Di anime e corpi In evidenza

La salute di monsignor Angelo Ficarra, vescovo di Patti, stava molto a cuore a S. E. il cardinale Piazza, che era a capo della Sacra Congregazione Concistoriale della Santa Sede. La malattia del prelato siciliano era, tra l’altro, molto curiosa: all’opposto dei malati immaginari, egli era infatti convinto di star bene. Ma poiché bene non stava, il cardinale Piazza tentò di convincerlo a ritirarsi dal suo gravoso incarico: per pensare appunto alla salute.

     La vicenda del vescovo di Patti è stata raccontata da Leonardo Sciascia in Dalle parti degli infedeli, pubblicato da Sellerio nell’ottobre 1979. Si tratta di un libro – un piccolo libro, quanto alle dimensioni: appena ottantotto pagine – importantissimo per molte ragioni: non ultima quella di essere il primo volume della collana La memoria, ideata da Sciascia e con il trascorrere dei decenni divenuta una delle più importanti e diffuse dell’editoria italiana.
     Non è qui il caso di riepilogare le vicissitudini di monsignor Ficarra, che fu oggetto, per circa un decennio, di una vera e propria persecuzione da parte della Santa Sede. Nella sua Nota, posta a chiusura del libro, Sciascia scrive: “… non avrei mai creduto che ad un certo punto della vita mi sarei trovato a raccontare la storia di un vescovo (siciliano e titolare di una diocesi in Sicilia) apologeticamente ed ex abundantia cordis: senza distacco, senza ironia, senza avversione. […] Si tratta semplicemente di questo: che l’avere per tanti anni e in tanti libri inseguito i preti ‘cattivi’ inevitabilmente mi ha portato ad imbattermi in un prete ‘buono’ ”. E bastino, queste parole, a raccomandare la lettura – o la rilettura – di un piccolo grande libro, che offre al lettore l’immagine di una certa Chiesa capace di autentiche infamie, messe in atto con clericale soavità.

     La sollecitudine per i corpi di cui faceva sfoggio il cardinale Piazza è, da parte di una certa Chiesa, cosa relativamente recente (relativamente recente, è appena il caso di precisare, nei tempi lunghi della bimillenaria storia della veneranda istituzione). In un passato fortunatamente lontano, infatti, la Chiesa si occupava soprattutto delle anime, mirando alla loro salvezza eterna. A tal fine si serviva dei mezzi più diversi, tra cui l’Inquisizione, il cui primo obiettivo era quello di perseguire le eresie. E pazienza se, per raggiungere l’obiettivo – la salvezza delle anime – i corpi dovevano subire qualche danno.
Che i corpi, per loro natura mortali, si spegnessero in un letto con i conforti della religione, o bruciassero su un rogo, per i guardiani dell’ortodossia, nonché salvatori di anime, tutto sommato doveva far poca differenza. (Su questo Montaigne la pensava diversamente. Nel saggio “Degli zoppi”Essais, III, XI “Des boyteux”, che Sciascia pose in appendice al suo libriccino La sentenza memorabile, Sellerio, Palermo 1982 – si legge: Dopotutto, è un mettere le proprie congetture a ben alto prezzo, il volere, per esse, fare arrostire vivo un uomo”. E vale la pena di riportare anche il testo originale, in cui l’arrostire suona piuttosto come un cuocere: Après tout, c’est mettre ses conjectures à bien haut pris que d’en faire cuire un homme tout vif”.)

