Il canonico e l'abate

Ai lati della prima cappella situata a sinistra dell’ingresso della chiesa di San Matteo al Cassaro – che si trova su via Vittorio Emanuele a brevissima distanza dai Quattro Canti, e perciò praticamente al centro di Palermo – sono ricordati Rosario Gregorio e Giuseppe Vella. La vicenda che li vide schierati l’uno contro l’altro, che il poeta Giovanni Meli definì la “minzogna saracina” e Leonardo Sciascia fece rivivere ne Il Consiglio d’Egitto, animò la Palermo – ma non solo Palermo, e non solo la Sicilia – degli ultimi due decenni del XVIII secolo.
   La lettura delle due iscrizioni è resa molto ardua dalla scarsissima luce che scende dall’alto. Quella in memoria del canonico Gregorio è sormontata da un suo busto marmoreo, e si trova sulla sinistra, incisa su un piccolo sarcofago:

D     O     M     S
ROSARIO GREGORIO
sicularum rerum scriptori
prudentissimo
moerents amici quos sibi
morum integritate et suavitate omnes
devinxerat
grati animi monumentum aere conlato p.
natus anno mdcclii denatus anno mdcccix
hujus ecclesiae beneficialis

Il canonico Gregorio fu il primo a sospettare l’impostura del Vella, e per svelarla si dette allo studio dell’arabo. Grande studioso nonché ‘beneficiale’ della chiesa, non sorprende che sia ricordato e sepolto in San Matteo.

Del testo inciso sulla lapide, colpisce il “denatus” in luogo del più comune “obiit”: sostituzione degna del lessico del marchese di Villabianca, di cui si possono apprezzare alcuni esempi nel saggio sciasciano del 1969 intitolato Io, Villabianca, presente nella raccolta La corda pazza.  

  

   Sorprende non poco, invece, che proprio di fronte al canonico Gregorio sia ricordato – con una sobria lapide sormontata da un medaglione classicheggiante, che ritrae una figura maschile che si appoggia a un’urna – l’impostore che egli contribuì a smascherare. L’iscrizione incisa sul marmo è semplicissima:

JOSEPHO VELLA
parentis loco
octavivus nepos
memor gratoque animo
anno d.ni mdcccxv

