| MARCELLO D'ALESSANDRA - SELLERIO, PALERMO |
|
|
|
|
Tra le collaborazioni prestate da Leonardo Sciascia alle case editrici, quella prestata alla casa editrice palermitana è certamente la più significativa. Ha dichiarato Elvira Sellerio “Ho conosciuto Sciascia quando si era da poco trasferito a Palermo e si era agli inizi della nostra attività (la casa editrice è nata nel 1969). E' stato il primo a credere nel nostro lavoro, e ci ha aiutato con disinteresse e passione. Da lui ho imparato moltissimo, non solo in campo letterario: anche nel lavoro editoriale di ogni giorno è stato un vero maestro”. Raccontare un incontro così fortunato significa raccontare uno dei più straordinari eventi culturali degli ultimi decenni; ma occorre dire che, oltre le difficoltà che spesso si incontrano nel far luce sulla collaborazione degli scrittori alle case editrici, e si tratta in genere di una reticenza a parlarne da parte degli scrittori, nel caso di Sciascia si aggiunge la reticenza dell'editore. Confessa Elvira Sellerio: “Che enorme paura ho di raccontare...Quando si raccontano i fatti si reinventano e invece ciò che riguarda Sciascia dovrebbe essere solo ritrovato e letto nei suoi libri. Di lui che amava la verità sopra tutto, come potrei rischiare un racconto in cui le cose risultassero diverse da quelle che in effetti sono state? Un'angoscia, la mia: diventare protagonista raccontando di Leonardo...”. Tra verità e menzogna si dibatte tanta parte dell'opera dello scrittore di Racalmuto, al punto da legittimare una sua lettura in questa chiave; qui pare che questa ossessione sia stata come introiettata dall'editore. Un caso, si direbbe, di sciascianismo (se non suonasse così male), inteso come una declinazione di quel pirandellismo in cui rimase invischiato Adriano Tilgher, in quella sua liaison dangereuse (scrittore-critico) con Pirandello. L'incontro tra i coniugi Sellerio e Sciascia, a Palermo, avviene per caso; eccolo nel ricordo della signora Sellerio: “Enzo [allora marito di Elvira Sellerio, in seguito si separeranno, anche editorialmente] sapeva di grafica ed era un eccellente fotografo. Nel '69 fece un servizio su Leonardo [...] Andammo a trovarlo. Avevamo un piccolo gruzzolo – sei milioni, residuo di una mia liquidazione. “Vorremmo fare questo lavoro, lei ci aiuterebbe?”. “Va bene”, disse. E aggiunse: “State attenti, però, avete pochi soldi. Un Leitmotiv che si è ripetuto negli anni”. Così ha inizio questa, è davvero il caso di dire, avventura editoriale. I Sellerio chiedono insistentemente consigli al “Professore”, che risponde raccomandando prudenza; Elvira Sellerio a legare con lo spago le pagine dei primi testi, perlopiù cartelle d'arte; a scrivere biglietti al “Professore” in cui gli chiede di suggerirle quattro o cinque libri da leggere e da poter pubblicare; e Sciascia a dispensare consigli, titoli, autori. Negli uffici della casa editrice, tutti i pomeriggi, Sciascia sedeva alla solita poltrona tra i mobili liberty, alle pareti le stampe che sarebbero state usate per le copertine dei libri, e conversava con gli amici: Stefano Vilardo, Nino Buttitta, Enzo Sellerio, il giudice Nasca e l'avvocato Perna. Da questo cenacolo nasceva la casa editrice. I suggerimenti di Sciascia sui libri da pubblicare erano spesso dettati da fedeli affezioni, ma potevano anche nascere imprevedibilmente, dai suoi viaggi francesi o spulciando i cataloghi degli antiquari. Lo scrittore detta i titoli e la signora Sellerio prende nota, l'estro grafico di Enzo Sellerio contribuirà infine a far nascere il “prodotto” nel migliore dei modi. Sciascia dispensava i suoi consigli anche per la scelta delle illustrazioni con cui corredare le copertine; egli era infatti