, pp. 87-88

 

Lo scrittore rappresenta la verità, la vera letteratura distinguendosi dalla falsa solo per l’ineffabile senso della verità. Va tuttavia precisato che lo scrittore non è per questo né un filosofo né uno storico, ma solo qualcuno che coglie intuitivamente la verità. Per quanto mi riguarda, io scopro nella letteratura quel che non riesco a scoprire negli analisti più elucubranti, i quali vorrebbero fornire spiegazioni esaurienti e soluzioni a tutti i problemi.

La Sicilia come metafora, p. 81-82

 

Quindi a Racalmuto hai fatto solo le elementari.

Le elementari e due o tre anni di non far nulla.

Li hai passati a leggere per conto tuo? I tuoi non si preoccupavano, non pensavano che stavi perdendo tempo?

Il pomeriggio lo passavo da uno zio sarto. Per apprendere il mestiere. Il mio trasferimento a Caltanissetta fu casuale. Se mio padre non avesse avuto il posto (di amministratore di una zolfara, ndr) ad Assoro, non ci saremmo trasferiti a Caltanissetta. È stata una fatalità che ha inciso molto sul mio destino. Se fossimo rimasti a Racalmuto, io avrei fatto il sarto.

Fuoco all’anima, p. 23

 

È ancora lecito dire che lei è uno scrittore siciliano, e in che senso?

C’è stato un progressivo superamento dei miei orizzonti, e poco alla volta non mi sono più sentito siciliano, o meglio, non più solamente siciliano. Sono piuttosto uno scrittore italiano che conosce bene la realtà della Sicilia, e che continua a esser convinto che la Sicilia offre la rappresentazione di tanti problemi, di tante contraddizioni, non solo italiani ma anche europei, al punto da poter costituire la metafora del mondo odierno. Date queste condizioni, sono ancora uno scrittore siciliano? E che cos’è uno scrittore? Da parte mia, ritengo che lo scrittore sia un uomo che vive e fa vivere la verità, che estrae dal complesso il semplice, che sdoppia e raddoppia – per sé e per gli altri – il piacere di vivere. Anche quando rappresenta terribili cose.

La Sicilia come metafora, p. 78

 

Poi ci furono gli scrittori. E il primo fu Diderot: Paradosso sull’attor comico, traduzione di Alessandro Varaldo, Biblioteca Universale Sonzogno (lire una e venti ogni volumetto). Mi è difficile dire perché, ma credo sia stata la prima lettura veramente importante della mia vita. E non tanto per le cose che diceva – che pure non mi erano lontane, e anzi a portata della mia verifica: andavo a teatro e conoscevo gli attori nella loro vita quotidiana – ma per come le diceva. La chiarezza dell’argomento, il modo di svolgerlo. Il ragionamento, insomma. Il secondo, Victor Hugo: I miserabili, prima traduzione italiana fatta sulla grande edizione di Bruxelles dal professore conte Carlo F. Siecond (con ricchissime illustrazioni). E ho perduto migliaia di libri, nella mia vita: lasciandoli nei traslochi, prestandoli o regalandoli (che è poi la stessa cosa); ma questi due mi restano e li tengo tra i più cari. Più volte sono tornato sul Paradosso e mai più ho riletto I miserabili, ma so di dovere al secondo molto più di quanto debbo al primo. E forse la paura di rileggerlo sta nella grandezza di quel che credo di avervi appreso; paura che la mia mente di adulto possa, nel rileggerlo, impoverirlo e impoverirmi, farmi apparire falso quello che per me, in me, è stato vero. «C’è un punto in cui i disgraziati e i perfidi si uniscono e si confondono in una sola parola; parola fatale: i miserabili. Di chi la colpa?»: credo di essermi aggirato per tutta la vita intorno a questa frase, a questa domanda. Con crescente inquietudine, con crescente sospetto, con crescente complicazione.

Parigi in Cruciverba, p. 307

 

Ci sono anche luoghi, per te, che sono forme di felicità. Racalmuto.

Sì, ma anche altri. Parigi è una forma di felicità. La amo per la sovrapposizione della città letteraria alla città reale.

Fuoco all’anima, p. 62

 

E venne il cinematografo. Il piccolo, delizioso teatro comunale diventò (e ne ebbe lenta devastazione) cinema. Vi si facevano due proiezioni settimanali: il sabato e la domenica. I film erano chiamati «parti»: una bellissima parte, per dire un bellissimo film. Si era, credo, nel 1929. Non ricordo con quale film si inaugurò il cinema: ma ne rivedo, vago e intermittente come nei sogni, dei primi piani con la faccia di Jack Holt.

C’era una volta il cinema in Fatti diversi di storia letteraria e civile, p. 119

 

Negli anni della mia formazione c’era l’America, Dos Passos… Con Bernardo, oggi direttore didattico a Milano, eravamo lettori terribili degli americani. Trovammo una cartolina di Bompiani, che chiedeva ai lettori di proporre libri; noi due proponemmo un’antologia di scrittori americani curata da Vittorini, e questa uscì, nel 1941, e noi ne ottenemmo una copia.

Lotta Continua, 21 ottobre 1978

 

Tra le forme di felicità che l’uomo si sceglie, tu includeresti la famiglia?

Avere una famiglia è una condizione inalienabile, direi, ma non credo sia una forma di felicità. Sempre Guicciardini dice all’incirca: Io ricordo che mio padre era considerato uno degli uomini meglio combinati in quanto a famiglia, e che aveva soddisfazioni dai figli. Però non era così. E quindi se questo non avveniva nella mia famiglia, che era considerata un modello, figuriamoci cosa accadeva nelle altre.

Fuoco all’anima, p. 66

 

[…] E mi ricordo anche, proprio ora, di un libro ritrovato da poco: Pan, di Hamsun, la sua rapidità di scrivere un racconto, il modo di rappresentare la scrittura, le impressioni. E poi, naturalmente, Manzoni, che lessi prima della scuola. Dopo, Stendhal…

Lotta Continua, 21 ottobre 1978

 

Il film di Tornatore (Nuovo Cinema Paradiso, ndr), pur riferendosi ad anni più al di qua, agli anni del “parlato”, mi ha toccato e commosso nella memoria di anni più lontani; quelli del mio cinema, del mio vero cinema: il cinema che direi silenzioso piuttosto che muto. Me ne sono nutrito fin da quando, già in quasi tutto il mondo, imperava il parlato: per il vantaggio, direi, di stare in un paese dove tutto arrivava con grande ritardo (nei miei ricordi è l’arrivo della prima automobile, della prima radio, del primo taglio – alla maschietta – dei capelli femminili, delle prime ascelle femminili nude e rasate).

Il primo film parlato l’ho visto la volta che sono stato, per il mio primo viaggio fuori dal paese, a Palermo: nel 1933. Entrando nella sala ne ebbi un senso di frastornazione, di stordimento, addirittura non capivo. A capirlo, restai a vedere il film per la seconda volta. Era Il segno della croce, mi piacque moltissimo: ma più mi piaceva tornare a vedere, al mio paese, i vecchi films muti. E Francesca Bertini, Pina Menichelli, Diana Karenne e Lupe Velez mi suscitavano più ammirazione, desiderio e – perché non ammetterlo? – adorazione di Elissa Landi e di altre nuove dive. “Je t’adore à l’égal de la voûte nocturne, ô vase de tristesse, ô grande taciturne”. La volta notturna, la tristezza, il silenzio: il richiamo a quel cinema, a quelle dive, è per me irresistibile.

