Lei, Mila

Agosto 09, 2021 8630
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Sempre che io sia eterna, come tu dici che mi credo

Luisa Adorno, Come a un ballo in maschera, 1995, p. 83

           Gli amici li riconosci da tante piccole cose.

Lei per il sorriso, il brio, quella leggerezza che ti conquistava e allacciavi un’intesa immediata e sincera. Mila Curradi, il suo vero nome, sposata Stella. La salvaguardia, come dire, di certi equilibri familiari aveva suggerito per il suo esordio editoriale il nom de plume Luisa Adorno con il quale si era affermata con un libriccino fresco e sapido, L’ultima provincia, uscito nel 1962 da Rizzoli, poi, grazie a Sciascia, ri-proposto da Sellerio nel 1983 e rimandato in libreria, manco a farlo apposta, il 15 luglio scorso, un paio di giorno dopo che Mila si è accomiatata da noi. 

           Gli amici li riconosci da quali siano gli amici dei quali a loro volta si circondano, che ti presentano e che diventano tuoi amici. 

Nel caso di Mila, il pensiero va subito a Elvira Sellerio, Roberto Andò, Domenico Faro, Maurizio Scaparro, Angelo Scandurra, per limitare il numero alle dita di una mano. Cinque care persone che mai avrei incrociato se non l’avessi incontrata e intrattenuto per tanti anni una amicizia intrisa di affetto e franc-parler, all’insegna delle diverse esuberanze dei nostri caratteri.

           Gli amici li riconosci dai libri che ti consigliano e dove ritrovi sulle pagine il medesimo piacere di trascorrere ore felici.

Verso di lei, Mila, serbo la gratitudine della scoperta di quello di Ferdinando Scianna, Visti e scritti, per il quale ho perso la testa dopo l’appassionata recensione che gli ha dedicato in una deliziosa plaquette intitolata (tipico titolo dei suoi) Qualcosa anch’io, uscita nel 2015 per i tipi delle Farfalle di Valverde. È riuscita a rendermi simpatico persino il suo autore. Ma tu vedi che scherzi da prete ti combinano gli amici.

            Gli amici li riconosci dal tempo che ti dedicano e - per quanto spesso ci si trinceri dietro l’alibi dell’amicizia ‘asimmetrica’ - dalla reciprocità di attenzione.

Con Mila è stato il tempo delle lunghe e quotidiane telefonate, delle tante lettere scambiate, attese, le sue scritte a penna con una grafia pulita, così fresca che ogni volta che aprivi la busta pregustavi il piacere di scorrerla, toccarla e ancora rileggerla. Vado alla carpetta che le conserva e ripercorro con acuta nostalgia (capita di invecchiare quando meno ce l’aspettiamo) la corrispondenza. La prima sua è dell’8 maggio 1993 in risposta all’ invito a partecipare alla riunione che il 26 giugno di quell’anno avrebbe decretato la costituzione dell’Associazione degli Amici di Sciascia a Milano (Mila fu tra i 25 soci fondatori).

            Gli amici li riconosci dalla sintonia che si stabilisce sulle questioni di fondo, quelle che oggi si chiamano ‘dirimenti’, là dove il nostro pensiero può dividersi da quello altrui e ci si ritrova da una parte, nell’idem sentire che risulta da una scelta, invece che dall’altra che si respinge.

Lei, Mila aveva fatto sua quella radicale di ricorrere all’auto-finanziamento annuale per le iniziative degli Amici di Sciascia, ciò che da quasi trent’anni permette al sodalizio di sostenere in autonomia le decisioni giudicate più appropriate, senza dipendere dalla fiscalità generale. Un suo biglietto, datato Natale ’94, accenna alle ragioni della sua amicizia per me «oltre alla base anti-vigorelliana su cui è nata»: un riferimento per nulla casuale se si pensa che il primo Presidente degli Amici, Giancarlo Vigorelli, giudicava una bizzarria la pretesa di batter cassa coi singoli privati (ove non fossero gli immancabili istituti di credito), propenso com’era a guardare agli enti pubblici (assessorati in testa) come i ‘naturali’ finanziatori di qualsiasi iniziativa culturale. Con Mila, invece, immediata fu la sintonia sul valore - di militanza, ancor prima che economico-finanziario - dell’autofinanziamento e del fare sistematico appello, al pari di tante associazioni non lucrative, ai volenterosi che con motivazione, senso di orgoglio e responsabilità attingessero al proprio portafoglio anno dopo anno per dare libertà e futuro a un’idea di una «civiltà intellettuale a noi quasi ignota». Per prima diede l’esempio, e con lei tanti illustri e meno illustri personaggi, Manuel Vázquez Montalbán, Gesualdo Bufalino, Bruno Caruso, persino l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. In una sua lettera del 26 luglio 1993 ritrovo un passaggio scherzoso: «Unisco l’intenzione di versare la quota di socio fondatore, dico intenzione non tanto perché per me, fra botta di tasse e recente viaggio, è come l’obolo della vedova del Vangelo, quanto perché la cosa che più mi ripugna è andare a fare operazioni, e quindi file, in banca».