un appassionato conoscitore delle arti figurative, e delle stampe, in particolare, un raffinatissimo intenditore, oltre che un collezionista esperto. Il primo testo dato alle stampe è I veleni di Palermo (1970) di Rosario La Duca (una gustosa catalogazione delle morti per avvelenamento nel capoluogo siciliano, dai viceré spagnoli a Gaspare Pisciotta); l'introduzione è di Sciascia, che ha anche dato il nome alla collana che il testo inaugura, “La civiltà perfezionata”, da un'espressione del moralista francese del Settecento Nicolas-Sébastien Roch, detto Nicolas de Chamfort. E' la precisa, sofisticata indicazione degli obiettivi della nuova casa editrice: produrre libri che possano migliorare una società, perfezionarla; libri come “ buone azioni”, realizzati come pezzi d'artigianato, le copertine illustrate con incisioni appositamente realizzate. Quasi tutte le collane della casa editrice palermitana sono state ideate da Sciascia, nel progetto e nel titolo: “La civiltà perfezionata”, come detto; “La memoria”, la più fortunata, al punto da meritare un discorso a parte (che sarà svolto tra breve); “La diagonale”, proposta nel 1985 come “una strada che tocchi punti imprevedibili”; “L'Italia”, ideata nella primavera del 1989, pochi mesi prima di morire, secondo queste ragioni: “dovrebbe essere intesa a dare un'immagine dell'Italia nel tempo – e fino al nostro (al mio) ieri, evitando l'oggi – sfaccettata al massimo tra storia e fantasia...vagando tra il mal noto, il poco noto e l'ignoto (si inaugurerà nel 1991, per la cura di Salvatore S. Nigro); “Il castello”; “Il divano”; “Prisma”; “Biblioteca siciliana di storia e letteratura”; “Quaderni della Biblioteca siciliana di storia e letteratura”; La pietra vissuta”. Può darsi ne sia stata tralasciata qualcuna, qui si è preferito attenersi alle attribuzioni rese note e a quelle più evidenti. Un discorso a parte, come detto, merita la collana “La memoria”, nata nel 1979. Nella scheda per la collana, Sciascia presenta le ragioni della nuova iniziativa editoriale, che nel titolo trovano una giustificazione: “Uno dei più evidenti e gravi difetti della società italiana, e quindi di tutto ciò che – dalla cultura al costume – ne è parte, sta nella mancanza di memoria. Forse per la quantità eccessiva delle cose che dovrebbe contenere, la memoria si smarrisce, si annebbia, svanisce. Tutto sembra, come la rosa del poeta, vivere nello spazio di un attimo. E sarà magari perché si tratta di spinosissima rosa. Intitolare una collana letteraria la memoria presuppone questa considerazione d'ordine generale, anche se con intenti più limitati: una esortazione a non dimenticare certi scrittori, certi testi, certi fatti [...] Una collana, insomma, che riserva scoperte, riscoperte, rivelazioni, sorprese e che già comincia ad avere un pubblico avvertitissimo”. E' questo uno dei documenti più preziosi del prezioso lavoro editoriale di Sciascia. Vi sono le ragioni culturali, sempre dettate da esigenze che la società civile propone o, più spesso, impone: la cultura può e deve fare la sua parte, anche con una collana editoriale. Alla mancanza di memoria della società civile italiana, Sciascia trovava dei riscontri in campo letterario, dove nell'esigua presenza di memorie, di autobiografie, di diari, ravvisava un preciso limite: “La carenza di una letteratura memorialistica è spia di tante altre carenze della società civile, della vita associata. Quando manca è perché altre cose mancano”. La società francese, quella civile e quella letteraria insieme, si propone, una volta ancora, come modello positivo, come il Paese ricco di memoria e di memorie; e anche da un punto di vista editoriale la Francia costituirà il riferimento più