C’era una volta il cinema in Fatti diversi di storia letteraria e civile, p. 121-122

 

Mi ritorna in mente una definizione che è stata data dei Suoi libri e penso soprattutto di questi ultimi libri: si dice che lei, o l’ha detto Lei stesso, è un romanziere impuro, nel senso che i Suoi libri non sono solo fantasia ma, come appunto diceva in questo caso, sono basati su dei fatti reali, su dei documenti.

Sì, ribadisco la confessione di allora: non mi considero un narratore puro, sono un narratore piuttosto spurio, che prende il suo bene dove lo trova, nella realtà e nei documenti.

Radiotelevisione Svizzera di lingua Italiana, 23 maggio 1988

 

Le fa piacere passare per uno scrittore impegnato?

Certo, io mi sento “impegnato”: ma con me stesso e con gli altri “me stessi”. I due più grandi scrittori impegnati che io conosco sono André Gide e Georges Bernanos, ed essi lo furono veramente, fino in fondo. Tuttavia, il primo, che si sentiva comunista, scrisse la verità sull’Unione Sovietica, e il secondo, che era cattolico, scrisse contro il mondo cattolico che esaltava la crociata di Franco. Ben vengano dunque gli intellettuali impegnati, ma purché si battano sempre contro il Principe, contro i Poteri, contro le Chiese, anche se si tratta di quelle in cui credono.

Epoca, 5 luglio 1978

 

Preferisco perdere dei lettori, piuttosto che ingannarli.

Georges Bernanos

Epigrafe scelta per A futura memoria

 

Che tipo di scolaro eri alle elementari?

La scuola l’ho attraversata facendo altro.

Anche quando eri così piccolo? Facevi altre cose, autoeducandoti per conto tuo?

Sì. Ma probabilmente tutti quelli predestinati, o con una certa intelligenza, rifuggono dalla scuola. E poi quando ho cominciato a frequentare le magistrali ho avuto la fortuna – allora capitava spesso – di trovare un paio di professori bravissimi che non si formalizzavano sul senso costrittivo della scuola. Ma ti davano tanta di quella libertà, e consigli, suggerimenti…

Fuoco all’anima, p. 23-24

 

Forse per te contano solo due avvenimenti: la Passione di Cristo e la Rivoluzione francese. La prima perché si ripete sempre, ma inutilmente visto che non c’è redenzione, la seconda perché irripetibile. E forse la tua opera è una meditazione di questi due episodi della Storia.

Sì, forse. Debbo pensarci su. Ma io credo che tutto quello che per un uomo conta, tutto quello che lo ha fatto com’è, accada nei primi dieci anni di vita: e dunque fatti più piccoli, persone di più piccolo affare. Magari dimenticati.

14 domande a Leonardo Sciascia, p. XI

 

Hai lavorato oggi?

Ho scritto un po’, poi è venuto il preside della Facoltà di Lettere di Messina a parlarmi della laurea ad honorem che vogliono darmi.

Perché in Lettere?

C’è un senso, perché sono stato iscritto, senza laurearmi, all’università di Messina, a Magistero.

Avrebbe senso dartela anche in Scienze politiche.

Mi piacerebbe averla in Legge.

Ormai ti sembra di conoscerli, i codici?

Sì, ormai sì. Ma sai, non c’è nemmeno bisogno di leggerli i codici, basta la ragione. La legge è quasi sempre ragione.

Fuoco all’anima, p. 21

 

[…] C’è stato poi Manzoni. Se mi si chiedesse a quale corrente di scrittori appartengo, e dovessi limitarmi a un solo nome, farei senza dubbio quello di Manzoni. D’altronde Manzoni oltre a essere il più grande scrittore italiano è anche il più francese degli scrittori italiani: e a tal punto che i francesi non se ne accorgono. E poi: è stato detto che ha convertito, convertendosi, l’illuminismo al cattolicesimo; ma io penso che in lui è forse accaduto il contrario: il cattolicesimo si è convertito all’illuminismo.

La Sicilia come metafora, p. 77

 

[…] La mia formazione seguì un filone laico, cristiano, civile. Mi ricordo Martinetti, un filosofo cristiano, che non prestò giuramento ai fascisti, e Rensi: capii Spinoza attraverso di lui.

Lotta Continua, 21 ottobre 1978

 

Senti, parliamo dei premi. La tua rottura con Einaudi, perché l’editore aveva presentato un tuo libro a un premio, mi fa venire in mente il rifiuto di Sartre per il premio Nobel.

Non ce l’ho contro i premi. È che certi premi, non li voglio. Paradossalmente, mi sono antipatici quei premi che hanno una struttura democratica, in cui votano tutti!

il manifesto, 5 dicembre 1978

 

«Certo che sono uno scrittore satirico. Se lo capissero, una buona volta, forse la finirebbero di farmi fare il profeta», dice Leonardo Sciascia. Sabato prossimo, nell’ottava edizione del Premio Forte dei Marmi per la satira politica […] gli daranno il premio per la sezione letteratura. Glielo hanno comunicato e Sciascia, dopo essere sfuggito per anni alla “kermesse” dei premi, ha detto sì. È un avvenimento. Sono venuta a chiedergli come mai.

È per la motivazione? Si è sentito finalmente capito, definito in modo giusto?

«Sì… in parte.»

Quindi avrebbe accettato qualunque premio le venisse assegnato per questa ragione?

«Ah, no. I premi sono in se stessi una cosa da satira. Io mi ci sono sempre sottratto.»

E qui non si sottrae…

«Mi piacciono i piccoli premi simpatici.»

[…]

Tuttavia lei non accetta la lettura “seria” che di lei viene data in Italia.

Non è questione di serietà, è questione di ottica. In Italia mi si considera un illuminista, peggio, un volterriano…

Perché “peggio”? Proprio lei dice questo, lei che ha scritto “Candido”…

… Sì, forse il più apertamente satirico dei miei libri. Tuttavia non voglio Voltaire come padre. Intanto dell’illuminismo mi ha sempre interessato più Diderot che Voltaire. Ma poi, ecco, io non mi riconosco nel volterrianesimo che mi si attribuisce.

Non è un illuminista?

No, tutto il contrario.

La Repubblica, 10 settembre 1980

 

Sì, credo di essere saggista nel racconto e narratore nel saggio. Dirò di più: quando mi viene un’idea di qualcosa da scrivere, breve o lunga che sia, non so in prima se mi prenderà la forma del saggio o del racconto. Persino Il Consiglio d’Egitto, che è forse il mio libro più raccontato, è in effetti un saggio, lo svolgimento di un tema che Rosario Romeo pone, in una sola frase, nel libro Il Risorgimento in Sicilia. I più utili per i lettori? Direi, perversamente, Candido. Ma forse, ancor di più, La scomparsa di Majorana.

Conversazione in una stanza chiusa, p. 45

 

ma la Chiesa siciliana, con questi suoi appelli contro la mafia in un’isola così cattolica, può qualcosa?

La Sicilia è cattolica, ma non cristiana. Il mafioso non ascolta.

