Leonardo Sciascia: Terra e Cibo. Da “Le parrocchie di Regalpetra” e “Il giorno della civetta” In evidenza

Uno dei grandi meriti riconosciuti all’Expo di Milano 2015 è stato quello di aver posto l’Italia al centro dell’attenzione mondiale come Paese ideale per qualità della vita, bellezze ambientali e paesaggistiche, creatività, capacità tecniche e umane, ricchezza della biodiversità che si traduce in una vasta produzione di eccellenze agroalimentari. Una bella miscela, questa, come l’aveva definita il presidente del Censis, che ha come elemento unificante le radici della cultura contadina, in quella dimensione di raccordo tra memoria e futuro, nel rapporto tra antiche vocazioni e nuove frontiere della tecnologia.
Ma la cultura contadina ha lasciato molte tracce materiali, ma pochissime parole. Nel senso che la letteratura vi ha dedicato poco spazio e solo pochi grandi scrittori hanno voluto e saputo raccontare quel mondo contadino e rurale, la terra, i suoi frutti e ne hanno fatto sublime letteratura. Sciascia è tra questi, assieme a pochi altri scrittori come Cesare Pavese, Beppe Fenoglio, Davide Lajolo, Mario Soldati.

Quel mondo contadino che Sciascia ha saputo magistralmente raccontare e rappresentare, grazie al suo profondo legame con quella terra di origine che l’ha visto nascere e crescere, dove affondano le sue radici; quella terra che l’ha nutrito con i suoi frutti. E nessuno potrà mai rompere questo rapporto con la propria terra, e men che meno uno scrittore, ancor più siciliano. Del resto Sciascia ha sempre avuto una grande curiosità intellettuale, uno spiccato spirito critico e una grande capacità di osservazione, dal che deriva la sua capacità di scrivere sempre con cognizione di causa, con quella chiarezza e concisione (nel modo che ci descrive mirabilmente il dizionario del Tommaseo). Nella sua Racalmuto e nella sua Sicilia la realtà agricola è preponderante; il suo primo lavoro, a vent’anni, è di impiegato al Consorzio agrario di Racalmuto; vi lavora dal 1941 al 1948: una grande esperienza umana e professionale. Cosicché, da questi e altri elementi, Sciascia diventa un grande conoscitore di quel mondo contadino, di cognizioni agricole, di economia agraria, di coltivazioni, di produzioni agroalimentari, di piatti e specialità gastronomiche che spesso amava preparare personalmente. E tutti questi elementi diventano parte importante delle sue opere letterarie, non solo come componenti della narrazione (mai marginali o sullo sfondo), ma anche della struttura e dello stile narrativo.
In questa piccola sorta di rubrica descriveremo, a puntate, una serie di spunti e spuntini letterari, ovvero pezzi emblematici dalle opere di Leonardo Sciascia che trattano di cibo e del mondo contadino.
Cominciamo con due pezzi tratti da Le parrocchie di Regalpetra e da Il giorno della civetta, che hanno come protagonista l’Arrosto di Castrato.

 

“Nella festa il paese si circonda di un’aureola di grasso odore, una friggente aureola dei grassi agnelli castrati. Il castrato è in tutte le case, intride di grasso tutte le vesti, chiama vino, rosso e denso vino, castrati, sedano e vino … e nelle taverne non ci sono abbastanza mani a servire il piatto del castrato e i boccali di vino …”.
È la festa del paese, giorno in cui ci si riscatta dalla dominante fame (e miserie) raccontate ne Le parrocchie di Regalpetra.

 

“… Il maresciallo, che non era stato avvertito, venne fuori col boccone in gola e rosso per la sorpresa e per il dispetto; l’arrosto di castrato era rimasto sul piatto, freddo sarebbe stato disgustoso, e a riscaldarlo ancora di più: il castrato va mangiato caldo, col grasso che sgocciola ancora; e odoroso di pepe.”
Questa è la scena esilarante, descritta ne Il giorno della civetta, con il maresciallo, e il suo disappunto, costretto, dall’improvviso arrivo del capitano Bellodi, a interrompere il suo pranzo.

 

E qui c’è bisogno di qualche spiegazione.
Un tempo, per i poveri e le classi umili il consumo di carne (rigorosamente ovina o caprina) era un lusso riservato ad eventi eccezionali come le feste, il pranzo del lutto. In realtà la carne bovina era una eccezione anche per i ricchi. Per il popolo comunque la carne per le eccezioni era quella ovina, e quella di Castrato in particolare, per la bontà delle sue Costolette arrostite alla griglia o alla brace. Il castrato è l’agnello che all’età di 6/7 mesi veniva castrato. Oggi la castrazione non viene più praticata e le costolette in genere sono di Agnellone o di Pecora.

Costolette di castrato alla brace. Preparazione:

Le costolette di castrato, intinte in un miscuglio di olio di oliva, sale e pepe, vengono messe in una graticola ad arrostire sulla brace. Impugnate con le mani, le costolette, come ammonisce Sciascia nel suddetto passaggio de Il giorno della civetta, sono da mangiare caldissime grondanti di grasso e odorose di pepe e da accompagnare con un buon vino rosso.

Salvatore Vullo

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