    
Sull’argomento – anime, corpi e Inquisizione – nel 1964 Sciascia pubblicò Morte dell’inquisitore, che per lungo tempo fu la sua opera preferita (in un’intervista del 1988 disse: “La preferenza tra i libri che ho scritto, se prima l’avrei data a Morte dell’inquisitore, oggi la do alla Scomparsa di Majorana”). Il libro ricostruisce la storia del racalmutese fra Diego La Matina, arso vivo a Palermo il 17 marzo 1658, nel piano di Sant’Erasmo: più o meno dove oggi si trovano Villa Giulia e l’Orto Botanico, luoghi di serenità, bellezza e vita. Prima della sua atroce fine, fra Diego uccise il suo inquisitore Giovanni Lopez de Cisneros, colpendolo con le manette che gli serravano i polsi: ma nella prigione inquisitoriale era finito a causa di un’eresia di cui non si conoscono i particolari. La documentazione relativa al suo processo andò infatti perduta nel rogo dell’archivio siciliano dell’Inquisizione, avvenuto a Palermo nel giugno 1783, nel cortile dello Steri di piazza Marina. Nel palazzo avevano sede l’Inquisizione e le sue prigioni. (Su queste ultime – che è bene visitare, se si ha occasione di andare a Palermo – si può leggere il libro di Giuseppe Pitrè e Leonardo Sciascia Urla senza suono. Graffiti e disegni dei prigionieri dell’Inquisizione, pubblicato nel 1999 nella collana La memoria di Sellerio, con una nota di Giuseppe Quatriglio.)

    
Più sopra ho scritto di “una certa Chiesa”. Per fortuna infatti la Chiesa non era composta di soli inquisitori, e anche i cardinali nostri contemporanei non sono tutti uguali. Otto anni fa, in occasione della conclusione della tragica vicenda di Eluana Englaro, i cardinali Albert Malcom Ranjith (segretario della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti), e Josè Saraiva Martins (prefetto emerito della Congregazione per le Cause dei Santi e membro del Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari), ipotizzarono la scomunica di tutte le persone coinvolte nella morte della sventurata. Il primo lo fece in anticipo, dichiarando che “chiunque si stia attivando per la morte di Eluana Englaro è, di fatto, scomunicato”. E tra gli scomunicandi incluse “politici, medici, legislatori e familiari dell’ammalata”. Il secondo prelato si associò: “È stato un omicidio, hanno ucciso una persona innocente e incapace di difendersi. Il ragionamento di monsignor Ranjith circa l’ipotesi della scomunica è, senza ombra di dubbio, logico e coerente”. Il cardinale Giovanni Cheli non era però dello stesso parere: “Francamente, mi sembra proprio fuori luogo parlare di scomuniche per la vicenda Englaro. Se si andasse in questa direzione, la Chiesa allora dovrebbe scomunicare tutti quelli che uccidono”. Altri due autorevoli prelati – il cardinale Javier Lozano Barragan (presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari), e l’arcivescovo Velasio De Paolis (ex segretario del Supremo Tribunale della Signatura Apostolica, la Cassazione vaticana, e all’epoca presidente della Prefettura per gli Affari Economici della Santa Sede) – fecero notare che il diritto canonico non prevedeva la scomunica nemmeno per l’eutanasia.
    