Fuoco all’anima, p. 57

 

Il rapporto che ho con i miei personaggi è piuttosto semplice, senza dubbio perché non ne ho mai incontrato uno che mi abbia creato difficoltà. Per lo più si tratta di persone incontrate nella vita di ogni giorno, le quali mi forniscono gli elementi base per ognuno di essi. Oppure di un personaggio storico, al quale nonostante tutto attribuisco tratti ripresi dai miei contemporanei. Non ho una grande fantasia creatrice…

Io non mi riconosco completamente in nessuno d’essi, ma una parte di me vive in ognuno, non fosse che per il fatto di farli miei e di assumermene il modo di essere, cercando di capirli e di penetrare dentro di loro. Sicché, sono di volta in volta un po’ capomafia, un po’ prete, un po’ avvocato e un po’ inquisitore: se ci fermiamo ai personaggi diciamo negativi. Naturalmente, mi riconosco di più in quelli che amo, nei personaggi che si dicono positivi.

La Sicilia come metafora, p. 63

 

… E perché non cominciano i giornali a scrivere nei titoli, invece che “manette al tizio”, che il tizio è stato semplicemente – ed è già tutto – arrestato? Siamo di fronte, secondo l’invalso uso di chiamare cultura l’incultura, a una “cultura delle manette”? E non c’è da temere che tale “cultura” si sia già insinuata nei luoghi che più decisamente dovrebbero respingerla: nella magistratura, nel giornalismo? È evidente che la “cultura delle manette” è promossa dalla preesistente “cultura dell’indiscrezione” stabilitasi tra certi uffici giudiziari e i giornalisti: con l’effetto di fare intravedere prossimo o lontano, ma comunque dovuto, lo scatto delle manette ai polsi di chiunque – che abbia una certa notorietà – venga chiamato o spontaneamente si presenti in un ufficio giudiziario anche per fare una irrisoria testimonianza. “Cultura” che è forse da annodare a quella, più deleteria e antica, che considerava vergognoso il testimoniare. E della “cultura dell’indiscrezione” è stato prolifero, come tutti ricorderanno, il caso Tortora particolarmente.

Corriere della Sera, 26 gennaio 1987

 

Che cosa farebbe, o vorrebbe, lo scrittore Sciascia, una volta varcata la soglia del Palazzo?

Bè, una cosa che non dipenderebbe mai da me, ma che mi farebbe un gran piacere. Manderei in galera un bel po’ di gente e la sostituirei con dei galantuomini.

La manderebbe in galera, moralmente parlando?

No, penalmente parlando.

La Repubblica, 18 maggio 1979

 

Cosa avrebbe voluto che le chiedessimo e non le abbiamo chiesto?

Se ho delle inquietudini religiose. Le avrei risposto, come le rispondo, che le ho; il che rafforza la mia avversione a tutto quello che in Italia deriva dal cattolicesimo.

Critica sociale, 13 gennaio 1978

 

Le tue inchieste storiche possono sembrare una anticipazione delle micro-storie di questi ultimi anni (Carlo Ginzburg, Nathalie Zemon Davis…). Eppure mi sembrano diverse per due motivi. Primo: il fait divers del passato t’interessa perché rientra in una problematica (morale, politica) che è ancora nostra, non per l’episodio in sé; secondo: meno della ricerca storica t’interessa la scrittura, il tuo rapporto con il documento è fondamentalmente una operazione scrittoria: come scritto lo valuti e come scritto lo tratti.

Tutto è legato, per me, al problema della giustizia: in cui si involge quello della libertà, della dignità umana, del rispetto tra uomo e uomo. Un problema che si assomma nella scrittura, che nella scrittura trova strazio o riscatto. E direi che il documento mi affascina – scrittura dello strazio – in quanto entità nella scrittura, nella mia scrittura, riscattabile.

14 domande a Leonardo Sciascia, p. XIII

 

Il più bel libro di Stendhal è l’Henry Brulard. Ci sono tre gradi dello stendhalismo. In un primo si crede che il più bel libro di Stendhal sia Il rosso e il nero; poi ci si converte alla Certosa di Parma; in un terzo grado, quando lo stendhalismo è arrivato alla sua perfezione, ci si convince che il suo più grande libro è la Vie de Henry Brulard.

Mondoperaio, dicembre 1978

 

... Mi ricordo di una ragazzina bionda che amavo moltissimo, con una timidezza pari solo alla violenza della mia passione, e che somigliava a unattrice alla moda, Simone Simon. La cosa è durata per tutta la mia adolescenza, ma non lho più vista, da circa quarantanni, benché stesse a pochi chilometri da Racalmuto. E del resto non vorrei rivederla, il contatto con la realtà sarebbe ora terribile. Bello è il ricordare, ancora... 

La Sicilia come metafora, pp. 15-16

 

Io mi sono trovato, nei primi quindici anni di vita, a vivere dentro un pirandellismo di natura. Gli ho dato nome e me ne sono fatta un’ossessione quando, dopo aver visto Il fu Mattia Pascal di Marcel L’Herbier, ho cominciato a leggere Pirandello. Gli altri; il giudizio degli altri; il problema dell’identità; l’uno, nessuno e centomila, insomma, furono la mia ossessione quotidiana, nell’adolescenza. Era uno stato che rasentava la schizofrenia. A un certo punto – grazie agli illuministi, ecco – mi sono liberato di Pirandello, sono arrivato a detestarlo. Poi ci sono tornato: serenamente, con grande amore. Con questo mio stretto conterraneo ho avuto, si può dire, un rapporto molto somigliante a quello del figlio col padre. Anche il fascismo di Pirandello lo vedo oggi come un errore del padre, che il padre (e anche mio padre che lo è stato per quieto vivere) non poteva non fare.

Conversazione in una stanza chiusa, p. 18

 

Ma la Sicilia era poi così succube al mito del fascismo?

Non c’è nulla di più falso che il proclama di Mussolini secondo cui la Sicilia era fascista fino al midollo. La Sicilia non era per niente fascista. Naturalmente la gente si iscriveva al fascio, andava alle adunate e gridava «Duce! Duce!», ma senza crederci molto. Qui è così per ogni idea. Allo stesso modo si spiega la refrattarietà alla Chiesa cattolica. Si osservano i riti, la messa di mezzogiorno e tutte le regole, ma senza crederci intimamente.

Fuoco all’anima, p. 19

 

«Mi occupo il meno possibile di politica. Me ne sono occupato durante la dittatura, ma quella non era politica, era etica. Ultimamente, mi sono occupato di politica. Per esempio, mi sono iscritto al Partito Conservatore. Ma una volta affiliato al conservatorismo, il trionfo radicale mi ha fatto piacere». Di questa dichiarazione di Jorge Luis Borges, la seconda parte è «impossibile» là dove ci sono dei partiti che accettano il sistema e le regole del giuoco con la riserva (confessata o negata) che appena vincitori sistema e regole muteranno o saranno del tutto aboliti. […] Un consenso assoluto si può dare invece alla prima parte: uno scrittore dovrebbe sempre poter dire che la politica di cui si occupa è etica. Sarebbe bello che potessero dirlo tutti. Ma che almeno lo dicano gli scrittori.

