Nel 1979 Leonardo Sciascia scrisse la prefazione e la postfazione del romanzo di Agatha Christie L’assassinio di Roger Ackroyd, ripubblicato da Mondadori nella collana Oscar gialli nell’ottobre di quell’anno. Il romanzo – titolo originale The Murder of Roger Ackroyd – era comparso in Inghilterra nel 1926 ed era stato tradotto per la prima volta in Italia, sempre da Mondadori, nel 1930. Il titolo della prima traduzione – secondo Sciascia “più suggestivo e osservante” di quello, letterale, poi definitivamente adottato – era Dalle nove alle dieci.

Nel finale dell’ottavo capitolo della prima parte de Il consiglio d’Egitto, don Giuseppe Vella si rivolge al suo collaboratore Cammilleri, per distoglierlo dal sentimento di rimorso dovuto alla sua complicità nell’impostura di cui è artefice l’abate. È sicuramente una delle pagine più intense del capolavoro di Sciascia. Messa da parte per un attimo la maschera dell’impostore, Vella si abbandona a una riflessione onesta, amara, profonda sulla storia e sul lavoro dello storico:

E allora don Giuseppe pianamente gli spiegava che il lavoro dello storico è tutto un imbroglio, un’impostura: e che c’era più merito ad inventarla, la storia, che a trascriverla da vecchie carte, da antiche lapidi, da antichi sepolcri; e in ogni caso ci voleva più lavoro, ad inventarla: e dunque, onestamente, la loro fatica meritava più ingente compenso che quella di uno storico vero e proprio, di uno storiografo che godeva di qualifica, di stipendio, di prebende. «Tutta un’impostura. La storia non esiste […]».

La storia dunque non esiste. Esiste il resoconto che ne fanno le carte; esiste la narrazione condotta sempre da un certo punto di vista, di solito quello dei forti e dei prepotenti; esiste la trascrizione spesso acritica dei fatti; esiste il falso: elementi, questi, che il più delle volte non considerano le vite delle persone comuni e trascurano chi vive, lotta e soffre senza lasciare alcuna traccia di sé. La storia dell’umanità rappresentata da don Giuseppe Vella è assimilata a un albero a cui sono attaccate generazioni di foglie che poi vanno via, “un autunno appresso all’altro”, fino a quando lo stesso albero non ci sarà più.

L’Associazione Amici di Leonardo Sciascia e l’incontro “Sul caso giustizia, sul caso Sciascia, e sui casi nostri” -A futura memoria (se la memoria ha un futuro)

Ero rimasto colpito dal vedere una mia riflessione, contenuta nel libro Raccolta appena pubblicata quest’anno, comparire per volontà della redazione nel sito degli Amici di Leonardo Sciascia. Era, ed è, un commento al libro curato da Paolo Squillacioti “Fine del carabiniere a cavallo”; la redazione titolava l’intervento “Cosa può diventare un giornale di provincia”, ed era quanto mai azzeccato quel titolo, perché ciò che si voleva sottolineare in quelle righe era proprio il ruolo che potrebbero avere oggi i giornali, nei riguardi della cultura, sull’esempio di quanto era accaduto alla Gazzetta di Parma negli anni cinquanta con l’inserto Il Raccoglitore. Esperienza ricordata da Leonardo Sciascia nell’articolo che era stato scritto in occasione degli ottant’anni di Borges.

Siamo al primo aprile di questo 2017 e ritroviamo lo stesso Paolo Squillacioti in uno dei luoghi dove meglio non si potrebbe   pensare accadesse, presentare “A futura memoria (se la memoria ha un futuro)”: la Fondazione Leonardo Sciascia a Racalmuto.

La lettera aperta che Émile Zola indirizzò al Presidente della Repubblica Félix Faure sul caso Dreyfus fu pubblicata – sotto il titolo redazionale “J’Accuse…!” – sull’intera prima pagina de L’Aurore del 13 gennaio 1898. Dopo aver riepilogato i dettagli dell’affaire, lo scrittore chiudeva la sua lettera-pamphlet con una serie di otto capoversi, che iniziavano con “J’accuse…” e appunto accusavano alti ufficiali, periti, giornali e tribunali militari di avere partecipato, a vario titolo, a una vergognosa ingiustizia, condannando un innocente e assolvendo un colpevole.
   Poco meno di un secolo dopo, il 14 ottobre 1983, sulla terza pagina del Corriere della Sera comparve un articolo di Leonardo Sciascia dal titolo “Semplice discorso sul caso Tortora, sul caso giustizia e sui casi nostri”. Come sottolineato da Paolo Squillacioti, che ha curato la recentissima e meritoria riedizione per Adelphi della raccolta A futura memoria (se la memoria ha un futuro), di cui l’articolo fa parte, il titolo – a differenza del famoso-famigerato “I professionisti dell’antimafia” – è dell’Autore.