costante. La collana “La memoria” offre un ricchissimo campionario di testi suggeriti da Sciascia: vi sono le numerose riproposte di testi minori o poco noti degli autori classici, in cui il suo contributo è riconducibile a tutte o a quasi tutte le scelte; basti ricordare, fra i tanti, Storia vera di Montesquieu, i racconti L'uccello bianco. Racconto blu di Diderot, il romanzo umoristico Il villaggio di Stepàncikovo di Dostoevskij, Il diamante del Rajà di Stevenson, La solitaria casetta sull'isola di Vasilij di Puškin. Fra i testi ripescati, e sono parecchi, fa spicco la Grammatica italiana di Alfredo Panzini, manualetto scolastico degli anni Venti e Trenta riproposto nel 1982 e confortato da un buonissimo successo. Fu un'operazione editoriale che meravigliò non poco i linguisti: perché riproporre un testo datato e incline a qualche concessione al fascismo, mediocre e apparentemente di non grande utilità? Spiega Sciascia nella presentazione del testo: “ La pratica val più della grammatica, si diceva una volta, quando la grammatica si studiava. Ma la pratica senza la grammatica? Ecco il punto, ecco la ragione per cui in questa collana che s'intitola la memoria si dà memoria della grammatica di cui, con effetti visibili nel parlare e nello scrivere, in Italia ci si è smemorati. Essenziale, agibile, godibile, questa grammatica [...] si propone come un restauro della memoria grammaticale. E forse è appunto restaurando la grammatica che si può cominciare a restaurare la pratica”. Parecchi sono i testi che meriterebbero una notazione particolare, se ne ricordano qui alcuni. La Germania di Tacito nella traduzione di Filippo Tommaso Marinetti, suggerita ad Elvira Sellerio, da Sciascia, appena dieci giorni prima di morire. La fine è nota di Geoffrey Holiday Hall, da annoverare tra i testi inventati da Sciascia (dove il verbo inventare è da intendersi nel suo significato etimologico di “trovare”, così come Sciascia lo intendeva). Letto e apprezzato nel 1952 nelle edizioni dei “Gialli” Mondadori e riproposto all'attenzione dei lettori nel segno di un piccolo mistero da risolvere, sull'identità dell'autore, di cui non si conoscono altri scritti (successivamente si scoprirà un altro romanzo, The Watcher at the Door, anch'esso pubblicato nella collana “La memoria”); identità che Sciascia (oh Pirandello!) contribuisce a rendere più intrigante nella nota che accompagna il testo: “Si tratta di uno scrittore ben noto sotto altro nome che si è dato a quella vacanza (il nome lo fa sospettare)? Di un giovane scrittore che ha azzeccato quel primo libro e altri non ha saputo scriverne? Un piccolo mistero che sarebbe divertente risolvere”. Due rampe per l'abisso di Rex Stout, il suo unico romanzo non giallo, la sua opera prima. Sciascia lo propose di ritorno da uno dei suoi viaggi francesi. In trecento pagine, Stout racconta meno di un minuto: il tempo di salire tre rampe di scale. Nella collana “La memoria” vi sono tre testi che presentano i detti e i proverbi del paese natale dei rispettivi autori. I tre autori sono d'eccezione: Sciascia, Bufalino, Bonaviri, e si occupano, rispettivamente, di Racalmuto, di Comiso e di Mineo. Il paese come una rutilante kermesse, la solenne festa annuale della parrocchia; il paese come il luogo in cui si sedimenta il vissuto di un tempo destinato a scomparire. Libri come questi si propongono di custodire un tale patrimonio di memoria. In questo caso è evidente come alla scelta dell'autore-Sciascia, che si esprime con la pubblicazione di Kermesse, corrisponda una scelta consimile dell'editore-Sciascia, con la pubblicazione di testi dagli analoghi intendimenti. Non sono infrequenti i casi, come quest'ultimo, di scelte editoriali