Giampaolo Pansa, Leonardo Sciascia e il duca di Wellington

Giampaolo Pansa è uno dei più noti e, per certi aspetti, controversi giornalisti italiani. Nel 1987, fu tra coloro che metaforicamente fucilarono Leonardo Sciascia per l’articolo pubblicato il 10 gennaio sul Corriere della Sera con il famigerato titolo (redazionale) “I professionisti dell’antimafia”.

   L’attacco di Pansa – che all’epoca era vicedirettore di Repubblica e titolare su L’Espresso della rubrica “Chi sale e chi scende” – fu particolarmente pesante. Al suo articolo “Quando Sciascia è contro Sciascia”, comparso su la Repubblica del 15 gennaio, lo scrittore rispose con un testo (“Io ho difeso il diritto e la dignità”) pubblicato sull’Espresso del 25 successivo, nell’ambito di un servizio dedicato al caso scatenato dal suo articolo del 10 gennaio. Di Pansa, Sciascia scrisse anche in un altro articolo sul Corriere della Sera del 26 gennaio (“Contro la mafia in nome della legge”). Entrambi i testi si possono leggere in A futura memoria (se la memoria ha un futuro), curato da Paolo Squillacioti e edito da Adelphi nel febbraio 2017. Ed è il caso di citare per esteso quanto Sciascia scrisse su L’Espresso del 25 gennaio.

   “… Degnamente egli (Pansa, n.d.r.) si allinea sulle posizioni del Coordinamento antimafia di Palermo (che peraltro dalle posizioni immediatamente assunte è in via di ritirata strategica), e spara contro di me la sua brava raffica. Dice di non riconoscermi più, pirandelleggia sull’uno che sono stato e sul due che sono, sul due che si è messo contro l’uno: e si veda ‘la Repubblica’ del 15 gennaio. Con toni crepuscolari ricorda l’intervista che mi fece molti anni fa. E anch’io potrei dire di non riconoscere più l’umile cronista che allora cercava di capire in quest’uomo che ora crede di aver capito tutto, di poter giudicare chiunque.
   “Non so se si è convinto di essere un padreterno; forse è più modesto, crede di stare scrivendo una specie di Divina Commedia: ma mi resta memorabile una sua ‘salita’ in compagnia di uno degli istruttori del processo di Napoli; quello di Tortora, tanto per intenderci. Perché questo è il punto: Pansa è assolutamente refrattario all’idea del diritto. Forse nemmeno allora, quando mi ha intervistato, ha capito che contro la mafia io difendevo il diritto e la dignità umana, come oggi contro le storture dell’antimafia. Mi faccia ‘scendere’ dunque, mi faccia ‘scendere’…”    

   Trascorsi poco più di trent’anni dal suo scontro con lo scrittore di Racalmuto, Pansa ha trovato il modo di citarlo, in modo apertamente elogiativo, in un articolo – forse non dei suoi migliori – comparso su La Verità del 24 dicembre 2017. L’articolo si apre con una breve colonna in prima pagina (“Il virus della ferocia infetta il Paese. Fare il malvivente? Una professione”) e prosegue su quasi tutta la nona pagina, con un titolo leggermente diverso: “Il virus della ferocia sociale sta infettando un’Italia dove c’è sempre più paura”, seguito da questo sommario: “La criminalità impunita e tracotante non è più una semiesclusiva del Sud. Bande di killer e malviventi scorrazzano ovunque, persino a Cuneo o a Trento”.
   I due titoli e il sommario presentano fedelmente il contenuto dell’articolo. Curiosamente, però, buona parte della pagina interna su cui è stampato quasi tutto il testo di Pansa è occupata da una grande fotografia di Leonardo Sciascia, accompagnata da questa didascalia: “Lungimirante – Leonardo Sciascia immaginava l’avvenire di una nazione già allo sbando e riteneva l’espansione della mafia impossibile da fermare”. Nella parte finale dell’articolo, con una certa sorpresa, ci si imbatte in questo passo, in cui il nome di Sciascia è stampato in grassetto:

