Nel 25° della morte ricordiamo Renato Candida: l’ufficiale dei Carabinieri a cui Leonardo Sciascia si ispirò per il suo capitano Bellodi del romanzo “Il giorno della civetta”.

di Salvatore Vullo

“…Non solo per ‘Il giorno della civetta’, ma per ogni mio racconto in cui c’è il personaggio di un investigatore, la figura e gli intendimenti di Renato Candida, la sua esperienza, il suo agire, più o meno vagamente mi si sono presentate alla memoria, all’immaginazione…”.

Con queste parole rivelatrici, a conclusione di un lungo articolo, pubblicato sul quotidiano “La Stampa”, l’11 Novembre 1988, Leonardo Sciascia ricordava il generale dei carabinieri in pensione Renato Candida, morto il mese prima a Torino.

Dunque, era stato il generale Candida ad aver ispirato Sciascia nella configurazione del suo capitano Bellodi, protagonista del suo romanzo più famoso “Il giorno della civetta”, pubblicato nel 1961. Quel capitano Bellodi che la nostra memoria individuale e collettiva collega immediatamente al volto di Franco Nero, formidabile interprete di Bellodi nel film di Damiano Damiani “Il giorno della civetta”, uscito nel 1968, e per tanti altri della mia generazione, al volto di Mario Valdemarin, capitano Bellodi nell’allestimento teatrale dello stabile di Catania, nella prima edizione del 1963 e in successive riprese.

Sciascia aveva conosciuto Renato Candida nel 1956, quando l’allora maggiore Candida comandava il gruppo carabinieri di Agrigento, dove era stato trasferito l’anno prima da Torino.

Il maggiore Candida aveva sentito parlare del giovane scrittore di Racalmuto che già in quel 1956 aveva pubblicato “Le parrocchie di Regalpetra”, e volle incontrarlo.

Giorgio Roccella, un diplomatico in pensione, che dopo la separazione dalla moglie abita con il figlio a Edimburgo, ritorna in Sicilia, nel paese d’origine, perché desidera recuperare due pacchetti di lettere, uno indirizzato da Garibaldi al bisnonno e l’altro da Pirandello al nonno. Comunica queste sue intenzioni al vecchio amico professor Carmelo Franzò,  con il quale pranza, prima di farsi portare da un taxi nel proprio villino di campagna, abbandonato da anni, dove intende stabilirsi. Appena giunto nella vecchia dimora, Roccella telefona all’amico Franzò, meravigliato per due fatti insoliti: l’installazione, mai richiesta, di un telefono e il ritrovamento di un famoso quadro scomparso da diverso tempo.

Roccella informa anche la polizia, in quanto ha scoperto nella sua abitazione qualcosa di cui non indica la natura. Alla stazione di polizia, il commissario non vuole prendere sul serio la faccenda; suppone si tratti di uno scherzo e non ritiene necessario predisporre un intervento urgente. Lasciando l’ufficio, con l’intenzione di trascorrere in campagna la festa di San Giuseppe, invita il brigadiere Antonio Lagandara a dare un’occhiata il giorno seguente. Quando all’indomani Lagandara si reca alla masseria, nota che i lucchetti dei vari locali, dove in passato erano collocate le stalle, sono stranamente nuovi; in uno sterrato scorge dei segni recenti di pneumatici di automobili e di autocarri, e, all’interno del villino, trova il cadavere di un uomo, che comprende subito essere quello di Roccella, ucciso da una vecchia pistola, ora abbandonata sul tavolo. Accanto su di un foglio è scritta la frase: “Ho trovato”, seguita da un punto. Di lato giace la penna stilografica, con il coperchio avvitato.

Il brigadiere capisce subito che si tratta di un omicidio che si vuol far passare per suicidio: Roccella, impaurito, aveva probabilmente tirato fuori la vecchia pistola e, mentre stava scrivendo sul foglio che cosa aveva trovato, era stato sorpreso e ucciso dall’assassino, che conclude con un punto la frase iniziata dalla sua vittima. In tal modo si sarebbe potuto interpretare il gesto come motivato da una tormentata riflessione esistenziale.

