La Shoah, la ragione e il caso

La rottura epistemologica di inizio Novecento, provocata dalle filosofie della crisi, ha attribuito al caso un ruolo sempre più importante nel pensiero e nella letteratura, determinando una convivenza piuttosto problematica con la ragione. Le parole di Pirandello “insomma estrarre la logica dal caso, come dire il sangue dalle pietre” possono essere assunte con valore di sententia sulla difficoltà dell’uomo a comprendere una realtà che sfugge completamente alla facoltà razionale, e che diventa spazio esposto ad arbitrio di fortuna. Proprio i grandi razionalisti del Novecento avvertono più consapevolmente la presenza del caso nelle dinamiche umane e percepiscono, con profonda sensibilità, la caduta delle certezze che avevano sorretto molti intellettuali fino al Secondo Ottocento (ma “la linea siciliana” era già avanti).

 

In A ciascuno il suo, Leonardo Sciascia concede al professor Laurana la possibilità di seguire un ragionamento logico nelle indagini sul delitto Manno/Roscio, ma sa benissimo che la ragione, nella realtà, può soltanto indagare, non risolvere.

Qualche volta ci pensa il caso. Laurana incontra casualmente l’onorevole suo ex compagno di scuola e da quel momento comincia a disbrogliare l’intricato garbuglio:

Gli elementi che portano a risolvere i delitti che si presentano con carattere di mistero o di gratuità sono la confidenza diciamo professionale, la delazione anonima, il caso. E un po’, soltanto un po’, l’acutezza degli inquirenti. Il caso, per il professor Laurana, scattò a Palermo, in settembre.

 Per Sciascia tuttavia, sebbene spesso il caso sia il vero burattinaio e l’acutezza degli inquirenti non garantisca soluzione, la ragione non smette mai di sfidare il labirinto, come direbbe Calvino, pur nella consapevolezza che da un labirinto si finirà in un altro labirinto e che la complessità del reale difficilmente condurrà l’uomo a una via d’uscita; la ragione resiste nonostante tutto.

Poi però è accaduto qualcosa nella storia del Novecento. Lo sterminio ebraico. Di fronte a un evento come la Shoah, la ragione è smarrita, la sua luce inghiottita da un buco nero, annientata dal meccanismo distopico perfettamente funzionante dell’universo concentrazionario. Nelle pagine finali de Il consiglio d’Egitto, tra le più alte ed emozionanti di tutta la scrittura sciasciana, il giacobino Di Blasi sta per essere giustiziato e il narratore interviene così, tra le parentesi:

E ora stavano assistendo alla tortura. ‘Questo non deve accadere a un uomo’ pensò: e che non sarebbe più accaduto nel mondo illuminato dalla ragione. (E la disperazione avrebbe accompagnato le sue ultime ore di vita se soltanto avesse avuto il presentimento che in quell’avvenire che vedeva luminoso popoli interi si sarebbero votati a torturarne altri; che uomini pieni di cultura e di musica, esemplari nell’amore familiare e rispettosi degli animali, avrebbero distrutto milioni di altri esseri umani: con implacabile metodo, con efferata scienza della tortura; e che persino i più diretti eredi della ragione avrebbero riportato la questione nel mondo: e non più come elemento del diritto, quale almeno era nel momento in cui la subiva, ma addirittura come elemento dell’esistenza).

Ed è in questo elemento dell’esistenza che si inserisce la straordinaria esperienza umana e l’imprescindibile testimonianza di Primo Levi. Il grande scrittore torinese inizia Se questo è un uomo con un’affermazione che produce un effetto straniante sul lettore: “Per mia fortuna, sono stato deportato ad Auschwitz solo nel 1944”. Per mia fortuna? Proprio così, Levi ascrive alla fortuna, intesa come caso, un’azione determinante nell’esito della sua vicenda, cioè nell’essere sopravvissuto. Il suo ritorno dall’inferno del Lager fu favorito da una serie di circostanze fortuite che poco hanno a che fare con l’idea dell’homo faber suae fortunae: “Sono un uomo normale di buona memoria che è incappato in un vortice, che ne è uscito più per fortuna che per virtù”. Sembra quasi paradossale che l’autore parli di casualità in una congiuntura simile, ancor di più perché è uno scrittore di formazione scientifica, un dottore in chimica; eppure lo ribadisce continuamente, operando una distinzione tra fortuna e sfacciata fortuna; quella capitata a lui. Levi riconosce, nella logica di quel grande laboratorio umano e sociale che è il Lager, un criterio rovesciato per cui i valori dell’humanitas, ivi compresa la ragione, sono del tutto invertiti in una tragica parodia dell’umanità. E allora non è poi tanto strano che il caso determini l’unica possibilità di salvezza. La sintesi fulminante è contenuta in uno dei versi della poesia Shemà che apre il suo libro più conosciuto: “(Considerate se questo è un uomo) Che muore per un sì o per un no”.

Nei momenti di lucidità lo strenuo ragionatore sa per certo che non ritornerà: “Qui, lontani momentaneamente dalle bestemmie e dai colpi, possiamo rientrare in noi stessi e meditare, e allora diventa chiaro che non ritorneremo (…). Noi non ritorneremo. Nessuno deve uscire di qui”. E invece, per caso, Primo Levi – Häftling numero 174517 –  è tornato, e ha raccontato al mondo “insieme col segno impresso nella carne, la mala novella di quanto, ad Auschwitz, è bastato animo all’uomo di fare dell’uomo”. 

Roberta De Luca

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