Presidente degli Amici di Sciascia - dal 1996 al 2000 - Mila si è spesa infaticabilmente sul piano personale per accrescere il numero degli associati annuali, convinta che quella resti la strada maestra per fare bene, in trasparenza, un volontariato culturale che mira(va) a far scoprire, leggere e rileggere Sciascia. Quanto per lei sia stata un’esperienza importante lo si può apprezzare nell’ultimo libro uscito per Sellerio, dove ricorda «… i convegni che contribuii a organizzare per gli “Amici di Leonardo Sciascia”, associazione senza sponsor, né sovvenzioni, di cui ero presidente. Convegni straordinari, devo dire, che senza attesa di autorità cominciavano a spaccaminuto, e a cui noi soci, relatori o no, partecipavamo ognuno a proprie spese. Solo gli invitati fruivano dell’ospitalità. Accadeva di rado che qualcuno sgarrasse sul tempo, ma una volta, a Roma, proprio un ospite italiano, ultimo a parlare di mattina, prima della proiezione di un vecchio documentario sulle miniere di zolfo a Racalmuto, clou del convegno, si tolse dal polso l’orologio e lo posò davanti a sé. ” Per controllare la durata dell’intervento” pensai grata, compresa. Invece lo triplicò pur dando ogni tanto inutili, se non compiaciute, occhiate all’orologio. L’ira montante m’impediva di coglierne una parola e, come temevo, la proiezione slittò al pomeriggio, quando la signora Sciascia e alcuni ospiti stranieri erano già in aereo» (Tutti qui con me, 2008, pp.166-167).

            Gli amici li riconosci dai sorrisi che ti regalano e dal senso dell’umorismo.

Lei, Mila lo aveva congenito, le scappava da tutte le parti. Sapeva cogliere e restituire con le parole la dimensione comica della vita. Senza accorgertene, pagina dopo pagina, leggendo i suoi libri, ti trovavi ricoperto da schegge di ilarità: «Anche ‘l tu’ marito è un bel crostino! Sai che ti dico? Più vedo la vita delle coppie e più torno a casina mia con l’ali a’piedi» (Arco di luminara,1990, pp.57-58). Con tratti vivaci: «Le donne sono molto agghindate, con pettinature a grandi riporti, a cacca di vacca» (La libertà ha un cappello a cilindro,1993, p.96). Attingendo all’irriverenza toscana: «A Viareggio intravide lontano, sulla banchina, la sagoma di un venditore. Ehi! Ehi!! Chiamò sbracciandosi. “Acqua minerale!”. “Torta Viareggio!” gridava l’altro correndo verso di noi. “Aranciata?”. “Torta Viareggio!” ripeté arrivando trafelato il venditore, mentre il treno si rimetteva in movimento. “E allora mi dia una fogliata di buchi di culo” imprecò il mio vicino e chiuso con foga il finestrino si ributtò a sedere» (Le dorate stanze, p.58). E ancora, nei contesti più singolari, come la correzione delle bozze di una lettera circolare: «Tutte le d eufoniche vanno tolte (sennò oggi ci mettono al muro) tranne che quando si incontrano due a (es. ad amici). Io mi regolo anche a seconda dell’eufonia generale della frase» (lettera, marzo 1997). O giocando a far la linguaccia, per commentare orgogliosa e soddisfatta, una splendida recensione di Adriano Sofri sul «Foglio» del suo Sebben che siamo donne…: «o piglia!» (fax, 1 maggio 1999).

            Gli amici li riconosci dalla sincerità con la quale ti è concesso nei loro confronti esprimere disagio e differenza di opinione senza per questo mai perdere la loro amicizia o essere rubricato nel novero dei traditori.

Lei, Mila era una ‘fumina in maschera’ (con le sue valvole di sfogo nell’under-statement risciacquato in Arno), io ‘fumino’ e basta (con l’aggravante di scoprirmi sempre in partibus infidelium, marziano mosso per definizione solo da secondi fini nella percezione dei carciofeschi circoli dell’intellighenzia sicula e delle sue filiali meneghine). A tutti e due, diciamo così, la vita piaceva salata, e non era difficile che la pressione salisse. Le discussioni erano all’ordine del giorno. Per il Natale del 1995 mi inviò in dono un quadretto sfottò con incorniciato il frontespizio del Disputationes in Organum Aristotelis, typis Marci Ginami, Venetiis 1639, del filosofo e teologo forlivese Bartolomeo Mastri. Incollato al verso un augurio affettuoso con la scritta autografa “Per me scrivere biglietti è come apparecchiare coi piatti veri…”.

            Gli amici li riconosci dai mondi nuovi che ti fanno scoprire, dagli orizzonti che aprono nella tua mente. La divorante passione per le stampe, per esempio.