dettate dai suoi interessi di scrittore e direttamente riconducibile ai suoi libri; e si tratta soprattutto di testi di storia, specie siciliana, e sono talvolta i medesimi consultati per scrivere i suoi romanzi e i suoi saggi. D'ora in avanti si farà riferimento ai testi dell'intero catalogo Sellerio e non più limitatamente alla collana “La memoria”. Sull'Inquisizione in Sicilia, tema centrale degli interessi storici di Sciascia, l'editore palermitano ha pubblicato: Origine e vicende dell'Inquisizione in Sicilia di Vito La Mantia, Fatti e personaggi dell'Inquisizione in Sicilia di Carlo Alberto Garufi, Graffiti e disegni dei prigionieri dell'Inquisizione (con un'introduzione di Sciascia); sull'eretico di Racalmuto, protagonista del suo Morte dell'inquisitore, il romanzo di William Galt, pseudonimo di Luigi Natoli, Fra Diego La Matina (riproposto nel 1975 ma ora non più in catalogo). Vi sono poi gustosi rimandi, e più sottili, tra la scrittura creativa di Sciascia e le sue scelte editoriali: basti qui ricordare il professor Laurana di A ciascuno il suo al caffè Romeris con le Lettere d'amore alla nipote di Voltaire, pubblicate nella collana “La memoria” dietro suggerimento, c'è da scommettere, di Sciascia. La centralità dell'interesse di Sciascia per la cultura siciliana è quanto mai evidente nella sua collaborazione alla casa editrice palermitana. A cominciare all'ideazione di due collane: “Biblioteca siciliana di storia e letteratura” e “Quaderni della Biblioteca siciliana di storia e letteratura”. Vi sono poi le due antologie, di cui si parlerà più avanti, Delle cose di Sicilia (in quattro volumi), La noia e l'offesa. Il fascismo e gli scrittori siciliani, e i molti testi di autori siciliani, spesso riscattati da una dimenticanza altrimenti irreversibile, e dei quali si vuol dare un elenco, per quanto incompleto: Francesco Lanza (i cui Mimi siciliani si valsero dell'introduzione di Calvino), Giuseppe Pitrè, Michele Amari, Isidoro La Lumia, Michele Palmieri di Miccichè, Nino Savarese, Emanuele Navarro della Miraglia. I casi di Borgese e Maria Messina meritano un discorso specifico. Tra le dimenticanze imputate al mondo italiano delle lettere, Sciascia vedeva nella persistente dimenticanza di Borgese un grave segno, e si era dedicato con un impegno crescente a diffondere la sua opera: negli scritti critici, nella consulenza editoriale. Presso l'editore Sellerio, e dietro sicuro suggerimento di Sciascia, sono state pubblicate le seguenti opere di Borgese: le raccolte di novelle Le belle e La città sconosciuta, Piccola Italia e dintorni, alcuni suoi scritti compresi nelle due antologie curate da Sciascia, già citate e di cui si parlerà tra breve. Maria Messina rappresenta una delle più fortunose riscoperte operate da Sciascia, che trovò l'ispirazione nel lusinghiero giudizio espresso da Borgese in uno scritto intitolato Una scolara di Verga, compreso nella raccolta La vita e il libro. Nella nota a Casa paterna, prima pubblicazione della scrittrice palermitana per l'editore Sellerio, nel 1981, Sciascia ricorda l'esatto giudizio di Borgese e lo completa, avendo della Messina una visione d'insieme dell'opera, cosa di cui Borgese non poteva disporre al momento della sua recensione. Il nuovo giudizio sostituisce il riferimento a Verga con quello a Pirandello, e poi a Ĉechov, alla Mansfield, così: “La natura siciliana, i rapporti umani nella campagna siciliana, erano diventati veristi, erano diventati verghiani. Bisognava che la Messina uscisse da quel mondo e che si abbandonasse al suo, piccolo-borghese, impiegatizio, ossessionato dalle apparenze e dal decoro: quello della Girgenti di Pirandello, ma senza quei buchi nel cielo di carta da cui per