«Amica mia, come ho potuto perdere i tuoi ultimi anni?».
Avevo conosciuto Luisa Adorno presentando lei e i suoi primi libri - L’ultima provincia, Le dorate stanze e Arco di luminara - in una serata organizzata da una libreria aostana nella tarda primavera del 1991.
Ci piacemmo subito e per sempre. «A Maria Pia, con immediata viva amicizia», scrisse quella sera sulla mia copia dell’Ultima provincia.
«Mi accorgo ora che non ho il tuo indirizzo (ci siamo sempre sentite solo per telefono) e non so quindi come e quando potrò spedire. Prima o poi ci riuscirò», scriverà nel luglio successivo in una lettera di ringraziamento indirizzata alla sede del Partito Democratico della Sinistra dove - si era ricordata - lavorava il mio compagno.
Di solito sono gli organizzatori a ringraziare gli autori. Con lei invece sarà sempre così: il senso di gratitudine e vicinanza, ovvio per me, infinitamente beneficata da suoi consigli e aiuti, mi veniva restituito moltiplicato, pegno prezioso di amicizia e affetto non so come meritati.
Lo pseudonimo con cui firmava i libri fu presto sostituito, in calce alle lettere che mi scriveva, dal suo nome vero, Mila: le chiudeva sempre una frase affettuosa e le apriva un «carissima» che sapevo altrettanto vero.
«Carissima, ti odio. Avevo appena scritto la breve, candida storia di una mia compagna di classe, detta Giovannona, e ora mi sembra acqua fresca». Così, in una lettera dell’aprile 1996, commentava la lettura di un mio lavoro che aveva per protagoniste quattro compagne di scuola e mi scriveva «L’ho bevuto. Sei bravissima». Tutto il resto della lettera era occupato da osservazioni critiche puntuali e da consigli di ogni genere. Questo suo vero e proprio editing, fatto di domande che mi costringevano a riconsiderare caratteristiche dei personaggi e della trama, è andato avanti per lettera e per telefono fino alla pubblicazione del romanzo.
Di quella prima sera aostana ricordo l’atmosfera intima che si era creata con il pubblico che pure era molto numeroso. Le piaceva far ridere - aveva detto in risposta a una delle mie domande - anche se trovava strano ‘fare il clown’ in pubblico. Era sorpresa e divertita dalla piega che la scrittura e la pubblicazione dei libri avevano dato alla sua vita di insegnante in pensione. Tale si considerava ancora, senza un filo di compiacimento o di narcisismo per il suo ruolo di scrittrice e di intellettuale.
Anni dopo mi scriverà «Sono stata a Vicenza a un incontro coi lettori, tanti, affettuosi, soprattutto donne, che mi hanno dato la soddisfazione di ridere in coro a qualche “bischerata” che ho raccontato. Ogni volta che faccio cose di questo genere ritorno con l’idea che ho sbagliato strada: dovevo diventare un Alberto Sordi».
- È il suo senso dell’umorismo che le ha permesso di convivere per tanti anni, lei che nasceva comunista e scomunicata, con i suoceri siciliani in odore di democristianità? le chiesi nell’incontro aostano.
- No! È che sola, senza di loro, chi lo sopportava mio marito?
Vittorio, il marito - il Cosimo dell’Ultima provincia - compare con la sua presenza severa e laconica in diversi scritti di Mila, fonte irresistibile di comicità tanto che, quando lo incontrai di persona la prima volta, dovetti sorvegliare il sorriso che mi scappava fuori qualsiasi cosa lui dicesse e facesse e reprimere la sensazione di straniamento che mi dava sedere a tavola con un personaggio di romanzo.
E personaggio eminentemente comico resta anche nel racconto Memo che chiude l’ultima raccolta Tutti qui con me, in cui Mila ricorda l’amico Guglielmo Petroni. Le provocano un moto di ribellione le parole che lo scrittore usa nei riguardi della moglie nel libro in cui racconta il loro primo incontro: «lo sguardo dolce, il gesto educato, il sorriso sospeso».
