Massimo Onofri, La modernità infelice – Saggi sulla letteratura siciliana del Novecento, pp. 192, euro 13, Avagliano editore, Cava de’ Tirreni 2003
Una raccolta di saggi occasionalmente concepiti e pubblicati su riviste o come prefazione alla ristampa di un romanzo. Niente di più ovvio, si sarebbe tentati di dire, ma non in questo caso. Anzitutto perché l’autore dei saggi qui raccolti è Massimo Onofri, tra i più interessanti dei critici letterari di casa nostra, e poi perché i diversi saggi compongono un disegno compiuto e organico. E’ lo stesso Onofri a spiegarcelo, con la sua solita lucidità nella premessa, per l’occasione trasformata da rituale spesso vacuo e dal tono per così dire giustificativo - quale spesso è - in una vera chiave interpretativa, offerta al lettore per leggere nei diversi saggi, come in filigrana, il disegno che tutti li accomuna, e che fa di questo libro un’opera riepilogativa: sulla letteratura siciliana del Novecento e sul percorso seguito da Onofri nell’interpretarla e illustrarla.
Da Pirandello a Consolo, passando per Borgese, Brancati, Tomasi, Sciascia, Bufalino, la letteratura siciliana viene riletta da Onofri come un’ininterrotta autobiografia della nazione, vera e propria contro-storia d’Italia letteraria e civile, con la Sicilia assunta come pietra dello scandalo della mancata modernizzazione dell’intero paese. Si precisa così quella linea che parte da Pirandello e che si sostanzia di quella nozione di Sicilia espressa dallo stesso scrittore agrigentino nel Discorso, a Catania, per gli ottant’anni di Verga – autentico paradigma della letteratura siciliana secondo Onofri, e infatti ripetutamente ripreso, per riannodare i fili di un discorso che variamente è stato declinato, ora nella sicilitudine da Sciascia, ora nella isolitudine da Bufalino.
Il caso Borgese apre la serie dei saggi e riapre, meritoriamente, una questione irrisolta della cultura italiana: la rapida eclissi, il vero e proprio ostracismo, cui andò incontro il critico e scrittore siciliano, dopo la folgorante apparizione nei primi decenni del Novecento. Le ragioni proposte da Onofri sono tutte riconducibili alla disorganicità di Borgese rispetto alla cultura dominante: in letteratura come nel campo della critica e dell’estetica, e in politica. Particolarmente interessante, per la sua acutezza, appare l’osservazione sul pendolarismo Sicilia-continente del protagonista del romanzo Rubè, letto come metafora della sua mancata integrazione nella vita civile e sociale della nazione. Interpretato a ridosso dei Vecchi e i giovani di Pirandello, il romanzo s’inscrive in quella contro-storia d’Italia che ha in Brancati e poi in Sciascia i suoi autori più illustri e incisivi, disorganici per antonomasia, la cui lezione antifascista – contro l’eterno fascismo italiano, categoria metastorica superiore a tutti i trasformismi – si è perpetuata dall’uno all’altro, così marcando la loro diversità nel panorama delle lettere italiane. Sciascia, da parte sua, lo aveva già efficacemente sottolineato.
Lo scrittore di Racalmuto, a guardar bene, è il vero ispiratore dei saggi qui raccolti, e proprio nelle costanti che li tengono assieme e che ne fanno un libro compiuto. I temi sono gli stessi già affrontati da Onofri a partire dal suo Storia di Sciascia (Laterza, 1994), a proposito delle interpretazioni critiche, o intuizioni a seconda dei casi, espresse da Sciascia sugli scrittori siciliani. Onofri ha mirabilmente illustrato le interpretazioni del letterato e le ha fatte proprie, sviluppandole e approfondendole, in sede critica, con le competenze e il talento di cui dispone. Certo i suoi saggi sarebbero molto piaciuti a Sciascia, che vi avrebbe ritrovato sviluppate le proprie intuizioni: la letteratura siciliana, a partire da Verga, come “contro-storia d’Italia letteraria e civile”; il riferimento agli appuntamenti mancati, con Freud, Marx, dagli scrittori siciliani, felicemente mancati, così rinsaldando quella tenace diffidenza verso le sacre divinità della modernità novecentesca. E ancora la concezione platonica di letteratura presente in Sciascia, rintracciata da Onofri nelle teorie estetiche di Borgese e poi ritrovata nelle opere degli scrittori siciliani fino a Consolo.
Marcello D’Alessandra
Recensione apparsa su “L’Indice dei Libri del Mese”, ottobre 2003