i personaggi pirandelliani scende l'idea della fuga o la grazia della follia – perché trovasse la sua voce vera”; e poco prima, sempre sul suo orizzonte pirandelliano, aveva detto: “la piccola e infima borghesia siciliana e, dentro l'angustia e lo spento grigiore di una tal classe, la soffocante e angosciante condizione della donna. Come, appunto, in Pirandello: ma vissuta più dall'interno, con una sensitività più pronta ed accorata. Da far pensare a Ĉechov più che a Verga; e nel nome di Ĉechov, vero maestro ad entrambe, alla sua coetanea Katherine Mansfield. Che poi Maria Messina abbia poco conosciuto Ĉechov, come è presumibile, e per nulla la Mansfield, non ci impedisce di definirla (alla Borgese, ma senza perentorietà) una Mansfield siciliana”. Dopo la riscoperta di Sciascia, le opere di Maria Messina vengono ripubblicate con una certa continuità dalla casa editrice palermitana: il catalogo Sellerio, aggiornato all'ottobre 1997, annovera ben otto volumi e altri due ne segnala in preparazione. Sul risvolto di copertina a Pettini fini (la prima raccolta della Messina, pubblicata nel 1909, ristampata da Sellerio nel 1996) si può finalmente affermare che “la critica le riconosce oggi il suo posto tra i classici del nostro Novecento”. Tra gli autori di valore ingiustamente dimenticati, Savinio, insieme a Borgese, costituiva uno dei crucci maggiori per Sciascia. Il suo contributo alla riscoperta editoriale degli anni Settanta e Ottanta dell'autore di Ascolto il tuo cuore, città è senza dubbio rilevante. Le sue opere sono state ristampate dalle case editrici Bompiani, Einaudi e soprattutto Adelphi, che ha pubblicato nel 1995 il primo volume delle opere complete col (discutibile) titolo Hermaphrodito e altri romanzi, a cura di Alessandro Tinterri, e di cui seguiranno altri due volumi. Il personale contributo offerto da Sciascia in termini editoriali si può apprezzare nella sua collaborazione presso la casa editrice Sellerio e presso altre case editrici, come si vedrà più avanti. L'editore Sellerio, per diretto interessamento di Sciascia, ha pubblicato nel 1976 Souvenirs, una serie di ricordi francesi, introdotti da Héctor Bianciotti e da una brevissima Notizia dello scrittore siciliano in cui si afferma che “non c'è scrittore italiano per gli italiani più “straniero” di Savinio”. L'anno seguente, Sciascia cura Torre di guardia, una scelta degli articoli scritti da Savinio su “La Stampa” tra il 1934 e il 1940; il volume presenta, in forma d'introduzione, il fondamentale saggio di Salvatore Battaglia intitolato Savinio e il surrealismo civico. Nell'antologia, curata da Sciascia, Delle cose di Sicilia.Testi inediti o rari, vi è infine un contributo firmato da Savinio dal titolo Bellini, e sono le recensioni che egli scrisse sulle opere del compositore catanese. Un'ultima segnalazione riguarda il volume Con Savinio. Ricordi e lettere di Maria Savinio, la moglie, che si avvale di una nota, ancora, di Sciascia. Il binomio Elvira Sellerio – Leonardo Sciascia ha talvolta dato vita a quello che nel mondo editoriale si usa chiamare caso editoriale. Il fiuto dell'uno e la tenacia dell'altra hanno creato i presupposti, il resto lo hanno fatto i lettori, i critici. Il caso più eclatante è certamente quello di Gesualdo Bufalino, professore sessantenne di Comiso, al cui attivo erano la cura di due volumi di cultura locale e una traduzione poetica, allorché fu scoperto dall'inesorabile binomio Sciascia – Sellerio. Così ne racconta Sciascia: “L'introduzione a un libro di vecchie fotografie (Comiso ieri) lo ha tradito. Piacquero a tutti, quelle pagine; molti chiesero notizia di chi le aveva scritte; qualcuno ebbe il sospetto che dietro quelle pagine altre ce ne