Mentre polizia e carabinieri intralciano le indagini per la loro consueta rivalità e mentre questore e magistrato non capiscono nulla di quanto è accaduto, il caso si complica ulteriormente. Il capotreno di un convoglio, bloccato da mezz’ora dal semaforo rosso prima della stazione del paese, chiede al guidatore di una Volvo, che transita sulla strada vicina alla ferrovia, di recarsi alla stazione per sollecitare lo sblocco del segnale. L’uomo della Volvo assolve l’incarico e viene visto ripartire dai passeggeri del treno. Poiché tuttavia il semaforo resta rosso, il capotreno e alcuni passeggeri decidono di salire a piedi i cinquecento metri che li separano dalla stazione e qui  trovano, assassinati, capostazione e manovale. 

L’uomo della Volvo, anticipando polizia e carabinieri, che hanno cominciato a ricercarlo, sia pur “di malavoglia  e con apprensione”, si presenta in questura per raccontare quel che ha visto; trattenuto per accertamenti e sospettato di omicidio, viene spedito in carcere. Non convinto dell’interpretazione che si vuole fornire agli eventi, il brigadiere Lagandara scopre con sgomento che il commissario, suo superiore, fa parte di un gruppo mafioso, i cui traffici si svolgevano proprio nel villino abbandonato della famiglia Roccella. Ne è prova il fatto che, durante un sopralluogo alla masseria, imprudentemente e distrattamente, il commissario aveva segnalato la collocazione di un interruttore nascosto dietro un busto di Sant’Ignazio, in una posizione che solo un frequentatore abituale della dimora poteva conoscere. L’arrivo dell’antico proprietario aveva indotto la banda a trasportare il materiale compromettente proprio nella stazione ferroviaria e ad eliminare capostazione e manovale, in quanto complici scomodi e capaci di ricatto.

I due funzionari, il cinico commissario e il brigadiere onesto, che sogna una laurea in legge, si incontrano con disagio nel loro ufficio: poiché Lagandara capisce che il superiore, corrotto e consapevole di essersi tradito, intende ucciderlo, lo previene con destrezza e lo colpisce a morte. Questore, colonnello dei carabinieri e magistrato metteranno le cose a tacere, accreditando l’ipotesi di un incidente. I giornali riporteranno la notizia: “Brigadiere uccide incidentalmente, mentre pulisce la pistola, il commissario capo della polizia giudiziaria”.

L’uomo della Volvo, coinvolto suo malgrado nella vicenda, viene finalmente liberato. Poco dopo, mentre sta uscendo dalla questura dove “ferveva l’allestimento della camera ardente”, riconosce in don Cricco, che vi arriva per benedire la salma del commissario, l’uomo che aveva scambiato per il capostazione, poco prima del duplice omicidio. Decide, però, di non compromettersi di nuovo denunciando la terribile scoperta; sceglie di anteporre a tutto la  propria tranquillità personale. “E che, vado di nuovo a cacciarmi in un guaio, e più grosso ancora?” Riprende quindi “cantando la strada verso casa”.

 

Della progettazione e della stesura del romanzo (o racconto lungo) abbiamo la testimonianza dell’autore in alcune interviste rilasciate nel periodo in cui ormai le sofferenze causate dalla malattia si facevano sempre più pesanti. In Fuoco all’anima. Conversazioni con Domenico Porzio, Mondadori, Milano 1992, p.110, Sciascia rivela che lo spunto compositivo risale ad un episodio capitato anni prima sulla strada di Agrigento, quando la sua vettura venne fermata dai viaggiatori di un treno bloccato al semaforo, secondo i quali il capostazione poteva essersi addormentato, dimenticandosi di dare il segnale di via libera.

Interessanti sono le annotazioni sulla stesura del testo affidate da Leonardo Sciascia ad un’intervistatrice: “Di quest’ultimo racconto ci sarebbe da fare un racconto. Me lo sono raccontato per mesi: è stato un modo di sopravvivere allo strazio della malattia e delle cure, quasi in doloroso dormiveglia. Posso dire di averlo mentalmente scritto pagina per pagina: e sarebbero state circa trecento. Ma appena ho trovato quel poco di energia che mi ha permesso materialmente di scriverlo, sono venute fuori una cinquantina di pagine: e mi pare di non aver lasciato fuori nulla di tutto quel che avevo mentalmente scritto nelle trecento. Il romanzo è diventato un apologo: ma è meglio così. Per me certamente, per il lettore lo spero”. (Il mistero, questo nostro pane quotidiano, intervista a cura di Benedetta Craveri, in “Mercurio” – suppl. di “La Repubblica – 28 ottobre 1989, p. 2.)