Nero su nero, pp. 68-69

 

[…] Ci sono gli interessi del momento, c’è il carattere imprevedibile della vita. Quando credo di sapere quel che scriverò domani, ecco che invece mi metto a scrivere sollecitato da considerazioni o immagini opposte a quelle che fino a quel momento mi occupavano. Per esempio, una volta mi è stato chiesto di fare una prolusione a un congresso di musica dedicato ai Vespri siciliani. Non sono un appassionato di musica, ne ascolto raramente: Mozart, Rossini, un po’ di Verdi, la Carmen di Bizet. Ma la richiesta era così strana, così imprevista, che per un mese mi sono occupato dell’opera di Verdi, andando addirittura a Parma per fare delle ricerche presso l’istituto verdiano.

La Sicilia come metafora, p. 75

 

[...] Rifletto invece su me stesso: e che sono sempre, facendo letteratura o parlandone, un maestro di scuola. Non riesco, cioè, ad amare tutta la letteratura; e anzi molta ne respingo, ne ignoro, ne voglio ignorare. Picasso diceva: «Sono come gli ubriaconi, che amano qualsiasi vino: la pittura mi piace tutta». E così è: a un vero pittore dovrebbe piacere tutta la pittura, a un vero letterato tutta la letteratura. Non sono dunque (ma lo sapevo già) un vero letterato.

 Nero su nero, p. 165

 

Quanti libri hai adesso?

Non li ho mai contati, credo di averne 15mila, forse 20mila. La casa ne è sommersa. Ho deciso di regalarne una parte alla biblioteca comunale di Racalmuto, il mio paese.

Mondoperaio, dicembre 1978

 

L’“engagement” di marca sartriana? Io quella parola non l’avrei mai tradotta “impegno”, l’avrei tradotta “ingaggio”. E va da sé che le avrei dato tutto un altro significato; e va da sé che non ci ho mai creduto, nemmeno quando era in auge. L’“impegno” deve essere soprattutto con se stessi, di carattere fondamentalmente morale. L’ingaggio toglie libertà: e io non riesco a stare intruppato con nessuno: sto benissimo nel gruppo radicale proprio perché faccio quel che voglio.

La Repubblica, 12 maggio 1983

 

Per te la scuola è sempre stata una cosa facile?

Facilissima.

Anche in matematica?

No, in matematica mi rimandavano. Bocciature vere e proprie non ne ho mai avute.

Fuoco all’anima, p. 114

 

[…] In quanto all’ironia: credo sia siciliana prima che illuministica. Quasimodo ne ringrazia la madre: «l’ironia che hai messo sul mio labbro». Io non soltanto mia madre: sono cresciuto tra gente di micidiale ironia.

Conversazione in una stanza chiusa, p. 18

 

[…] Paolo Luigi Courier, vignaiuolo della Turenna e membro della Legion d’onore, sapeva dare colpi di penna che erano come colpi di spada; mi piacerebbe avere il polso di Paolo Luigi per dare qualche buon colpo di penna: una «petizione alle due Camere» per i salinari di Regalpetra per i braccianti per i vecchi senza pensione per i bambini che vanno a servizio. Certo, un po’ di fede nelle cose scritte ce l’ho anch’io come la povera gente di Regalpetra: e questa è la sola giustificazione che avanzo per queste pagine.

Le parrocchie di Regalpetra, p. 12

 

Per Borges, in effetti, la felicità sta nell’infanzia, nell’avventura. Penso che Borges abbia letto Stevenson in una di quelle edizioni illustrate ancora in uso ai suoi tempi. Forse non sarà la felicità suprema come lui sosteneva, perché non credo che qualcuno possa possedere la felicità nella sua totalità, però le si avvicina.

Sono delle forme di approssimazione. Forme di approssimazione alla felicità. Per me la felicità è in gran parte legata ai libri. I libri letti, i libri da rileggere, i libri che rileggo, i libri che scopro e anche le stampe, la scoperta di una certa acquaforte…

Fuoco all’anima, p. 61

 

[…] Credo che, se sono diventato un certo tipo di scrittore, lo devo alla passione antifascista. La mia sensibilità al fascismo continua a essere assai forte, lo riconosco ovunque e in ogni luogo, persino quando riveste i panni dell’antifascismo, e resto sensibile all’eternamente possibile fascismo italiano. Il fascismo non è morto. Convinto di questo, sento una gran voglia di combattere, di impegnarmi di più, di essere sempre più deciso e intransigente, di mantenere un atteggiamento sempre polemico nei riguardi di qualsiasi potere.

La Sicilia come metafora, p. 85

 

[…] Savinio mi ha dato del fascismo più coscienza di Croce. C’era in biblioteca la Critica di Croce, ma non ci trovavo niente. Savinio invece era l’Europa.

Lotta Continua, 21 ottobre 1978

 

come hai sentito e creato o ricordato le donne nei tuoi libri? […] Qual è quella più autobiografica, quale riporta più puntualmente il tuo sentimento, la tua nostalgia? Come conta per te la donna?

Quella del racconto Il mare colore del vino: la donna che si incontra per qualche ora e con la quale si vive, in quelle poche ore, tutta una vita. Poi c’è l’altra, con cui realmente si vive almeno due terzi della vita: in giusta compagnia.

Conversazione in una stanza chiusa, pp. 40-41

 

È vero che lei non rilegge cose sue stampate, per paura di trovarci errori tipografici?

È vero. Ma forse la paura di trovarvi errori di stampa maschera il fatto che quello che ho scritto, una volta pubblicato, non mi interessa più.

Critica sociale, 13 gennaio 1978

 

Io non ho alcuna affezione per lo Stato così com’è, ma ne ho molta per la Costituzione. Lei mi chiede: ma proprio io che avrei lanciato la teoria: né con lo Stato, né con le BR? Io non ho mai formulato questo slogan. È nato dalla deformazione della mia valutazione negativa della classe politica italiana, valutazione che continua a essere tale. Ma ciò significa volere che questa classe dirigente cambi. Non che si avveri il sogno delle BR. Naturalmente io mi sarei comportato come Rossa (Guido Rossa, operaio genovese sindacalista della CGIL, ucciso dalle BR per aver denunciato un compagno di lavoro fiancheggiatore dei terroristi, ndr), pur tenendo presente che bisogna fare i conti con il se stesso sconosciuto. Dico di più: che denuncerei qualsiasi tipo di reato contemplato dalle leggi. Ho dei doveri verso me stesso, e verso gli altri, anche lasciando perdere lo Stato.

L’Espresso, 31 gennaio 1979

 

Sì, ci credo. Nella ragione, nella libertà e nella giustizia che sono, insieme, ragione (ma guai a separarle). Credo si possa realizzare, anche se non perfettamente, un mondo di libertà e di giustizia. Ma la storia siciliana è tutta una storia di sconfitte della ragione, sconfitte degli uomini ragionevoli. Anche la mia storia è una storia di sconfitte. O, più dimessamente, di delusioni.

La Sicilia come metafora, p. 6

 

Ha citato degli scrittori siciliani: prima Consolo, Brancati, Pirandello, Tomasi Di Lampedusa. E naturalmente anche Leonardo Sciascia metto in questo breve elenco. Come mai la Sicilia è una terra fertilissima, fertile perlomeno di grandi scrittori?

È una domanda che in questi ultimi tempi mi sento fare spesso. Anche perché c’è stato un articolo di Del Buono, tempo addietro, su «Panorama», che ha suscitato anche dei risentimenti, in cui dice che la letteratura italiana parla siciliano. Forse è dovuto al fatto che in Sicilia c’è una difficoltà di vita diversa e questo aguzza l’interesse a rappresentarla, a comunicarla, a farla conoscere. Può anche dipendere da una dimensione di ozio attivo, di ozio positivo più presente nella vita siciliana che altrove. Può dipendere da una certa cultura, che scavalca l’Italia e si ricollega prevalentemente alla Francia. Possono esserci tanti motivi, però si può esporre come ipotesi, non mai come certezza.