fossero chiuse nei cassetti, segrete. Gesualdo Bufalino tentò di difendersi [...] Ma si insistette (e chi insisteva era Elvira Sellerio: e non c'è schermo o riparo quando lei vuole qualcosa). E Gesualdo Bufalino tirò finalmente fuori la Diceria dell'untore: con esitazione e in tutti i modi sconsigliandone la pubblicazione. L'opera, alla sua uscita, nel 1981, è accolta con entusiasmo da pubblico e critica; Bufalino troverà il suo posto tra i maggiori scrittori italiani del momento, ma sarà breve il tempo del riconoscimento in vita, nel 1996 la morte lo coglie in un incidente stradale. Una scoperta anche più eclatante, per il clamoroso successo di pubblico che avrebbe in seguito ottenuto, si verifica per un altro scrittore siciliano, Andrea Camilleri, e siamo alla più stretta attualità. Ma questo è forse un caso, peculiare, in cui il contributo di Sciascia rischia di essere sopravvalutato. Può darsi che Sciascia non credesse poi molto in Camilleri, e quasi certamente non ne intuì le possibilità commerciali. Rimane il fatto che fu Sciascia a propiziare l'incontro con Elvira Sellerio, che così lo ricorda: “Me lo presentò Sciascia, che aveva letto Un filo di fumo, uscito da Garzanti. Aveva per le mani il dattiloscritto de La strage dimenticata, che raccontava del massacro avvenuto in una prigione borbonica nel 1848. Mi piacque subito e lo pubblicai in una collana di storie siciliane. Poi mi diede La stagione della caccia, ne lessi qualche pagina e restai terrorizzata: usava diffusamente il dialetto e mi sembrava destinato a pochi eletti. Non sapevo come dirglielo. Eravamo diventati amici. Ci ho pensato su qualche mese, lui aspettava in silenzio. Poi una notte l'ho letto tutto d'un fiato. Lo stampammo ed ebbe un successo imprevisto. I riconoscimenti da parte della critica e lo straordinario successo di pubblico sono storia di questi ultimi anni. Nel 1984 Sellerio pubblica, dietro suggerimento di Sciascia, Assassinio al Comitato centrale di Manuel Vázquez Montalbán, autore molto apprezzato dallo scrittore siciliano. E' una delle primissime traduzioni in Italia dell'opera dello scrittore spagnolo, e certamente ha contribuito al grande successo che gli avrebbe arriso in futuro. Rimangono da trattare le due antologie curate da Sciascia: Delle cose di Sicilia. Testi inediti o rari e La noia e l'offesa. Il fascismo e gli scrittori siciliani. La prima opera, uscita in quattro volumi dal 1980 al 1986, rappresenta una summa del suo lavoro editoriale, quindi critico, sulla Sicilia. Nell'Avvertenza Sciascia presenta il piano dell'opera: “Questi quattro volumi che s'intitolano alle “cose di Sicilia” (meno solenne, meno esaustivo, quasi più quotidiano e familiare in italiano il senso delle “cose di Sicilia” di quello del “de rebus siculis” di fra Tommaso Fazello – ordinis praedicatorum – su cui la storiografia siciliana si fonda) vogliono essere – con sufficiente estravaganza, con scarti e scatti in cui hanno parte anche l'ironia, l'impazienza, le idiosincrasie, gli umori e i malumori – una specie di biblioteca storica e letteraria di Sicilia: una raccolta di testi poco noti o mal noti, inediti o mai tradotti in italiano, che insieme concorrano a una immagine della nostra regione non scontata, non convenzionale, fatta di richiami sottili ma tenaci, di referenze e riferimenti inconsueti ma pertinenti. E diciamo poco noti o mal noti anche testi che di fatto sono notissimi: come per esempio quello di E. J. Hobsbawm sulla mafia, che sono pagine tratte da un libro, pubblicato in Italia nel 1959 col titolo I ribelli, conosciutissimo: ma che qui riproposte si confida assumano il valore, che realmente hanno, di una spiegazione totale – tanto difficile da essere