Come si legge nella nota che accompagna l’edizione tascabile di Adelphi, “Una storia semplice è una storia complicatissima, un giallo siciliano con sfondo di mafia e droga. Eppure mai (…) l’autore si trova costretto a nominare sia l’una sia l’altra parola. In un contesto, dominato da sciatteria, rivalità, scetticismo, corruzione delle istituzioni, pochi sono i personaggi cui è assegnato un nome e un cognome: il professor Carmelo Franzò, che affianca il brigadiere nelle indagini, dotato di senso civico e determinato nel dire sempre quello che pensa; il brigadiere Lagandara, cui è dedicata una breve biografia in termini quasi burocratici e l’inquietante figura di padre Cricco, la cui implicazione nella vicenda è preparata nel corso della narrazione e svelata nel finale. Rispetto agli altri romanzi polizieschi di Sciascia, in questo manca completamente il personaggio dell’investigatore autonomo, in genere un dilettante, come per esempio il professor Laurana in A ciascuno il suo. Una specie di funzione suppletiva del vecchio ruolo dell’investigatore è attribuita al brigadiere di polizia, Antonio Lagandara , ex contadino che aspira alla laurea in legge, privo di spirito di corpo, ma dotato di intelligenza e indipendenza. Manca qui assolutamente la presenza del popolo; non si parla di personaggi, anche minori, che possano indicare un particolare tipo di società. L’azione è ambientata in Sicilia, come appare da alcuni, non numerosi, indizi, ma potrebbe svolgersi in qualsiasi altro luogo d’Italia. Non ha un nome neppure l’uomo della Volvo, che pure riveste un ruolo significativo. Liberato dal carcere, in cui ingiustamente era stato rinchiuso, se ne torna a casa cantando, pur avendo riconosciuto con certezza in padre Cricco il finto capostazione. L’omertà non è di pochi, è diventata il costume di una folla senza nome.

Emblematica  è la frase di Dürrenmatt, posta come epigrafe al testo: Ancora una volta voglio scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia. Per il momento in cui il romanzo fu scritto (1989, l’anno della morte di Sciascia), queste parole hanno il sapore di un testamento spirituale.

 

Albertina Fontana

26 settembre 2013

 

 

Pubblicato nel 1989 da Adelphi nella collana “Piccola Biblioteca” (n. 238), il romazo si legge ora nella trentesima edizione del febbraio 2012 e nelle due raccolte: L. Sciascia, Opere 1984-1989, a cura di C. Ambroise, Milano, Bompiani 1991 (III), pp. 729-61 e L. Sciascia, Opere, volume I: Narrativa Teatro Poesia, a cura di P. Squillacioti, Milano, Adelphi 2012, pp. 1189-1232. Secondo la testimonianza di Matteo Collura, Una storia semplice arrivò nelle librerie il giorno stesso della morte dell’autore (M. Collura, Il maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia, Longanesi, Milano 1996, pp. 365-366.)

 

Da Una storia semplice nel 1991 Emidio Greco trasse l’omonimo film, di cui scrisse la sceneggiatura con Andrea Barbato e la fotografia di Tonino Delli Colli e Roberto Calabrò. Interpreti principali: Gian Maria Volontè (il prof. Franzò), Massimo Dapporto (il questore), Ennio Fantastichini (il commissario), Ricky Tognazzi (il brigadiere Lepri), Massimo Ghini    (l’uomo con la Volvo), Omero Antonutti (padre Cricco).