   Il cognome del nipote che, in nome dei suoi genitori e con animo grato, pose la lapide in ricordo dello zio, quasi sicuramente era Cutrera: così, appunto, si chiamava il cognato presso il quale l’umile fracappellano Giuseppe Vella abitò, prima di trasferirsi in una residenza più confacente al suo nuovo rango, usurpato e provvisorio, di arabista, nonché abate.
   “L’Abbate Giuseppe Vella, maltese, lettore cattedratico di lingua araba nella Regia Accademia di questa Capitale – si legge nel Diario del 1791 del marchese di Villabianca –, fu fatto Abbate o, per dir meglio, Beneficiato del grosso Beneficio di S. Pancrazio in Mistretta, in premio della gloriosa sua traduzione volgare del Codice Arabo di Storia di Sicilia che à dato e siegue a dare la luce, con erudite note, il vivente monsignore Giudice della Monarchia, Alfonzo Airoldi. Mercede, questa, che ha fatto grande onore al Re nostro Signore perché à considerato la M.S. la virtù di questo letterato e le spinose lunghe fatiche ch’egli à dovuto durare in dar vita a una scrittura morta, qual’era l’arabo, che, per mancanza d’intendenti d’idioma arabo era necessitata a star sotto il moggio, carca e infradicita di polvere. Il frutto, o sia la rendita annuale, di questa Abbazia è di onze 423 di lordo.” Nel Diario di due anni dopo, il marchese avrebbe aggiunto: “… ai Torchi della Reale Stamperia di Palermo è stata prodotta la tanto ricercata Storia Sicula che porta il principio e cause della guerra fatta da’ Normanni e il glorioso conte Ruggieri a’ i Saraceni per la conquista della Sicilia. Porta il titolo, questa opera, di Libro del Consiglio d’Egitto, tradotto dall’arabo nel toscano idioma dal Sac.te Giuseppe Vella, Abate di S. Pancrazio e Fra Cappellano del Sacro Ordine di Malta”.
   Tornando alla lapide in San Matteo: la gratitudine del nipote deve essere stata reale, perché Vella quasi sicuramente lasciò una discreta eredità. Smascherata la sua impostura all’inizio del 1795, era stato arrestato, processato e, nell’agosto 1796, condannato a quindici anni da scontare nel castello di Palermo. Domenico Scinà, nel suo Prospetto della storia letteraria di Sicilia nel secolo XVIII, così racconta l’ultima parte della sua vita: “Di fatto in esecuzione di questa sentenza fu racchiuso nel castello di Palermo. […] In tale termine eran le cose, quando giunse nel 1799 la real corte in Palermo; e il Vella profittando della presenza del re prese coraggio, e dandosi ad innocente e a calunniato domandò la sua liberazione. Fu allora che il conte Italiski ministro delle Russie, ch’era versato nella lingua arabica, volle esaminare il codice martiniano, e fattone l’esame venne a conoscere e confermare l’impostura del Vella. Per lo che il re non volle liberarlo, com’ei desiderava, ma gli permise di stare in luogo di carcere, data prima la cauzione, nel casino, ch’ei avea nella campagna di Mezzomorreale, dove restò finché terminato fosse il tempo di 15 anni. Nel 1803 a 4 gennajo gli furono restituiti i beni incorporati, e a 16 giugno il suo monetario. Finalmente nel maggio del 1814 finì di vivere di anni 65”.
   L’anno successivo, il nipote ottenne il permesso di ricordarlo con la lapide che si trova nella chiesa di San Matteo. Nessun accenno, ovviamente, alla vicenda per la quale il defunto era assurto a notorietà europea. Sulla lapide non figurano nemmeno le date di nascita e morte, ma soltanto il nome. Al punto che, fatte le necessarie e doverose distinzioni, viene da pensare all’epitaffio inciso sul monumento funebre di Niccolò Machiavelli in Santa Croce: “Tanto nomini nullum par elogium”.
   Eppure, erano trascorsi appena vent’anni da quando era scoppiato lo scandalo, e soltanto sei dalla morte del canonico Gregorio. Chissà se la richiesta di far collocare la lapide dove si trova ancora oggi fu dello stesso Vella, inserita tra le sue ultime volontà? Se così fu, l’abate pensò che il miglior modo di essere ricordato fosse quello di essere affiancato al suo illustre avversario. Da parte loro, evidentemente, né il clero palermitano né le autorità governative trovarono motivi per opporsi. E forse, più che a una beffa postuma del falsario nei confronti di colui che lo aveva tenacemente avversato, magari pensarono a una pacificazione post mortem tra i due contendenti.
   Il busto di Rosario Gregorio lo mostra con lo sguardo leggermente rivolto in alto, verso la sua destra; di fronte, la lapide che ricorda Giuseppe Vella è posta più in basso, fuori dal suo campo visivo. Per via di questo semplice fatto, il visitatore che sappia chi erano i due personaggi potrebbe essere spinto a pensare, con un tocco d’ironia, che il severo studioso non voglia degnare di uno sguardo l’impostore. E in effetti si è colti dal sospetto che la collocazione della lapide in memoria del Vella – più in basso rispetto al sarcofago e al busto del Gregorio – non sia stata affatto casuale, ma deliberata: per sottolineare i diversi ruoli dei due uomini, e soprattutto la superiorità del canonico sull’abate.
   In ogni caso, il trascorrere del tempo avrebbe finito per cancellare il ricordo dei due personaggi e della vicenda che li aveva visti l’uno contrapposto all’altro. O meglio: sarebbero stati ricordati soltanto da un ristrettissimo numero di specialisti di storia siciliana. Entrambi devono quindi essere grati a Leonardo Sciascia, perché è grazie a Il Consiglio d’Egitto se i loro nomi sono stati tratti dall’archivio polveroso della storia, e portati a conoscenza di migliaia di lettori. Tra i due, ad attirare l’attenzione e l’interesse dello scrittore di Racalmuto fu senza dubbio il falsario maltese, non certo l’autorevole studioso palermitano: il quale è soltanto uno dei tanti personaggi che si muovono sullo sfondo delle due vicende – la “minzogna saracina” del Vella e la congiura di Francesco Paolo Di Blasi – descritte nel romanzo.

Euclide Lo Giudice

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