Radiotelevisione Svizzera di lingua Italiana, 23 maggio 1988

 

Il maggior impegno che oggi uno scrittore può affrontare è quello dell’isolamento, della solitudine. Nella misura in cui saprà sopportare isolamento e solitudine, non sarà solo e non sarà isolato. Può sembrare un paradosso, ma non lo è. […] Pasolini sembrava solo, isolato. E non era. Solo, se fosse stato meno preso dall’angoscia – un po’ compiaciuta in “maledettismo” – di essere diverso, se ne sarebbe accorto. Io me ne accorgo, di non essere solo, di non essere isolato – anche se sempre più apparirò solo e isolato.

L’Ora, 2 marzo 1979

 

Il nec tecum nec sine te che per anni drammaticamente ho sentito nei riguardi della Sicilia e del comunismo mi va diventando, nei riguardi del comunismo, indifferenza. Vigile indifferenza. E, a momenti, paura; specialmente quando mi trovo di fronte a certe doppiezze, a certe fabbricazioni di verità, l’una che contraddice l’altra, in successione. Per anni ne sono stato inquietato, ma cercandone e trovandone giustificazioni; oggi non ci riesco più. Candido è stato per me, in questo senso, un libro liberatorio. Qualche critico ortodosso se ne è accorto, ortodossamente (cioè stalinisticamente) stroncandolo. Del P.C.I. mi interessa ormai soltanto la gente che ci sta dentro al di sotto del piano decisionale: e che continua a essere la parte migliore di questo nostro paese.

Conversazione in una stanza chiusa, pp. 30-31

 

«Questo è il punto – pensò il capitano – su cui bisognerebbe far leva. È inutile tentare di incastrare nel penale un uomo come costui: non ci saranno mai prove sufficienti, il silenzio degli onesti e dei disonesti lo proteggerà sempre. Ed è inutile, oltre che pericoloso, vagheggiare una sospensione dei diritti costituzionali. […] Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena; e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere mani esperte nella contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende […]. In ogni altro paese del mondo, una evasione fiscale come quella che sto constatando sarebbe duramente punita: qui don Mariano se ne ride, sa che non gli ci vorrà molto ad imbrogliare le carte».

Il giorno della civetta, p. 99

 

… Cosa le piace della narrativa moderna contemporanea?

In senso assoluto, dopo Borges, amo moltissimo due scrittori: Graham Greene e Dürrenmatt.

Degli autori italiani?

Degli autori italiani ne trovo molti che mi invogliano alla lettura dei loro libri, che voglio seguire perché mi interessano. Ed io dico che una letteratura, che nel giro di pochi mesi riesce a tirare fuori tre libri, come per esempio quello di Vincenzo Consolo Retablo, quello di Bufalino Le menzogne della notte, e quello di Rugarli La Troga, è molto vitale e tutto sommato merita l’omaggio di Francoforte, che le sarà reso quest’anno.

Radiotelevisione Svizzera di lingua Italiana, 23 maggio 1988

 

Puoi parlarmi di Dostoevskij?

Grandissimo scrittore, ma non lo amo. Piccolo o grande che sia, uno scrittore deve essere fazioso. Chi ama Tolstoj non può amare Dostoevskij, chi ama Stendhal non può amare Proust, chi ama Dante non può amare Petrarca. Eugenio D’Ors diceva: se la Fontaine è poeta, Hugo non lo è; e viceversa. Non arrivo a tanto: La Fontaine è poeta, è poeta Hugo (purtroppo, diceva Gide, il più grande dei poeti francesi), ma non posso ugualmente amarli: purtroppo, amo Hugo.

14 domande a Leonardo Sciascia, p. XI

 

Si ha l’impressione che il PCI l’abbia sempre, alternativamente, ingiuriato e corteggiato. Non molto tempo fa Amendola l’ha trattato pubblicamente da codardo…Sembra che vent’anni fa lei sia stato chiamato “iena dattilografa” e considerato trotzikista…

Effettivamente i miei rapporti col PCI hanno conosciuto alti e bassi, un po’ come quella poesia di Manzoni, quando parlando di Napoleone dice che fu trascinato «due volte nella polvere, due volte sull’altar…». Prima di pubblicare Il contesto agli occhi del PCI ero uno scrittore “buono e coraggioso”. Candidato per le liste comuniste fui promosso a “grande scrittore”. Dopo le dimissioni (dal consiglio comunale di Palermo, ndr) sono diventato “codardo”. Forse è a causa dei miei scritti sempre contestatari che mi affibbiano quelle tare… In realtà una simile retorica piena di ingiurie non solo non mi induce a riflettere, anzi qualche volta perfino mi diverte: a lungo andare i fulmini del PCI finiscono con l’essere comici.

Epoca, 25 giugno 1978

 

Ma allora perché c’è tanta gente che insegue il genere di felicità che dà il potere?

Perché l’uomo mediocre sente l’appagamento che dà il potere, il fatto di avere un potere sugli altri. Mi sembra un segno inconfondibile della mediocrità questo desiderio di sovrastare gli altri, di dominarli, di avere un potere su di loro.

Fuoco all’anima, p. 65

 

Se il concetto di «intellettuale organico» significa – e ha significato – che l’intellettuale è «organico» rispetto a un partito politico, allora io sono l’intellettuale più «disorganico» o «anorganico» che possa esistere. Comunque, sono definizioni – organico, disorganico, inorganico – che mi irritano profondamente. Mi fanno pensare al concime. Al concime organico. 

La Sicilia come metafora, p. 84

 

Naturalmente, il fatto che io trovi sublime la frase che chiude la lapide in memoria di Tanucci  “lasciando di sé quasi povertà alla famiglia e molto nome alla storia” mi pone nel novero dei moralisti: esigua specie di sopravvissuti, fortunatamente sul punto della totale estinzione. Questo è moralismo”, mi disse un giovane al quale mi ero azzardato a dire che, in tempi di confusione, bisognava almeno cercare di far bene ciascuno il proprio lavoro. Bisogna farlo male. O addirittura, e meglio, non farlo.

Nero su nero, p. 51 


C’è molto dialogo, nelle mie cose: e a un certo punto ho sentito il bisogno di scrivere per il teatro. Ma mi sono imbattuto nel regista. Questa mediazione devastatrice (devastatrice dei testi) mi ha sconvolto, mi ha allontanato. Peccato: forse era un amore che poteva durare. Ora lascio che altri ridica le mie cose per il teatro. Con molta indifferenza: come nei riguardi del cinema.

[…]

… Quel che non sopporto è il taglio, la ricucitura, lo stravolgere il senso di una cosa fino al non senso. Mi è capitato con la Controversia liparitana. Irriconoscibile.

Conversazione in una stanza chiusa, pp. 66-67

 

Il giorno della civetta mi è stato ispirato dall’assassinio a opera della mafia, a Sciacca, del sindacalista comunista Miraglia; Il Consiglio d’Egitto è stato invece scritto al posto di un altro libro; volevo fare la cronaca del massacro dei presunti giacobini, avvenuto a Caltagirone alla fine del XVIII secolo, e avevo cominciato a documentarmi sull’argomento.