di Valter Vecellio

"Lasci stare mia figlia", ruggisce il capo mafia. Il capitano dei carabinieri che gli sta di fronte, ed è venuto ad arrestarlo, gli chiede conto delle ingenti somme di denaro depositate in tre diverse banche, il suo apparente non far nulla, l'irrisoria denuncia dei redditi, nonostante il reddito reale sia elevato; e osserva che anche a nome della figlia risultano, altri, cospicui depositi, lei che studia in un costoso collegio svizzero...Poi, dopo lo scatto, il boss riprende il controllo dei nervi: "Mia figlia è come me", sibila, ma più a rassicurarsi, che a smentire il capitano; e magari, chissà, col tarlo, il dubbio, il sospetto che forse quell’uomo in divisa così diverso da lui per esperienze, cultura, nascita e accento, possa aver ragione e compreso quello che lui non ha capito e non vuole capire quando, poco prima gli aveva detto: "Immagino lei se la ritroverà davanti molto cambiate: ingentilita, pietosa verso tutto ciò che lei disprezza, rispettosa verso tutto ciò che lei non rispetta...".

E’ una scena de "Il giorno della civetta" di Leonardo Sciascia, più del romanzo che del film. Nel film la ragazza si vede, compare, è devota nel porgere i calzini al padre, svegliato di soprassalto, e anche complice: il boss infatti le affida qualcosa che deve far “sparire”. Nel romanzo è invece una presenza evocata, non compare mai.

Il romanzo - è bene ricordarlo - Sciascia lo scrisse più di cinquant'anni fa. Il capitano Bellodi e don Mariano Arena sono di fronte uno a l'altro, il mafioso poi descrive quelle che a suo giudizio sono le cinque categorie in cui si divide l'umanità; Bellodi individua nella legge, nel rispetto del diritto, le "armi" per sconfiggere la mafia.

E’ un brano che autorizza una cauta speranza: quella che attraverso lo studio, la cultura, i figli e i nipoti di mafiosi riescano a levarsi di dosso la mafiosità dai loro padri e zii e nonni vissuti come "naturale", una pelle; e diventino appunto pietosi, rispettosi. Anni dopo, non a caso, richiesto su quello che i ragazzi potevano fare contro la mafia, Sciascia lapidario risponde: “Magari una marcia in meno, e un libro in più”.

Intervista a Carmelo Spalanca a cura di Valter Vecellio

“La metamorfosi dell’artista, Leonardo Sciascia dalla narrativa alla saggistica” (Flaccovio editore, pagg.178, 15 euro) è un volume nel quale il professor Carmelo Spalanca, raccoglie una serie di saggi che, scritti ed elaborati in occasioni diverse – relazioni a convegni, saggi per riviste, ecc. – scandagliano in modo originale il pensiero e l’opera di Sciascia: singolare figura di intellettuale, annota Spalanca nella prefazione, che “oscilla costantemente tra due poli, l’invenzione narrativa e la riflessione critica, perché ritiene che la letteratura abbia valore nella misura in cui conosce e razionalizza gli aspetti più caratteristici della realtà”.

Spalanca è docente di Letteratura italiana presso l’università di Palermo; fra le sue pubblicazioni più recenti, “Un’isola non abbastanza isola”; e “Da Regalpetra a Parigi. Leonardo Sciascia tra critica italiana e critica francese”.

Gli abbiamo rivolto alcune domande.

Professor Spalanca,”La metamorfosi dell’artista. Leonardo Sciascia dalla narrativa alla saggistica”, è il titolo del suo libro. Cominciamo da qui: perché parla di metamorfosi? Lo Sciascia che via via indubbiamente matura e prende consapevolezza piena della realtà che lo circonda, nell’essenza però è sempre lo stesso, la sua lucidità di analisi, il suo essere persona di “tenace concetto” al pari di molti dei suoi protagonisti, è qualcosa che costituisce il classico filo rosso di tutte le sue opere…

Intervista a Lavinia Spalanca

Leonardo Sciascia, la tentazione dell’arte è il titolo di un libro di Lavinia Spalanca (Salvatore Sciascia editore, pagg.96, 10 euro). Esile, all’apparenza; ma il piccolo formato e il centinaio di pagine che compone il libretto non devono trarre in inganno. Come informa la nota editoriale, “avventurosa e intrigante è l’esplorazione dei rapporti fra letteratura e arti figurative, specie nell’opera di Leonardo Sciascia – appassionato di pittura e amateur d’estampes – il cui approccio all’universo artistico si configura come fondamentale esperienza ermeneutica e, insieme, approssimazione alla felicità. Un atto di ‘lettura’ che coniuga razionalità e diletto e, soprattutto, uno stimolo all’immaginazione creativa. Ne consegue l’intrecciarsi di una fitta e stratificata rete intertestuale – qui adeguatamente scandagliata – all’insegna dellaricorsività di motivi e simboli iconografici, in un vitale cortocircuito fra immagini e parole”.