   “Le notizie sull’Italia del Centro e del Nord mi hanno riportato alla memoria la previsione che mi aveva affidato Leonardo Sciascia, il grande scrittore, ma anche un mago che sapeva immaginare l’avvenire di una nazione già allo sbando come la nostra. Eravamo nella prima metà degli anni Sessanta e La Stampa mi aveva mandato a Palermo per intervistarlo. Sciascia era uomo di poche parole e di lunghi silenzi. A proposito della mafia, mi disse: ‘La sua espansione è impossibile da fermare. Segue la linea della palma che si espande sempre di più al Nord. La sua marcia verso l’alto sarà parallela alla linea del caffè ristretto…’
   “È andata esattamente così…”

   A mio parere – ma posso ovviamente sbagliare – non c’era, da parte di Pansa, alcuna necessità di citare Leonardo Sciascia nel suo articolo, dedicato in gran parte alla criminalità per così dire comune: quella di ladri e rapinatori, che rendono insicura la vita dei cittadini anche nelle loro case. Nell’ormai lontano gennaio 1987 lui ed altri avevano fatto di Sciascia una specie di fiancheggiatore, sia pure involontario, della mafia. Qualcuno aveva addirittura sostenuto che lo scrittore era un “quaquaraquà” e doveva essere messo al bando della società civile, o qualcosa di simile. È vero che la didascalia della fotografia e il testo di Pansa trasmettono l’idea di uno Sciascia convinto, fin dagli anni Sessanta, dell’impossibilità di arginare l’espansione della mafia. Ma questo non significa affatto che ne fosse uno sciocco fiancheggiatore. E quanto alla forma, Pansa avrebbe potuto scrivere “lo scrittore Leonardo Sciascia”, ma ha scritto “Leonardo Sciascia, il grande scrittore”: che ha una valenza piuttosto diversa. E, a sottolineare la lode, lo ha definito anche “mago”, in senso del tutto positivo: perché sapeva vedere ben più lontano di quanto gli altri fossero in grado di fare.
   Nel complesso, quindi, le parole scritte da Giampaolo Pansa su Leonardo Sciascia, un trentennio dopo la polemica del 1987, mi sono sembrate una specie di saluto. Non delle scuse, ma appunto un saluto, una sorta di onore delle armi. E questo mi ha fatto ripensare a un passo di un libro che lessi circa mezzo secolo fa, Il duca di Wellington di Richard Aldington. Comparsa in Inghilterra nel 1946 con il titolo A Life of Wellington: The Duke, la biografia del vincitore di Napoleone fu tradotta da Charis de Bosis e pubblicata da Mondadori nel 1952. L’edizione che ne ho io è del 1966, nella collana I Record Mondadori, la quasi dimenticata versione saggistica degli Oscar. Nel capitolo conclusivo, dedicato agli ultimi anni del duca, Aldington racconta che il vecchio gentiluomo era diventato sempre più sordo e irritabile, e che gli capitava a volte di avere degli scatti d’ira verso la servitù. Al tempo stesso, tuttavia, era sempre stato un uomo famoso per il temperamento freddo e il rigoroso senso di giustizia nei confronti dei sottoposti. E perciò, nel caso le sue estemporanee sfuriate colpissero delle persone incolpevoli, aveva trovato il modo di rimediare: “Il duca di Wellington – il mito nazionale – non poteva chiedere scusa a un servitore, però Arthur Wellesley non poteva lasciare una ingiustizia inespiata. Risolveva quindi la cosa in questo modo: suonava il campanello, e appena il cameriere si presentava gli chiedeva qualche cosa di ordine generale. Ricevuta la risposta, esclamava in un tono di speciale cortesia: ‘Grazie, vi sono assai grato’. Il valletto comprendeva perfettamente che ciò equivaleva a ‘Sono stato ingiusto con voi, vi prego di scusarmi’ ”.
   È ovvio che Giampaolo Pansa non può minimamente essere paragonato al duca di Wellington, né tantomeno Leonardo Sciascia a un valletto. Ma io trovo l’aneddoto riguardante il duca molto suggestivo, illuminante e non del tutto incongruo nel contesto di queste righe.

