«Amica mia, come ho potuto perdere i tuoi ultimi anni?» si rammarica Luisa Adorno nello stupendo ritratto della collega Clelia Savio del racconto C’est du rouge che apre la raccolta/galleria Tutti qui con me. E ipotizza ragioni tra cui l’invecchiare in grettezza dell’amica.

Io invece non ho nemmeno una ragione, se non l’inerzia stupida del tempo che passa, accelerando sempre più verso la fine della nostra vita.

Così, quando ho letto della morte di Luisa, mi sono chiesta com’era stato possibile che ci fossimo perse da qualche anno.

L’ultima volta che le avevo telefonato, nel 2018 credo, l’avevo trovata abbattuta a causa della convivenza con le badanti che si era resa necessaria per lei e per suo marito Vittorio. Una costrizione e una restrizione che alteravano le abitudini, imprimendo tempi e spazi diversi e penosi al quotidiano. Chissà se, afflitta da una vecchiaia molesta, le ritornava comunque alle labbra quella poesia imparata alle elementari «...sulla porta dell’ospizio donde uscite in lenta schiera, che vi dice, o miei vecchietti, questo sol di primavera?». Questi versi - mi raccontava - le uscivano di bocca quasi suo malgrado al primo tepore primaverile e nel ripeterli pensava «Assassine le maestre! E assassino anche Angiolo Silvio Novaro».