La Sicilia come metafora, p. 69

 

Non cè nulla che mi infastidisca quanto lessere considerato un esperto di mafia o, come oggi si usa dire, un mafiologo. Sono semplicemente uno che è nato, è vissuto e vive in un paese della Sicilia occidentale e ha sempre cercato di capire la realtà che lo circonda, gli avvenimenti, le persone. Sono un esperto di mafia così come lo sono in fatto di agricoltura, di emigrazione, di tradizioni popolari, di zolfara: a livello delle cose viste e sentite, delle cose vissute e in parte sofferte...

Corriere della Sera, 19 settembre 1982

 

La mafia le ha mai rivolto delle minacce personali?

Soltanto una volta, dopo l’assassinio del sostituto procuratore Scaglione, qui a Palermo. Non ricordo più esattamente l’anno. Allora ero a Milano e discussi con Arrigo Benedetti sulla mafia. Dopodiché Benedetti scrisse un articolo su Il Mondo e fece riferimento a delle informazioni che gli avevo dato durante il colloquio. Poco tempo dopo, ricevetti una lettera, una lettera molto secca, che egli pubblicò. C’era scritto pressappoco: “Se Sciascia in Sicilia non sta bene, lo possiamo spedire in un posto dove starà molto meglio”. In effetti, questo mi sembrò un avvertimento mafioso. Da allora, non ho più ricevuto altro.

Zibaldone. Zeitschrift für italienische Kultur der Gegenwart, n. 5, Mai 1988

 

Dei libri che ha scritto, qual è quello a cui è più affezionato?

È Morte dell’inquisitore, perché lo considero come non finito.

Critica sociale, 13 gennaio 1978

 

Se lei dovesse fare un catalogo dei temi della sua opera, quali considererebbe come principali?

Guardi, il mio sentimento nei riguardi dei libri che scrivo è mobile. Certo, il tema della giustizia è stato per me il più importante. La preferenza tra i libri che ho scritto, se prima l’avrei data a Morte dell’inquisitore, oggi la do alla Scomparsa di Majorana.

Zibaldone. Zeitschrift für italienische Kultur der Gegenwart, n. 5, Mai 1988

 

 Abbiamo davanti agli occhi i giornali. Sciascia ne scorre uno, e lo lascia andare bruscamente. Rimpasto governativo, bordate di Craxi, processo di Catanzaro.

La lettura dei giornali mi dà fastidio, mi mette di cattivo umore. Preferisco leggerli a Parigi, i giornali: lì quelli italiani arrivano con ritardo, e attraverso la mediazione di Le monde tutto mi sembra addolcito.

Gli indico un articolo sul suicidio di massa in Guyana, e chiedo: “Non è un sintomo significativo, un effetto dell’angoscia, dell’impossibilità di vita per i giovani di questo mondo, un fenomeno che dall’America potrebbe domani dilagare fino a noi?”.

Qui sta avvenendo un suicidio nella stupidità: una cosa che mi fa spavento…

il manifesto, 5 dicembre 1978

 

Lei è spesso anche in viaggio, oggi gentilmente è a Lugano, passa alcune settimane dell’anno a Milano, nel centro della città, ed il resto del tempo lo suddivide tra Palermo, cioè una città anche questa, e Racalmuto, che è il suo paese, cioè in campagna. Quale ambiente preferisce in definitiva, quello della campagna o quello della città? E che differenze trova?

Preferisco nettamente quello della campagna, ma ogni tanto per rinfocolare il desiderio di tornare in campagna ho bisogno di stare un po’ in città.

Ma si trova bene in una città come Milano? Lei risiede sempre nello stesso albergo, che è proprio nel cuore della città.

Sì, a Milano mi trovo bene. Milano è la città più italiana che ci sia, nel senso che è di tutti gli italiani, mentre in altre città, come a Roma, c’è troppa ammuina, si direbbe in napoletano, troppa mescolanza, si incontra anche chi non si vuole incontrare, come a Palermo. A Milano no, a Milano si incontra chi si vuole incontrare, è una città riposante, a parte tutta la memoria stendhaliana che contiene.

Radiotelevisione Svizzera di lingua Italiana, 23 maggio 1988

 

Capisco che ci sia, da parte dei fanatici, la esigenza di etichettarmi una volta per tutte o come rivoluzionario o come reazionario. I fanatici hanno bisogno di star comodi. Per mia parte, dico di essere semplicemente, in questo momento, un conservatore. Voglio conservare, di fronte allo Stato che se ne è svuotato, la Costituzione. Voglio conservare la libertà e la dignità che la Costituzione mi assicura come cittadino; e la libertà di cui ho goduto come scrittore, e la dignità che come scrittore mi sono guadagnata.

Questa libertà e dignità sento oggi che sono in pericolo. In quanto cittadino capisco – ma non approvo – che molti siano disposti a barattare libertà e dignità per un po’ d’ordine pubblico, di sicurezza: in quanto scrittore mi batterò affinché questo baratto non si compia. Metto in conto la sconfitta, e anzi la prevedo: ma non posso che battermi, finché avrò un margine, sia pur piccolo, sia pur insicuro. Il ripristino dell’ordine pubblico, da noi è sempre stato pagato caro: a prezzo di un più vero e profondo disordine, che corrode anche le menti più lucide e le coscienze più nette. Ed è già cominciato, a guardar bene.

Panorama, 4 aprile 1978

 

A ciascuno il suo riprende il tema della mafia quale lo avevo rappresentato ne Il giorno della civetta: ma è ormai mafia urbana totalmente politica. Ma il movente vero a scrivere questo racconto mi è venuto dalle delusioni del primo centrosinistra. È un buon racconto, credo; tecnicamente ben condotto, che si legge bene. Vi ho impiegato, come già ne Il giorno della civetta, ma più affinata, la tecnica del poliziesco. Ma con esiti paradossali, in un certo senso parodistici. Posso anche dire che è un libro scritto passionalmente (l’indignazione e il disprezzo sono le mie passioni più forti, forse)…

Conversazione in una stanza chiusa, pp. 56-57

 

Ex abrupto, dirò che tra i vari approcci possibili ai tuoi libri (la Sicilia, la cronaca, la politica…) il più convincente mi pare la tua volontà di fare della morte un’esperienza narrabile.

Manzoni racconta di quel giudice che, sentite le parti contendenti, diede ragione all’una e all’altra; e poi diede ragione anche a un suo bambino, che obiettò non si poteva dare ragione ad entrambe. Ricordando questo aneddoto, voglio dire che tutte le interpretazioni delle cose da me scritte – quando muovono da una certa intelligente passione – mi si insinuano suggestivamente e finiscono col convincermi. In ciò – debbo ammetterlo – c’è anche della pigrizia – o qualcosa di simile. Sto parlando, si capisce, dei libri in cui racconto qualcosa. Che, una volta pubblicati, non mi interessano più. […] Per temperamento, sarei portato a passare la vita su un solo libro, a riscriverlo: ma non essendo sicuro che lo migliorerei, temendo anzi di peggiorarlo, me ne libero nel giro di sei mesi – e cercando la concisione al possibile. […]

Fatta questa premessa, se la tua, oltre che una constatazione, è una domanda, rispondo che sì, vorrei raccontare il morire, la morte come esperienza. Il che ha tentato – impareggiabilmente – Tolstoj. Mi limito dunque ad avere, nei riguardi della morte, della mia morte, un’ultima, suprema curiosità intellettuale. Il che rende questo dominante pensiero della morte (nonché un pensiero, diceva Savinio, la morte è il pensiero stesso) meno greve, meno ossessivo: come per ogni attesa cui un sentimento di curiosità si accompagna.