 

Postilla
In una nota di Nero su nero, comparsa inizialmente sul Corriere della Sera del 19 novembre 1971, Sciascia scrive tra l’altro che Jorge Luis Borges, “argentino, ha l’Inghilterra come patria ideale: ‘penso sempre a Waterloo come a una vittoria’ (affermazione da cui si può cavare questo piccolo test: ‘Waterloo è per voi una vittoria o una sconfitta?’; e pochissimi, anche dei paesi che a Waterloo vinsero, risponderebbero che è una vittoria. I miti sono più forti della ragione o, ancora a Waterloo, Napoleone era un mito in cui si identificava la ragione? […]”. Nella nota, Sciascia non indica la sua risposta all’ipotetico test, ma è chiaro che su Waterloo la pensava all’opposto di Borges. Ed è implicito che lo sconfitto è uno dei giganti della storia, mentre il vincitore è un comprimario, anche se di alto livello.
   In ogni caso, Arthur Wellesley, duca di Wellington, non è soltanto il personaggio che l’italiano medio conosce, ossia un generale inglese che fa il suo ingresso nella storia la mattina di domenica 18 giugno 1815, a Waterloo, e ne esce la sera, dopo aver vinto la battaglia col supporto finale del prussiano Blücher. La sua carriera non si concluse affatto la sera di Waterloo: visse infatti altri trentasette anni, per un certo periodo fu anche Primo Ministro e finì per diventare una sorta di padre nobile della nazione. Il personaggio è quindi più grande della riduttiva immagine che se ne ha comunemente fuori dell’Inghilterra, ed è molto affascinante, anche per il suo particolare senso dell’umorismo. Inoltre, è uno dei pochi condottieri della storia ad aver vinto tutte le battaglie da lui combattute, e con una tattica che potrebbe essere definita, in gergo calcistico, catenaccio: difesa rigida e offensiva finale, o contropiede che dir si voglia, contro un avversario ormai stremato. Come si verificò anche a Waterloo: su cui scrisse al suo governo un dispaccio privo di toni trionfalistici, dal quale non si comprendeva immediatamente se si fosse trattato di una vittoria o di una sconfitta.

Seconda postilla
Giampaolo Pansa scrive oggi su un quotidiano che si chiama nientemeno che La Verità. Sotto la testata compare, in caratteri molto più piccoli, la domanda di Pilato “Quid est veritas?”: ma il problema è che il nome del giornale è La Verità, senza alcun punto interrogativo. Sotto la testata del New York Times campeggia la frase “All the News That’s Fit to Print”, dichiarazione di intenzioni tutto sommato modesta; sopra quella del Japan Times si legge invece, in maiuscoletto, “all the news without fear or favor”, che sembra una sorta di proclama piuttosto reboante. Ma battezzare un quotidiano La Verità !
Per quanto mi sforzi di ricordare, mi torna in mente soltanto un altro giornale con lo stesso nome (sia pure senza l’articolo), che ebbe una grande importanza in un’epoca storica ormai tramontata: si stampava a Mosca ed era la Pravda, organo ufficiale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica.
  
Sul tema “Che cosa è la verità?”, Sciascia scrisse una nota che fu pubblicata su L’Ora il 18 luglio 1978.  Anche questa si può leggere in Nero su nero e si chiude con questa frase: “E in conclusione: alla domanda di Pilato – ‘Che cosa è la verità?’ – si sarebbe tentati di rispondere che è la letteratura.” E io mi permetto di aggiungere: la buona letteratura, come quella di Leonardo Sciascia.

Euclide Lo Giudice

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