(Ma non soltanto certi ecclesiastici dettero prova di mancanza di dubbi e di ferrea certezza: anche taluni laici non furono da meno. Di quei giorni di otto anni fa, mi è rimasta nella memoria l’immagine di un senatore che, parlando nell’aula di Palazzo Madama dopo la morte di Eluana Englaro, non riuscì a trattenersi ed esclamò: “Eluana non è morta! Eluana è stata ammazzata!”. E, per sottolineare la sua indignazione, dette una manata al microfono.)
     Per la morte di Piergiorgio Welby, due anni prima, le cose erano andate diversamente. Non si parlò di scomunica, ma il vicario generale di Roma, S.E. il cardinale Camillo Ruini, negò l’autorizzazione ai funerali religiosi perché l’interruzione delle cure chiesta da Welby equivaleva a un suicidio cosciente e deliberato.
     Nei casi di Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro le anime non furono tirate in ballo. L’obiettivo della Chiesa era infatti quello di salvare i loro corpi, indipendentemente dalle condizioni in cui si trovavano e, nel caso di Welby, dal suo desiderio di porre fine a sofferenze disumane e del tutto inutili. Più o meno come è accaduto nei giorni scorsi in occasione della morte in Svizzera di Fabiano Antoniani, Dj Fabo, tetraplegico e cieco, che ha chiesto di porre fine a una vita divenuta per lui insopportabile.
     Nel suo caso, tuttavia, sono state dette bellissime parole. L’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita: “Questa tristissima vicenda deve spingerci a riflettere. Guardo con grande apprensione e vicinanza a chi dice ‘non ce la faccio più’, lo comprendo. Mi sdegna la società che non riesce a star vicino, ad aiutare, e non riesce a far capire che l’altro è importante, e a farlo sentire utile”. Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana: “È una sconfitta grave e dolorosa per tutta la società, per tutti noi, perché la vita umana trae spunto, forza e valore anche dal fatto di vivere dentro delle relazioni di amore, di affetto, dove ognuno può ricevere e può donare amore. Fuori da questo è difficile per chiunque vivere, la solitudine uccide più di tutto il resto… Ognuno di noi riceve la vita, non se la da e questo è evidente e pertanto ne siamo dei servitori, dei ministri. Responsabili, intelligenti, ma senza potere mai dominare la vita nostra e tanto più degli altri”.
     Belle parole, senza dubbio, quelle dei due alti prelati: i quali tuttavia sembravano parlar d’altro. Tenendo conto dell’unicità di ogni vita umana, e delle diverse circostanze in cui giunge alla fine, al centro delle vicende Welby, Englaro, Dj Fabo – e di quelle dei tantissimi altri infelici di cui nulla si sa perché televisioni e giornali non ne parlano – c’era e c’è infatti la sofferenza indicibile dei singoli. Si tratta di una sofferenza disperatamente individuale, che nessuna assistenza – sia pure offerta con dedizione e con amore profondo e doloroso dai familiari e dagli amici, o prestata professionalmente e, molto spesso, anche affettuosamente dagli addetti delle strutture pubbliche a ciò preposte, ovvero dalla società – riesce a lenire o attenuare. In un comune essere umano, le eloquenti immagini di Piergiorgio Welby e di Dj Fabo suscitano non soltanto pietà e compassione (nel senso etimologico del termine), ma anche rispetto: per la volontà del sofferente, che non riesce più a sopportare un dolore che è ormai divenuto come una maledizione e non ha perciò alcun senso.
     Chissà, forse è stato il pensiero delle sofferenze inflitte in passato ai corpi di tante persone – sia pure per salvarne le anime – ad aver spinto la Chiesa a diventare così zelante nella difesa della vita, sempre e comunque. Al punto che, in materia, il parere del diretto interessato non deve contar nulla, perché la vita del suo corpo non gli appartiene.
     Non si può dimenticare che, sia pur distinguendo e contestualizzando, la Chiesa ha chiesto scusa per i delitti commessi in passato a fin di bene. Si può soltanto lamentare che il mea culpa sia arrivato quando per gli interessati era troppo tardi. Sul loro numero – poche centinaia, qualche migliaio, decine di migliaia o addirittura centinaia di migliaia – non vi sono certezze. Tra la Chiesa di alcuni secoli fa e una certa Chiesa di oggi, comunque, corre un filo che le collega strettamente l’una all’altra: ed è la negazione della libertà dell’individuo. Un tempo una persona non poteva pensare con la propria testa, oggi non può decidere della propria vita quando questa sia diventata soltanto una sofferenza insopportabile.
     Quanto a monsignor Angelo Ficarra: rimosso dal suo incarico di vescovo di Patti nell’agosto 1957, e promosso “alla Chiesa titolare arcivescovile di Leontopoli di Augustamnica” – in partibus infidelium –, morì poco meno di due anni dopo, quasi settantaquattrenne: “improvvisamente, mentre stava per uscire di casa. E non un solo giorno di ‘infermità’, prima che la morte lo cogliesse”, scrive Sciascia. La sollecitudine del cardinale Piazza gli aveva quantomeno garantito due anni di buona salute.

Euclide Lo Giudice

 

Nota
Questo articolo era già stato pubblicato quando si è avuta notizia che la Curia di Milano ha autorizzato un “suffragio” in memoria di Fabiano Antoniani, Dj Fabo, nella parrocchia di Sant’Ildefonso. Che questo “suffragio” venga celebrato in una chiesa, da un sacerdote amico di famiglia, è un segno di pietà da parte della Chiesa: pietà che era mancata in occasione della morte di Piergiorgio Welby, un decennio fa. Era appena ieri, ma sembra trascorso un secolo.

 ELG

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