Incuriosito di mordente sarcasmo e certe coincidenze di pensiero, decido con sincera intenzione di leggere le Operette morali del Leopardi.
Dopo questo breve tam-tam, desidero dare una semplice spiegazione di un antico rito che mi appartiene.
Come l'illusionista che con destrezza fulminea fa sparire e riapparire le carte da gioco, così io ogni qual volta che leggo o rileggo un libro, do sempre una velocissima e rituale sfogliata indagatrice; così veloce da eguagliare il vecchio cassiere di banca quando conta il blocco di banconote facendole gravitare nell’aria.
Ciò mi serve per impadronirmi di una parola-chiave o più, di reale o illusorio metafisico desiderio. Lo so, è una strategia un po’ infelice se vogliamo, ma secondo me è come un tastare il polso all’opera che sto di lì a poco per iniziare a leggere.
Sfogliando il Don Chisciotte, per esempio, ho catturato cristallizzandole le parole “L’elmo di Mambrino”, considerando l’oggetto chissà quale rara reliquia di un santo; ma quando ho scoperto poi, leggendo, che il diabolico elmo era una banale bacinella da barbiere, mi sono divertito oltremodo.
* * *
Spinto dall’abitudine, sfoglio velocemente le Operette; l’occhio, come un turbine, va in cerca della sua vittima, e dopo un breve e tardivo istante di lucidità, puntuale la parola cade nella mia rete.
La Critica dell’occhio, in una sinistra solitudine, acceca immediatamente un nome, il nome di un illustre scrittore: Sciascia.
Che cosa è accaduto? Forse l’intenso desiderio si è trasformato in desiderio spontaneo? Cosa ci fa nelle pagine del Leopardi lo scrittore Leonardo Sciascia, nato molte decadi dopo?
Insomma, dopo un breve smarrimento che sarebbe troppo facile da spiegare – e cioè troppo difficile -, metto come si usa dire a nudo il libro; e ho trovato – strategicamente aderente, quasi incollata fra le pagine -, ho trovato una nobile lettera dell’autore di Todo modo, datata 6 agosto 1983.
A questo punto, direbbe Pirandello: “Signori, il dramma è tutto qui.”
Per mia parte, il dramma non è tutto qui; per quanto romanzesca possa apparire, questa lettera con evidente intestazione – battuta con la sua Olivetti 22 usando il solito dito medio, e firmata con la sua personale stilografica – non poteva scegliere nascondiglio migliore.
Quindi, invisibilità dell’evidenza o eccesso di evidenza, come nella Lettera rubata di Poe?
Ecco uno scrittore esclusivo, coerente e fedele, un uomo innamorato dei libri che parlano di libri: “Io posso essere messo in crisi dalle cose, non già dalle parole o da libri”, scriveva Sciascia in un articolo nel 1970.
Pertanto, incredulo ma felice per quel pezzo di mondo sciasciano che ora è nelle mie mani, adagio sul mio scrittoio le Operette morali, e l’occhio malandrino è pronto alla lettura; ma La trovatura mi fa rinviare Leopardi per leggere insieme a voi alcune righe stralciate da una lettera trovata di Leonardo Sciascia del 6 agosto 1983 ad un suo corrispondente toscano:
"Volevo, oltre che mandarLe un saluto, chiederLe qualche informazione su un libro di D’Annunzio, trovato in una libreria di Napoli (e stampato a Napoli nel 1915), intitolato L’invincibile. È senza dubbio la prima parte , nella prima stesura, del Trionfo della morte. Ma se questo era stato già pubblicato nel ’94, com’è che nel ’15 vien fuori con altro titolo la prima parte? È soltanto un caso di pirateria editoriale? Le mie letture dannunziane sono fatti lontani. Ma questo libro mi ha dato impressioni che non ritrovo nel ricordo della lontana lettura del Trionfo: il sentimento della gelosia mi pare vi sia analizzato con una sottigliezza che direi stendhaliana.
Lei ne sa qualcosa?"
L’amore che aveva Sciascia per i libri lo spingeva a comportarsi come l’investigatore di Poe, il cavaliere Charles-Auguste Dupin. In un’altra occasione scriveva ancora: “Il mio amore alle cose brevi sta diventando esagerato. Racconto lungo, dunque; o romanzo breve.”
Nel suo angolo di provincia, Leonardo Sciascia ha vissuto nei libri e per i libri: ce ne ricorderemo, di questo Candido illuminista.