«Ma che discorsi sono? … - scrive Mila - Il sorriso sospeso? Ma dove l’ha visto?». E poi riflette «Io venivo da una scuola diversa, quella per cui mio marito, quando, non ancora trentenne, caddi in casa «Vecchia sei, impara a camminare a vecchia e non come una quindicenne!» poté dirmi, convinto di esprimere amore e preoccupazione. O come poco fa, sentendomi starnutire «Vedi di raffreddarti…» ha minacciato, amaro “Così me lo mischi!”».
Lui, Vittorio, senza conoscermi, diceva - me lo scrive Mila in una lettera del dicembre 1995 - che avevo «voce di bonicchia», ma in genere si dimenticava di riferirle che avevo chiamato.
In quella stessa lettera, Mila, dopo avere elencato le cose che le impedivano in quel periodo di scrivere - «perché sono affannata a rispondere alle lettere dei lettori, perché sono stata in Puglia a ricevere il Premio Donna Martinafranca, perché ho dovuto preparare interventi per convegni su Sciascia, per un volume sul liceo di Pisa e tante altre piccole cose tra cui, sempre più improvvisata e affannosa, la vita familiare» - mi invitava ad iscrivermi all’Associazione degli Amici di Sciascia di cui mi accludeva il bollettino. Sulla prima pagina di quel «supplemento del Bimestrale Stazione di Posta» - è riprodotta un’acquaforte di Domenico Faro che Mila mi consigliava di comprare e c’è un suo scritto intitolato Nel segno di Sciascia per promuovere l’iniziativa «Sciascia amateur d’estampes» che, con quella acquaforte accompagnata da un testo di Gesualdo Bufalino, prendeva il via. Anche lei, Mila, era amante e appassionata collezionista di incisioni.
«Dopo una breve corsa, inutile, a Praga per abboccarmi con un incisore, per l’associazione Sciascia, passo a Roma, col gatto, i giorni che il marito passa in montagna», mi scriveva nel luglio del ‘96.
E per un museo delle incisioni si prodigò a lungo, invitandomi a verificare se la cosa avrebbe potuto interessare la Regione Valle d’Aosta. Fu invece poi la Sicilia a rispondere, grazie anche alla generosità e all’impegno di Bruno Caruso, e un’esposizione permanente di opere grafiche venne inglobata nel Museo Civico di Naro (Agrigento)
Ricordo quando andai con Mila a Torino a trovare mia madre, che aveva letto con passione e riletto con devozione L’ultima provincia. Appena varcata la soglia di casa ci venne incontro di slancio e le disse: «Grazie! Mi sono così divertita, così ritrovata! Credevo che mio marito fosse l’unico a mettersi il pigiama per venire a tavola, l’unico a mangiare quelle spaventose verduredde bollite, quei suoi cavulisceddi o i pezzi di lana».
Sì, anche a casa dei miei imperava quella verduredda di cui Mila scriveva «Fa bene, disintossica, purga. La verduredda più che un piatto è una fede, un principio».
Sedute sul divano giallo oro del salotto confrontarono per quasi due ore le rispettive Sicilie, simili ma diversissime. Sguardi acuti e lingue taglienti a sezionare ricordi e impressioni. Ma Mila amava l’isola e la guardava e raccontava con l’affetto divertito con cui si parla di un figlio monello. L’ironia delle storie di Sicilia di mia madre era invece esattamente l’opposto: una distanza messa tra sé e i parenti di papà, i loro usi e costumi spesso inesplicabili e talvolta irritanti (tra questi si annoverano il “chilo sano” di pasta da servire due volte al giorno a uno zio che restava inspiegabilmente magro come un chiodo e l’intimazione «Facciam’e porzioni» pronunciata a tavola, ai fini dell’eguaglianza distributiva del cibo, da un parente in visita autoproclamatosi capofamiglia).
«Ho perso diversi giorni per preparare un intervento a un congresso a Palermo tra scrittori e geografi (sul paesaggio siciliano). È invitata anche Dacia. Si terrà a marzo, ma vogliono pubblicare gli atti prima. Sai che sorpresa poi sentirci parlare! Vado comunque sempre volentieri a Palermo», mi scriveva Mila nel gennaio del ‘98. Mia madre invece ci andava poco e non sempre volentieri.