14 domande a Leonardo Sciascia, pp. VII-VIII

 

«… soltanto i fatti contano, soltanto i fatti debbono contare. Noi siamo quel che facciamo. …»

Candido ovvero Un sogno fatto in Sicilia, p. 100

 

Con la mia tecnica, e con la disciplina che potrei impormi, sarei in grado di scrivere un libro ogni sei mesi, e sarebbe vero allora che non mi divertirei più, contrariamente a quanto avviene oggi. Vorrei che fosse chiara questa dimensione del divertimento, che è importante. Per esempio, non ho mai provato a riscrivere uno dei miei libri, a fare una prima, una seconda e una terza stesura. L’unica di tutte le mie cose che ho riscritto, è stato il racconto intitolato Giufà. Sì, è scritta meglio nella seconda che nella prima versione, è più piacevole e scorrevole. Ma se l’ho riscritta è stato perché si trattava solo di quattro o cinque pagine. Che inferno, se fossero state invece due o trecento! Decisamente, sono un dilettante potenzialmente in grado di diventare un professionista.

La Sicilia come metafora, pp. 79-80

 

Però tra di voi c’è, diceva con Vincenzo Consolo, per esempio, un’amicizia. Nel mondo degli scrittori l’amicizia è un valore praticato o è piuttosto la rivalità?

Mah non so, ad un certo punto della propria vita uno fa delle scelte, si restringe ad una cerchia di amici. Io e Consolo siamo amici, Bufalino ed io siamo amici. Io poi provo un grande piacere quando mi imbatto in un bel libro da chiunque scritto. Io sono grato a chi scrive un bel libro. Ci sono invece altri scrittori che parlano del libro, bello o brutto che sia oggettivamente, del collega con la bava alla bocca.

Radiotelevisione Svizzera di lingua Italiana, 23 maggio 1988

 

Il mare era distante (da Racalmuto, ndr) venticinque chilometri, e io lho visto per la prima volta solo a cinque anni, ad Agrigento. Non mi è piaciuto, e non mi piace neppure oggi. E non piace neppure ai siciliani, anche a quelli che ne vivono; del resto la maggior parte dei paesi di Sicilia volgono ostentatamente le spalle al mare. [...] Così, non so neppure nuotare. In compenso, è stato durante la gita ad Agrigento che ho avuto la rivelazione di quella che sarebbe stata la grande passione della mia vita, vale a dire il treno. Il mio sbalordimento fu tale che desiderai di colpo fare il ferroviere, poi però lidea mi è passata; ma da allora praticamente non ho più viaggiato che in treno...  

La Sicilia come metafora, pp.17-18

 

[…] In quanto al caso Moro: io sono stato sempre dell’opinione che non si poteva salvare. Non ho firmato, infatti, l’appello di Lotta continua per le trattative. Quel che mi ha indignato, e mi ha fatto scrivere un libro che sarà (lo dico al di là della modestia e dell’immodestia) sempre più vero, sempre più importante, è stata l’operazione da regime, e complice quasi totalitariamente la stampa, di farlo diventare un altro, un uomo che non sapeva quel che dicesse, un uomo che aveva soltanto paura. Questa è una atroce mistificazione. Moro era se stesso, lucidamente. E lo si vede sempre più chiaramente. Comunque, il mio libro su Moro è da vedere più come un libro religioso che politico. Ho detestato la politica di Moro, ma dal momento in cui è stato preso dalle Brigate Rosse è diventato il mio prossimo più prossimo.

Conversazione in una stanza chiusa, p.31

 

Bisogna rompere i compromessi e le compromissioni, i giochi delle parti, le mafie, gli intrallazzi, i silenzi, le omertà; rompere questa specie di patto fra la stupidità e la violenza che si viene manifestando nelle cose italiane, rompere l’equivalenza tra il potere, la scienza e la morte che sembra stia per stabilirsi nel mondo; rompere le uova nel paniere, se si vuol dirla con linguaggio e immagine più quotidiana, prima che ci preparino la letale frittata.

Notizie radicali, 11 maggio 1979

 

Sono uno degli ottomila italiani (ottomila e tanti, non so precisamente) che denunciano quel reddito che dovrebbe essere denunciato da almeno trecentomila: e tanto per dire, e tanto per inimicarmi una categoria, da quasi tutti i medici che esercitano nel territorio della Repubblica. E vivo, di fronte alle tasse, non nel sogno di occultare qualche entrata, ma nellincubo di dimenticare di denunciarne qualcuna, disordinato e sempre più smemorato come sono in ogni cosa del vivere diciamo pratico (e mi illudo mi restino ordine e memoria nello scrivere)...

Nero su nero, pp. 117-118 

 

Nel Cavaliere e la morte il Vice e il Capo sono innominati. Perché? Per renderli più emblematici?

Perché io ho diciamo così un pregiudizio, che in Italia i vice sono meglio dei capi. I vice non hanno fatto carriera perché non hanno protezioni. E il fatto di non avere protezioni è positivo.

Fuoco all’anima, p. 116

 

«… questo strumento dell’intelligenza (la televisione, ndr) che sta diventando un mostruoso moltiplicatore della stupidità umana …».

Napoleone: un’intervista impossibile

 

La mia paura è più della massa davanti ai televisori che della massa sotto un dittatore. Le tirannie fanno sì che molti individui si sciolgano dalla massa, ma i televisori no. E poi c’è la parola. Massa. Far massa. In elettricità, mi pare, non è niente di buono.

Conversazione in una stanza chiusa, p. 62

 

«Sono d’accordo con chi non è d’accordo con me.»

Saremo perduti senza la verità, p. 33

 

Fare bene il proprio lavoro. Essere se stessi. Non accettare verità rivelate o fabbricate. Non vedo altra condotta, per me, e altra speranza.

Conversazione in una stanza chiusa, p. 76

 

Ce ne ricorderemo, di questo pianeta.

Villiers de LIsle Adam

Epitaffio scelto da Leonardo Sciascia

 

[… ] Come Shaw diceva che i negri prima li si costringe a fare i lustrascarpe e poi si dice che sanno solo fare i lustrascarpe, prima mi si attacca e poi mi si fa il rimprovero di essere attaccato. Io ho dovuto fare i conti da trent’anni a questa parte, prima con coloro che non credevano o non volevano credere all’esistenza della mafia e ora con coloro che non vedono altro che mafia. Di volta in volta sono stato accusato di diffamare la Sicilia o di difenderla troppo; i fisici mi hanno accusato di vilipendere la scienza, i comunisti di avere scherzato su Stalin, i clericali di essere un senza Dio; e così via. Non sono infallibile; ma credo di aver detto qualche inoppugnabile verità. Ho sessantasette anni, ho da rimproverarmi e da rimpiangere tante cose; ma nessuna che abbia a che fare con la malafede, la vanità e gli interessi particolari. Non ho, lo riconosco, il dono dell’opportunità e della prudenza. Ma si è come si è.