Non conosco l’edizione stampata a Napoli nel ’15 de L’invincibile, ma ho il Trionfo della morte ed è un libro che non ho letto; quale migliore occasione?
La mia biblioteca è molto fornita, più di un deposito di esplosivo!...
Ora, sul mio scrittoio ho adagiato quest’altro destino: il libro di Gabriele D’Annunzio.
Christopher Morley sta bussando furiosamente alla porta e, celando un’allegrezza manifesta, vuol donarci un suo pensiero sui libri. Ascoltiamolo:
I libri contengono i pensieri e i sogni degli uomini, le loro speranze e i loro sforzi e tutti i loro ruoli immortali. È attraverso i libri che la maggior parte di noi arriva a comprendere quanto la vita sia magnificamente degna di essere vissuta.
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L’ostinato vizio fa lega con l’ostinato rito, ricordate? Mi porto verso la finestra illuminata, e le pagine del Trionfo frullano freneticamente sotto le mie dita, l’occhio fulmineo colpisce al cuore Zarathustra a pagina 417.
Qualcuno in grigio potrebbe obiettare: “Ah, cobra! Facile e implacabile suggestione” – infatti D’Annunzio inizia il suo Trionfo con poderosa epigrafe del filosofo tedesco.
Va bene, mettiamo a tacere l’Innominato dicendo che: “Siamo come siamo”, eccetto qualche raro eletto!... Quindi il tomo dell’io e della folgorazione di Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno.
Non ci crederete, ma ho pure questo libro, che non ho letto: che fare?
La mia biblioteca è molto fornita, come il simposio dei sapienti!...
Eccoli infine, come vecchi amici sono qui adagiati sul mio desolato scrittoio, e con decenza e garbo dialogano tra loro: Leopardi, Sciascia, D’Annunzio, Nietzsche. Cosa si diranno?
La conclusione è vicina, e dire perché pensassi a questi quattro scrittori piuttosto che ad altri mi è impossibile; non lo so, e non voglio saperlo.
Ed ora ho un terribile e irresistibile desiderio di sfogliare Zarathustra, i suoi minuti sono contati, l’occhio è già orientato, immobile. Cieco.
Ha ragione la mia Mei Xian!... Questa mattina, insieme alla colazione, in un bigliettino scritto a lapis e piegato più volte, mi offre una graziosa poesia di Emily Dickinson.
Mei Xian aspetta che mi addormenti per leggere ciò che vado scrivendo, scoprendo così l’implacabile assenza di una scrittrice – di una donna.
Astuzie femminili necessarie… Le ho stretto affettuosamente la mano. Leggiamo:
Ampio fai questo letto,
fallo con molta venerazione,
lascia e attendi che l’ultimo responso sia eccellente e giusto,
sia il suo materasso dritto,
e il suo guanciale rotondo,
fai che nessun giallo rumore del sorger del sole,
interrompa questo istante.
* * *
Senza alcun disagio, quel qualcuno in grigio già nominato potrebbe ancora obiettare: “Oh, quanto anacronismo nel tuo orologio interiore! Violando il regno delle antiche pagine, hai confezionato universi a non finire; ma cosa diavolo sono queste Bagatelle per un massacro?...”
Intanto scorriamo Zarathustra e facciamo un po’ d’ordine: accendiamo La fiamma di una candela, sgombriamo gli antenati specchi, stanze anonime e senza scrupoli, e rispondiamo al tiranno giacobino e alle grida dei suoi bravi.
È bastato l’istante di uno strabico lapsus (fatalmente), di accumulata e fredda memoria, per urtare la suscettibilità dell’Innominato. Come vedete, amici lettori, le cose procedono diversamente; man mano che il labirinto di carte, di fogli, e delle poche righe che si succedono… ma non occorre spiegare, è temps perdu. Perché noi continueremo a provocare arbitrariamente con l’alzata di spalle di Julien, ossia la famosa esclamazione stendhaliana: “Tutto qui!”
La fiamma della candela risplende di luce intensa e vivida; iniziare a leggere – fu l’ordine. Complice: la parola e il silenzio.
La mia biblioteca è molto fornita, quanto la grande biblioteca di Alessandria!...
Giovanni Impoco
L'immagine associata a questo articolo è di Mihai Bujdei ed è tratta dalla copertina di "Colonia penale" di Franz Kafka, edizione in lingua rumena.