Sono morte lo stesso giorno, il 13 luglio 2021, Mila e mia madre. Erano quasi coetanee, Mila del ‘21 mia madre del ‘23, e avevano in comune la ventura di avere sposato, loro, donne del nord emancipate ed estroverse, due siciliani severi e taciturni.
A mia madre avevo regalato io quel primo piccolo Sellerio blu della collana «La memoria» inventata e curata da Leonardo Sciascia e firmato con lo pseudonimo Luisa Adorno. Adesso, consumato dagli anni e da ulteriori riletture, quel libro è uno dei pochi oggetti che restituiscono tenerezza alla non facile relazione con i miei genitori.
Dopo quella prima lettera inviata alla sede del PDS ci siamo scritte e telefonate per oltre venticinque anni.
Parlavamo di libri, ce ne raccontavamo le trame e i meriti. Mi diceva della lentezza estrema con cui lavorava mentre io avrei voluto leggerla ancora, più spesso, di più.
Scoprimmo di avere entrambe dei figli astrofisici, il suo Luigi e la mia Marta, che si conoscevano tra loro senza sapere che noi madri ci conoscevamo a nostra volta. E scoprimmo di avere una comune passione per Leonardo Sciascia. Lei lo conosceva di persona, io attraverso i libri e gli articoli in cui cercavo la Sicilia e la sicilitudine che il mio padre severo e taciturno, morto troppo presto, non aveva saputo raccontarmi.
Ci vedemmo più spesso nel periodo che trascorsi a Roma alla fine degli anni Novanta, lavorando nella redazione di Io scrivo tu scrivi, una trasmissione di Dacia Maraini proposta per due anni dalla seconda rete Rai di Carlo Freccero.
Nella casa di via Conegliano fui spesso a pranzo e talvolta a dormire, in un lettuccio di fortuna montato in salotto.
«Carissima, va bene per il 10. Poi vieni a mangiare un boccone (letteralmente) da me, oppure si va in qualche bettolino».
Per non dar fastidio ai riposi e agli studi silenziosi di Vittorio, talvolta uscivamo a passeggio. Al mercato rionale, in un banco che aveva belle cose di marca, mi comprò una camicetta azzurra che ho portato fino alla consunzione. Lei, sempre curata ed elegante, pativa il mio abbigliamento troppo casuale, i capelli legati frettolosamente con un elastico. Una volta provò persino a pettinarmi, ma vederle fare lo stesso gesto di mia madre a cui sempre mi sottraevo infastidita, mi provocò lo stupito orrore di chi trova un verme nell’insalata che ha mangiato fiduciosamente fino a quel momento.
Fu dunque naturale chiedere a lei di leggere il mio primo romanzo. Mi sapevo barocca e avevo bisogno di uno sguardo dritto, di quel rigore e di quella levità che sono le caratteristiche della sua scrittura. Devo a lei se da una storia già piena di disgrazie sono stati cancellati, anzi, risanati, un cane zoppo e una bimba down. Devo a lei la capacità di lettura - la qualità di lettura - che serve per fare il mestiere di editor. E naturalmente devo a lei la più meravigliosa e commovente dichiarazione d’amore che avrei potuto desiderare per me e per la mia scrittura, quel «Carissima, ti odio» della lettera del 24 aprile ‘96.
Quando nel 2000 il libro fu pubblicato, volle presentarmelo lei a Catania, nella bella Libreria universitaria.
In quell’occasione fui ospitata a Valverde, alle pendici dell’Etna, la romanzesca Belverde che accoglieva la dimora estiva, agognatissima, del prefetto e della prefettessa Adorno.
Nel mio diario di quei giorni scrivevo: «Nella casa di Mila, semibuia per ripararsi dal sole di Sicilia, si dorme bene. È fresca.
Faccio sudoku e mangio granite».