Non è il primo caso e non sarà l’ultimo, la pubblicazione di un libro di uno scrittore che questo pianeta ha lasciato.  Leggendo l’ultima pubblicazione su e di Leonardo Sciascia si fanno tantissime scoperte.
Il libro cui mi riferisco è “Fine del carabiniere a cavallo” fresco di stampa, edito nella collana Biblioteca Adelphi da Adelphi Edizioni, a cura di Paolo Squillacioti.

È una raccolta di saggi letterari, che in qualche caso definirei appunti, che sono comparsi in diversi pubblicazioni, riviste e giornali, che vanno dal 1955 al 1989, anno della sua scomparsa, avvenuta precisamente a Palermo il 20 novembre di quello stesso anno. Nonostante li avessi letti quasi tutti, alcuni, mi sono accorto, li avevo dimenticati: li ho letti quindi come fosse la prima volta. Di altri me ne ricordavo, ma li ho rivisitati con interesse perché non sono mancati suggerimenti e spunti  per nuove riflessioni.
Si diceva, saggi letterari e tali sono anche quando trattano di temi politici, di cronaca, di “divertissement”. Il titolo è già un riferimento politico, basti pensare che il carabiniere a cavallo, già dagli anni ‘20 è stato il simbolo dell’ordine, con i suoi colori –blu, rosso e argento-  e, del fascismo dopo: manganellate e ordine.

Il mare colore del vino, il racconto che dà il titolo all’intera raccolta del 1973, narra il viaggio in treno tra Roma e Agrigento di un giovane ingegnere del Nord. Durante il tragitto via terra-mare-terra, l’ingegner Bianchi incontra nello scompartimento del treno una curiosa famiglia siciliana, i Micciché, composta da madre, padre e due bambini, uno dei quali particolarmente vivace e brillante. Insieme a loro c’è anche una conoscente, una giovane insegnante, che non lascia indifferente l’ingegnere.

Per ammissione dello stesso Sciascia, il viaggio è una metafora dell’esistenza, un “cronotopo” in cui si riproducono tutti gli elementi della vita:

«Il fatto è» pensava l’ingegnere «che un viaggio è come una rappresentazione dell’esistenza, per sintesi, per contrazione di spazio e tempo; un po’ come il teatro, insomma: e vi si ricreano intensamente, con un fondo di finzione inavvertito, tutti gli elementi, le ragioni e i rapporti della nostra vita».

La salute di monsignor Angelo Ficarra, vescovo di Patti, stava molto a cuore a S. E. il cardinale Piazza, che era a capo della Sacra Congregazione Concistoriale della Santa Sede. La malattia del prelato siciliano era, tra l’altro, molto curiosa: all’opposto dei malati immaginari, egli era infatti convinto di star bene. Ma poiché bene non stava, il cardinale Piazza tentò di convincerlo a ritirarsi dal suo gravoso incarico: per pensare appunto alla salute.

Leonardo Sciascia fu membro della Camera dei Deputati dal 1979 al 1983. Fu presentato nelle liste del Partito Radicale alle elezioni politiche del 3-4 giugno 1979, nelle circoscrizioni di Roma, Milano e Torino, e il 13 giugno fu proclamato eletto nel XIX collegio di Roma.

La casa editrice Salvatore Sciascia di Caltanissetta ha pubblicato una nuova edizione di Questa mafia, il libro del maggiore, poi generale dei Carabinieri Renato Candida, comparso per la prima volta nel 1956. L’ufficiale fu l’ispiratore della figura del capitano Bellodi, protagonista de Il giorno della civetta.

Sull’importante iniziativa editoriale pubblichiamo di seguito un articolo di Salvatore Vullo, autore della Nota introduttiva del libro.

La palermitana piazzetta Marchese Arezzo, situata a pochi metri di distanza dall’incrocio tra via Vittorio Emanuele e via Roma, è in effetti uno slargo della salita Sant’Antonio. Un turista non immaginerebbe che quello spazio di alcune decine di metri quadrati abbia una sua individualità toponomastica.

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