semplice – del fenomeno mafioso. Pagine finora indistinte dalle tante che sulla mafia sono state scritte, e spesso in vaniloquio: e sono invece le sole che indirizzano a capire”. E si noti, nell'ultima notazione, l'importanza attribuita a un'antologia, chiaro segno di una matura consapevolezza editoriale. Lo scrittore siciliano tiene a precisare, una volta ancora, che sulla scelta dei brani “la giustificazione, il criterio anche, il lettore l'ha già in tutto quello che sulla Sicilia ho scritto variamente, nella forma del racconto o del saggio, dal 1952 ad oggi”. Una dichiarazione che vuole ribadire, in piena consapevolezza, la sostanziale coerenza della sua produzione narrativa, saggistica (spesso intrecciate) ed editoriale. Sul criterio di scelta dei brani da inserire nell'antologia Sciascia si è basato su quel passo di Américo Castro presente in La realidad històrica de España, già presentato ai suoi lettori nella raccolta di saggi del 1961 dal titolo Pirandello e la Sicilia, in cui aveva adattato alla Sicilia i tre diversi stadi di realtà in cui Castro aveva diviso la sua patria. Il periodo storico prescelto ha dunque origine con la conquista araba, a partire dalla quale “gli abitanti dell'isola di Sicilia cominciano a comportarsi da siciliani”. I brani prescelti sono introdotti da brevissime introduzioni di Sciascia, uno squisito esempio del suo stile compendioso. Tra gli autori dei brani antologizzati meritano una particolare menzione: Ibn Hamdis, Salvatore Salomone Marino (La storia nei canti popolari siciliani), Argisto Giuffredi (La roba, il governo, la donna), Scipio Di Castro (Avvertimenti a Marco Antonio Colonna quando andò viceré di Sicilia), Girolamo Matranga (Relazione dell'atto pubblico di fede celebrato in Palermo a' 17 marzo dell'anno 1658), Maria Crocifissa della Concezione (Lettere spirituali), Anatole France (Il caffè Procopio), Alexis de Tocqueville (Viaggio in Sicilia), Francesco Maria Emanuele marchese di Villabianca (Una congiura giacobina), Serafino Amabile Guastalla (Il canto delle messe), David H. Lawrence (Giovanni Verga), Benjamin Cremieux (Pirandello siciliano), Vincenzo Consolo (Lucio Piccolo), Corrado Alvaro (Renato Guttuso), Isaak Babel (Di Grasso), Hugo von Hofmannsthal (Noi e la Sicilia); una notazione particolare meritano i testi di Pirandello (Discorso su Verga) e di Brancati (Ricordo di De Roberto). La noia e l'offesa. Il fascismo e gli scrittori siciliani, antologia pubblicata una prima volta nel 1976 e riproposta in altra collana nel 1991, può forse considerarsi il capolavoro editoriale di Sciascia. Così egli la presenta nella premessa: “Questa antologia vuol dare una immagine del fascismo, nel suo farsi e disfarsi, attraverso la più immediata trascrizione di coloro che lo hanno vissuto come scrittori, come artisti, come intellettuali – e insomma come uomini, per dirla pirandellianamente, che vivono e si vedono vivere con tutte le implicazioni che comporta il “vedersi vivere”. L'immagine riguarda particolarmente la Sicilia, e viene dalle pagine di scrittori siciliani. Ma non per un criterio limitativo o, peggio, di sciovinismo regionalistico: soltanto per l'esigenza di conferire all'immagine quella concentrazione e concretezza che di solito la Sicilia offre per ogni male italiano”. L'antologia si compone di cinque sezioni più un'appendice con un testo di Montale del 1945. Ogni sezione raccoglie brani di scrittori e artisti siciliani (Brancati, Borgese, Vittorini, Quasimodo, Guttuso, Sciascia, Bonaviri, Addamo, Pirandello, I.Buttitta, Marangolo, Savarese, Aglianò) sotto un titolo che segna un momento del loro rapporto col fascismo. I titoli delle sezioni sono: “La noia”, “Il sorgere della coscienza