Tra le lettere e le cartoline che ho ricevuto da Mila c’è l’invito, del febbraio 2005, ad una giornata seminariale in ricordo della figlia, Maria Stella, all’Orientale di Napoli dove questa insegnava. Maria, per la cui salute Mila nutriva preoccupazioni già dal 1999, era morta per un tumore. Per ricordarla era stata pubblicata - e ne ricevetti una copia - una raccolta di sue belle poesie e a Napoli si sarebbe parlato anche della sua produzione poetica.
Avevo incontrato Maria solo due o tre volte, ma oltre al dolore per il dolore di Mila, ho provato un sentimento di immensa pena per la bambina con «a nascaredda napoletana» - il nasino napoletano - che avevo visto nascere e muovere i primi passi nelle pagine di quel capolavoro che è L’ultima provincia.
Da allora la nostra corrispondenza si è diradata, sostituita sempre più spesso da telefonate.
La coinvolsi in un progetto argentino intitolato Le storie salvano la vita, un bel progetto dell’Istituto storico della città di Buenos Aires a sostegno dell’archivio di storie del quartiere di Bajo Flores. Un barrio prima citato solo negli articoli di cronaca nera diventava così protagonista delle pagine culturali dei quotidiani della capitale. All’antologia che ne nacque, intitolata come il progetto e pubblicata nel 2006 da Mavida, contribuirono scrittori come Vincenzo Consolo, Erri De Luca, Santo Piazzese, Aldo Zargani e scrittrici come Laura Pariani, Mariangela Sedda, Dacia Maraini. Il racconto firmato Luisa Adorno s’intitola Finestre - una storia di vite salvate a Roma, il 16 ottobre 1943, dall’amore per la scrittura - ed entrerà in seguito a far parte dell’ultimo gruppo di racconti, quel Tutti qui con me che in copertina ha un ritratto di Mila «gallaplacidiezzante» - diceva lei - fatto da Ada Pistone, uno dei personaggi più belli tra i chiamati a raccolta per questo saluto finale.
Rileggendo quest’ultimo suo lavoro, mi sono accorta che, in esergo, accanto a una citazione dagli Essais di Montaigne, Mila ha posto una frase di Kazimierz Brandys tratta da quelle Lettere alla signora Z. care a Leonardo Sciascia al punto da segnalarle in A ciascuno il suo. Quello stesso Kazimierz Brandys io l’avevo messo nel 2000 a premessa del mio romanzo, citando da un altro libro dello scrittore polacco, Rondò, una frase sul potere salvifico del raccontare. Potere in cui ancora credo, visto che oggi posso rileggere i racconti meravigliosi di Luisa Adorno e sentire, nella risata che sempre sgorga in certi passaggi, la vicinanza della mia amica Mila.
Maria Pia Simonetti
Luisa Adorno (pseudonimo di Mila Curradi) nasce a Pisa il 2 agosto 1921. Nel corso della sua vita collabora con riviste come «Il Mondo», «Paragone», «L'indice dei libri del mese», «Abitare» e partecipa ad importanti attività culturali: nel 1996 è testimone al convegno “100 anni di scrittrici, 100 libri di donne” e diventa Presidente dell’Associazione Amici di Leonardo Sciascia fino al 2000, nel 2005 è altresì giudice nella commissione del Premio letterario Brancati-Zafferana su «Letteratura e Resistenza». Insegnante e scrittrice, tra le sue opere più importanti si ricorda L'ultima provincia, con cui vince il premio Alpi Apuane e quello Lecce De Marzi; Le dorate stanze che ottiene il premio Prato-Europa e il Premio Nazionale Letterario Pisa sezione Narrativa; Arco di luminara, vincitrice del Premio Viareggio e del premio Racalmare-Leonardo Sciascia. Grand'Ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana nel 2001, Luisa Adorno muore, quasi centenaria, nel luglio 2021.
Per leggere altri ricordi su Luisa Adorno, ecco i link:
Luisa Adorno, tra vita e libro di Ricciarda Ricorda : https://www.amicisciascia.it/rubriche-del-sito/attivit%C3%A0-e-notizie/item/802-luisa-adorno,-tra-la-vita-e-il-libro.html
Lei, Mila, di Francesco Izzo: https://www.amicisciascia.it/rubriche-del-sito/attivit%C3%A0-e-notizie/item/803-lei,-mila.html