Lavinia Spalanca, palermitana, è dottore di ricerca in Italianistica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia della sua città, e redattrice del portale web “Italinemo-Riviste di italianistica nel mondo” dell’università “La Sapienza” di Roma. É altresì membro della Fondazione Sciascia nonchè del comitato di redazione della nostra rivista annuale TODOMODO. Le abbiamo rivolto alcune domande, ecco quello che ci ha risposto.

“Leonardo Sciascia. La tentazione dell’arte”. Cominciamo da qui: perché questo titolo? Perché parla di "tentazione"?

Nel 1992 la Fondazione L. Sciascia e la Fondazione G. Whitaker decisero di realizzare una mostra fotografica sullo scrittore, morto nel novembre di due anni prima, affidandone a me la cura. Raccolsi lì quelle che considerai le immagini più significative, e fra esse, naturalmente, quella di questa cartella. In molte fotografie lo scrittore è ritratto mentre fuma, ma fra queste l’immagine di Carla De Gregorio ha un posto particolare. È quella che a Sciascia piaceva di più”.

Così Diego Mormorio scrive nel testo associato alla cartella intitolata “Il valore del silenzio” che, diciannovesima della collana OMAGGIO A SCIASCIA, è uscita a settembre 2013 per le consuete cure di Francesco Izzo. Il ritratto in bianco e nero contenuto nella cartella è uno degli scatti domestici realizzati nel gennaio 1985 da Carla De Gregorio a Racalmuto, nella casa di campagna dello scrittore. Alcuni degli scatti furono pubblicati dal settimanale “Epoca” ma non questo, evanescente quanto ricercato e carico di suggestione al punto da avere ispirato il pittore e incisore Agostino Arrivabene a cavarne un disegno prima e un’acquaforte (dal titolo Effluvi düreriani) diventata l’emblema della rivista di studi sciasciani TODOMODO, dove troneggia in copertina.

La fotografia (35 x 27 cm) è stata stampata nel luglio 2013 a Palermo, con la competente supervisione di Enzo Brai, nell’omonimo studio fotografico, su carta Fine Art da 310 grammi, e montata su un cartoncino corolla avorio, di formato 35 x 50 cm. Dei complessivi 90 esemplari numerati e firmati dall’Autrice, 70 sono in numeri arabi riservati ai soci, 15 in numeri romani e 5 HC destinati all’Autrice. Il testo scritto da Diego Mormorio accompagnato da una “Notizia” del curatore ed un profilo biografico dell’Autrice, è stampato da Bandecchi & Vivaldi, a Pontedera.

Come sempre, la cartella - con un esemplare sciolto del ritratto di Sciascia ed il testo di Mormorio- non è in vendita. Essa è invece riservata in esclusiva ai soli soci  in regola coi versamenti agli Amici di Sciascia. Per rinnovare (o aderire per la prima volta agli Amici di Sciascia) è semplice: basta cliccare qui e seguire le semplici indicazioni che permettono on line immediatamente l’adesione con addebito sulla carta di credito. In alternativa è naturalmente sempre possibile regolare il pagamento con un bonifico bancario o un versamento sul conto corrente postale dell’Associazione. In considerazione dell'alto numero di richieste della cartella 2013, si consiglia di verificare la disponibilità degli esemplari rimasti.

Si invitano tutti gli amateurs che volessero assicurarsene un esemplare a scrivere una mail qui e ora a: estampes@amicisciascia.it

Sciascia visitava spesso le scuole della sua Sicilia e parlava con i ragazzi di letteratura, di stato, di mafia. Una volta volle fare il paragone tra i “bravi” descritti ne I promessi sposi e la mafia siciliana. Disse ai ragazzi di un liceo di Lipari che il governo di Maria Teresa d’Austria, in Lombardia, era riuscito con una efficiente organizzazione dello stato, a debellare quel fenomeno delinquenziale così ben rappresentato dal Manzoni scrittore di “cose”, per ricordare le parole di Pirandello.