Grazie a lei, Mila, il mondo dell’incisione originale segnalato dalle pagine di Sciascia si dispiegava tra idiosincrasie (gli/le “inguardabili” sui quali Mila era tranchant nei giudizi), nuove leve da seguire (Vincenzo Piazza e Isabella Collodi, per fare un paio di nomi) e i grandi (il maudit Luigi Bartolini, il lirico Nunzio Gulino, l’amatissimo Piero Guccione): «C’è anche Guccione, bello, serio, lontano. A lui dedicammo la cartella degli “Amici di Sciascia” che conteneva un’acquaforte di Faro e il mio pezzo sull’incontro con lo scrittore (Sciascia), sulle incisioni cercate per lui, sulle sue brevi lettere. Era mancato da poco e Guccione aveva accettato di donarci quel piccolo bellissimo ritratto del volto pensoso di lui, dietro una grata leggera, che è diventato il logo della Fondazione» (Qualcosa anch’io, 2015, pp. 23-24). In fatto d’incisione, per Mila sempre una spanna sopra gli altri almeno, svettavano le opere degli artisti dell’Est Europa (primus inter pares Albín Brunovský) scoperti e comprati ‘a prezzi stracciati’ prima della caduta del Muro. Li ricercava con intuito e gusto infallibili nelle sue scorribande in compagnia “della Piera”, l’inseparabile vecchia amica, tra Praga, Cracovia e Mosca: «Solo nelle gallerie d’arte, in cui entravo sul filo della mia passione, avevo adocchiato qualcosa che faceva sperare. Come piccole braci ardenti residue di un fuoco su cui è stata gettata una secchiata d’acqua, un numero infinito di acqueforti, dai segni minuziosi e sicuri, i toni cupi, i soggetti spesso angosciosi rivelavano attesa, fervore, aneliti di libertà» (La libertà ha un cappello a cilindro,1993, pp.105-106). Il ritorno in Italia – tra cambi, dogane e valute, prima della moneta unica – era sempre temuto e accuratamene preparato: « E la sera prima della partenza, per terra, nella posizione precisa del mussulmano in preghiera, arrotolavo diabolicamente le incisioni tra due manifesti, o le avvolgevo in una carta del negozio per bambini…[…] “Hanno arrestato un italiano che usciva con venti orologi!”, “Hanno arrestato un italiano che usciva con due pellicce!”…[…]… D’altronde mai veniva annunciato l’arresto di un italiano per un rotolo di incisioni… Non le compravano? O non le conoscevano nemmeno i doganieri?” (La libertà ha un cappello a cilindro,1993, p.117).

            Gli amici li riconosci dai doni con i quali intendono testimoniarti affetto.

Tra i tanti che ho ricevuto negli anni, un fischietto di Caltagirone, una delicatissima icona di Maria Vergine, dipinta su vetro, della polacca Magdalena Hniedziewicz, alcune incisioni di quel Pileček scelto da Sciascia per la copertina dell’edizione originale di Nero su nero. Per Natale 1994, accompagnata dalle sue parole affettuose, Mila mi scriveva: «Ricambio il tuo dono con questo Pilececchino che, sebbene tu sia un po’ più giovane di me, accompagno con le parole che scrissi a Sciascia in una occasione simile “…avremmo potuto essere compagni di scuola e scambiarci le figurine».

            Gli amici li riconosci anche dalla benevolenza che scommetti ti riservino quando  - per i ‘mille impegni e altre priorità’ dei quali ognuno si fa scudo per presunzione e indolenza - tu scrivi  di loro con imperdonabile ritardo un elogio quando non ci sono più.

A me di lei, Mila, restano questi ricordi che raccolgo in un auto-ritratto perfetto: «Cos’altro ho fatto nella vita che chiedere agli altri di giocare con me ed aggrapparmi, volta a volta, all’idea di un bombolone e fiutare una stagione nell’altra, e cercare e godere la bellezza delle piccole cose?» (Le dorate stanze, 1985, p.15). Credo mi abbia voluto bene, e anch’io gliene voglio.

Francesco Izzo, 17 agosto 2021.

Luisa Adorno (pseudonimo di Mila Curradi) nasce a Pisa il 2 agosto 1921. Nel corso della sua vita collabora con riviste come «Il Mondo», «Paragone», «L'indice dei libri del mese», «Abitare» e partecipa ad importanti attività culturali: nel 1996 è testimone al convegno “100 anni di scrittrici, 100 libri di donne” e diventa Presidente dell’Associazione Amici di Leonardo Sciascia fino al 2000, nel 2005 è altresì giudice nella commissione del Premio letterario Brancati-Zafferana su «Letteratura e Resistenza». Insegnante e scrittrice, tra le sue opere più importanti si ricorda L'ultima provincia, con cui vince il premio Alpi Apuane e quello Lecce De Marzi; Le dorate stanze che ottiene il premio Prato-Europa e il Premio Nazionale Letterario Pisa sezione Narrativa; Arco di luminara, vincitrice del Premio Viareggio e del premio Racalmare-Leonardo Sciascia. Grand'Ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana nel 2001, Luisa Adorno muore, quasi centenaria, nel luglio 2021.

Ultima modifica il Mercoledì, 18 Agosto 2021 10:04