antifascista”, La commedia”, “La tragedia”, “La sesta giornata”, dal titolo del saggio di Sciascia, apparso su “Officina” nel 1956, dove egli parla di “una resistenza non fatta (e male) una volta per tutte, ma di una resistenza da farsi, da fare. E di cui la Sicilia, possiamo aggiungere, resta il banco di prova”. La ristampa del 1991 presenta una Nota dell'editore particolarmente interessante. In essa si afferma di voler riproporre il volume “in omaggio e in ricordo di Leonardo Sciascia, a un anno dalla morte, e in particolare in omaggio e in ricordo del suo lavoro editoriale, di cui questo libro è un esempio”; e se ne dà una breve notizia, in cui è da segnalare questa osservazione su La noia e l'offesa: “è un testo propriamente sciasciano, quasi che, attraverso le parole degli altri, avesse voluto dare ancor più rilievo alle parole alle quali più teneva. Della memoria. Della verità letteraria. Dell'intelligenza dell'evidenza. Della dignità che offre solitaria e scettica opposizione al buio dei tempi che è in ogni tempo”. Tra le iniziative editoriali di Sciascia merita una particolare menzione la pubblicazione, nel 1978, delle Novelline popolari siciliane. Raccolte e annotate da Giuseppe Pitrè. Sciascia scelse gli scrittori siciliani che le avrebbero tradotte: Giuseppe Bonaviri, Vincenzo Consolo, Sebastiano Addamo, e se medesimo; l'introduzione fu affidata a Italo Calvino. Negli ultimi tempi Sciascia si era allontanato dalla casa editrice, non condividendone i progetti di espansione. Precisa Elvira Sellerio: “A parole, ma non nei fatti. Ecco un appunto che mi mandò dieci giorni prima di morire: “Non voglio dimenticarmene: dovresti fare una “Memoria” della Germania di Tacito tradotta da Filippo Tommaso Marinetti”. E' vero comunque che all'ultimo l'editoria con me non era più per lui un godimento,un piacere puro: era diventata business, con l'inferno del telefono,le scadenze. Ecco un biglietto del 9 gennaio '86: mi ripete che non devo crescere, che non devo stampare più di dieci titoli l'anno. “Non posso essere ridotto a semplice facitore di risvolti”, scrive. Ma io ci dovevo vivere: per me non era più solo un'ambizione, ma la mia fonte di reddito. Oggi di titoli ne stampo cento l'anno vendendo solo in libreria. Anche io mi dico che non si deve crescere troppo, ma indietro non si torna, è una legge della vita”. Nel 1989 la collana “La Memoria” compie dieci anni, nello stesso anno muore Sciascia. Elvira Sellerio ha voluto ricordare i dieci anni della collana con un catalogo dello stesso formato e dello stesso colore blu dei libri pubblicati, dei quali vengono illustrate, ad ogni pagina, le copertine. Nella presentazione editoriale la Sellerio osserva che questo “libro dei libri” riassume “una piccola storia che si chiude alla pagina duecento della collana con una pagina vuota. Quel vuoto che Leonardo Sciascia ha lasciato”. Da notare che i numeri chiave di questa collana sono sempre stati riservati ai libri di Sciascia; è così possibile leggere nel suo elenco, come in filigrana, il suo distintivo di paternità: il numero uno è Dalla parte degli infedeli, il numero dieci Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, il numero cento Cronachette, il numero duecento doveva essere ancora un suo libro, ma non fece in tempo a scriverlo e nessuno lo scriverà, e così sarà per i numeri trecento, quattrocento e via di seguito,come il catalogo Sellerio dimostra. ________ (estratto da Leonardo Sciascia editore, ampio studio dell'attività editoriale di Sciascia, raccolto nel volume Colpi di penna, colpi di spada, Quaderni Leonardo Sciascia n.6, ed. La Vita Felice, Milano, 2001. Siamo grati all'Autore per la gentile concessione alla pubblicazione). |