A futura memoria, p. 154

 

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BIBLIOGRAFIA

 

Le parrocchie di Regalpetra

Laterza, Bari 1956 (nuova ed. 1982 insieme a Morte dell’Inquisitore).

 

Il giorno della civetta

Einaudi, Torino 1961 (rist. 1971).

 

Candido ovvero Un sogno fatto in Sicilia

Einaudi, Torino 1977.

 

Saremo perduti senza la verità

di Valter Vecellio

La Vita Felice, Milano 2003.

 

Critica sociale

Intervista del 13 gennaio 1978, riportata in Valter Vecellio, Saremo perduti senza la verità, La Vita Felice, Milano 2003, pp. 173-77, con il titolo “Sciascia, Candido, il coraggio, l’impegno”.

 

Panorama

Articolo del 4 aprile 1978, citato in Valter Vecellio, Saremo perduti senza la verità , cit., p. 72.

 

Epoca

Intervista di Hector Bianciotti e J.-P. Enthoven pubblicata su Le Nouvel Observateur del 19-25 giugno 1978 con il titolo “Un entretien avec Leonardo Sciascia: Les barbares sont parmi nous”. La traduzione italiana, comparsa su Epoca del 5 luglio 1978 con il titolo “I barbari sono tra noi”, è riportata in Valter Vecellio, Saremo perduti senza la verità, cit., pp. 183-199.

 

il manifesto

Intervista di Nico Perrone, pubblicata non integralmente dal quotidiano il 5 dicembre 1978 e intitolata dalla redazione Uno, nessuno e centomila Sciascia.

In tale versione è stata ripubblicata in: 1) Leonardo Sciascia, La palma va al Nord, a cura di Valter Vecellio (Roma, Ed. Quaderni Radicali, 1981, rist. Milano, Gammalibri, 1982, pp. 114-121); 2) Le interviste culturali del manifesto. 1971-1983, col titolo Leonardo Sciascia. L’affaire italiano: un suicidio di massa nella stupidità (Roma, ed. il manifesto, 1984, pp. 38-40) e 3) Valter Vecellio, Saremo perduti senza la verità, cit., pp. 233-241.

Il testo integrale della conversazione apparve infine sul mensile fiorentino Il ponte (1991, fasc. 5, pp. 95-102), sotto il titolo Una conversazione con Leonardo Sciascia, ed è stato riprodotto nel numero 1–2008 di A Futura Memoria, giornale telematico dell’Associazione Amici di Leonardo Sciascia, con il titolo Due giorni di conversazione con Leonardo Sciascia. I brani qui riprodotti sono tratti da quest’ultima pubblicazione.

 

L’Ora

Intervista del 2 marzo 1979, riportata in Valter Vecellio, Saremo perduti senza la verità, pp. 279-284, con il titolo “E la verità fu come la menzogna”.

 

La Repubblica

  1. 1.Intervista di Laura Lilli del 10 settembre 1980, riportata con il titolo “Ma Sciascia non gradisce i panni di Voltaire” in Voci dell’alfabeto. Interviste con Leonardo Sciascia, Alberto Moravia, Umberto Eco nei decenni Settanta e Ottanta, minimum fax, Roma 1995, pp. 21-24. (La data dell’intervista è però ricavata da Valter Vecellio, Saremo perduti senza la verità, pp. 333-337.)
  2. 2.Intervista di Laura Lilli del 12 maggio 1983, riportata con il titolo “No, io non sono ingaggiato” in Voci dell’alfabeto…, cit., p. 28.
  3. 3.Intervista di Paolo Guzzanti a Leonardo Sciascia, pubblicata il 18 maggio 1979 a p. 4 del quotidiano, e citata da Francesco Izzo in “Elogio dell’inopportunità”, in A Futura Memoria, Giornale dell’Associazione Amici di Leonardo Sciascia, Numero 3, Giugno 1998.

 

Lotta Continua

Intervista del 21 ottobre 1978 dal titolo “Un sogno fatto in Sicilia. Una giornata con Leonardo Sciascia”, riportata in Valter Vecellio, Saremo perduti senza la verità, pp. 215-231, con il titolo “Dall’osservatorio di Racalmuto”.

 

Mondoperaio

Intervista intitolata del dicembre 1978, riportata in Valter Vecellio, Saremo perduti senza la verità, pp. 243-263, con il titolo “Nel corso di una vita”.

 

L’Espresso

Intervista intitolata “Denunciare o no i terroristi: avrei fatto come Rossa”, 31 gennaio 1979, citata in Leonardo Sciascia e «il guaio della sinistra in Italia» di Valter Vecellio, in “L’enciclopedia di Leonardo Sciascia: caos, ordine e caso” a cura di Pietro Milone, Quaderni Leonardo Sciascia 11, Edizioni la Vita Felice, Milano 2007.

 

Notizie radicali

Nota dell’11 maggio 1979, citata in Leonardo Sciascia e «il guaio della sinistra in Italia» di Valter Vecellio, cit.

 

Nero su nero

Einaudi, Torino 1979.

 

La Sicilia come metafora

Intervista di Marcelle Padovani.

Mondadori, Milano 1979.

 

Conversazione in una stanza chiusa. Leonardo Sciascia / Davide Lajolo

Sperling & Kupfer Editori, Milano 1981.

 

Napoleone: un’intervista impossibile

Scritta nel 1982, è riprodotta in appendice a Leonardo Sciascia - La memoria il futuro, Almanacco Bompiani 1999, a cura di Matteo Collura, Bompiani, Milano 1998.

 

Cruciverba

Einaudi, Torino 1983.

 

La strega e il capitano

Bompiani, Milano 1986.

 

14 domande a Leonardo Sciascia

Intervista di Claude Ambroise, in:

Leonardo Sciascia, Opere 1956-1971, Classici Bompiani, Milano 1987.

 

Zibaldone. Zeitschrift für italienische Kultur der Gegenwart, n. 5, Mai 1988

Intervista di Michael Jakob e Maura Formica Jakob del 25 gennaio 1987, pubblicata l’anno successivo. Traduzione italiana di Alina Petruzzella comparsa – con il titolo “Testimoniare un mondo scomparso” – nel numero monografico della rivista Nuove Effemeridi dedicato a Leonardo Sciascia (Anno III, n. 9, 1990).

 

Corriere della Sera

  1. Articolo del 19 settembre 1982 (titolo redazionale “Mafia: così è (anche se non vi pare)”, riprodotto in A futura memoria (se la memoria ha un futuro), Bompiani, Milano 1989 (pp. 41-49)
  2. Articolo del 26 gennaio 1987 (titolo redazionale “Contro la mafia in nome della legge”), riprodotto in A futura memoria (se la memoria ha un futuro), Bompiani, Milano 1989 (pp. 137-145) 

 

Radiotelevisione Svizzera di lingua Italiana

L’intervista realizzata da Marco Horat e mandata in onda il 23 maggio 1988 è riportata in Troppo poco pazzi. Leonardo Sciascia nella libera e laica Svizzera, Leo S. Olschki, Firenze 2011 (Sciascia scrittore europeo 1), pp.136-144, e nel dvd allegato al volume.

 

Fatti diversi di storia letteraria e civile

Sellerio, Palermo 1989.

 

A futura memoria (se la memoria ha un futuro)

Bompiani, Milano 1989.

 

Fuoco all’anima

Conversazioni con Domenico Porzio, a cura di Michele Porzio

Mondadori, Milano 1992.

 

 

 

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