Martedì 4 giugno 2013, con l'aiuto di Valter Vecellio, è stato portato a termine un bellissimo progetto presso una scuola della Vallesabbia in provincia di Brescia. Più precisamente si tratta dell’Istituto Polivalente G. Perlasca di Idro, bellissimo comprensorio incastonato nel verde, alle pendici dei monti limitrofi all’Eridio, antico nome dell’odierno lago d’Idro. Il progetto “Leggi Sciascia” si è concentrato sulla lettura del romanzo Il giorno della civetta, titolo tratto dall’Enrico VI di Shakespeare citato nell’epigrafe del libro.

I ragazzi di tre classi dell’istituto hanno letto l’opera di Leonardo Sciascia, hanno individuato i pezzi più significativi della stessa rispetto ad alcuni temi che i loro professori di lettere avevano proposto come approfondimento, hanno letto questi estratti pubblicamente in assemblea e li hanno discussi insieme a Valter Vecellio nel dibattito seguito alla proiezione del film omonimo di Damiano Damiani.

Si è parlato della “linea della palma” e del significato intrinseco di questa profetica indicazione. Si è discusso di ragione, legge, democrazia e potere e di come sia sempre più necessario il poter contare sulla “legge che nasce dalla ragione ed è ragione” e non su quella “che nasce dai pensieri e dagli umori” di un uomo, “dal graffio che si può fare sbarbandosi o dal buon caffè che ha bevuto”.

Un piccolo segno, questo progetto, che la nostra Associazione ha voluto lasciare in una comunità di provincia che tanto assomiglia idealmente alla comunità a cui apparteneva Leonardo Sciascia, quella sua piccola cittadina di Racalmuto in provincia di Agrigento, da cui ha saputo descrivere il mondo e da esso farsi apprezzare.

In un’intervista del 1981 rilasciata a Roma ad Alexander Langer, tirolese, Sciascia rispose: "E poi, cosa s'intende per provincialismo? Forse il fatto fisico di vivere in provincia? O il comportarsi secondo canoni di arretratezza, di incultura, di barbarie? In questa seconda accezione io non credo che esista un provincialismo, si può essere provinciali a Roma, a Parigi, a Londra, a Bruxelles, come a Agrigento o Bolzano. Io, comunque debbo dire che le persone più colte e più informate che io abbia conosciuto, le ho sempre trovate in provincia”.

Questa risposta è simbolo di un modo di pensare, della predisposizione a cercare sempre il meglio, la bellezza, la ragione, il merito ovunque esso nasca e dovunque esso manifesti i suoi effetti. Posizione di apertura senza pregiudizi, nata dal vissuto, forse opposto e subito, da quell’amore e odio per la sua terra che gli faceva citare spesso Marziale: “Nec tecum possum vivere, nec sine te (né con te, né senza di te posso vivere)”.

Così l’invito finale ai ragazzi della Vallesabbia è stato quello di essere aperti alle idee del mondo e di scoprire, attraverso la lettura delle opere di Sciascia, altri importanti temi della vita e del pensiero del grande scrittore siciliano.

In conclusione Valter Vecellio ha voluto citare il simbolo culturalmente positivo rappresentato dalla ragazza figlia del protagonista mafioso Mariano Arena. Sciascia, scrivendo di questa figlia che studiava a Losanna in Svizzera, ha voluto indicare che un giorno quella figlia sarebbe stata diversa dal padre, pietosa verso ciò che egli disprezzava, rispettosa verso ciò che egli non rispettava. Insomma di come la cultura può agire sulle giovani generazioni per il cambiamento, per il miglioramento della società. Un messaggio positivo che facciamo nostro insieme ai ragazzi del Polivalente di Idro.

Sergio Piccerillo

di Giovanni Impoco

Il labirinto della
comune beatitudine.


Il muro di cinta del mio giardino è basso.

Qualunque Vlad Ţepeş di Transilvania ha facile accesso nella mia casa sarà il benvenuto.

Dopo migliaia di leghe, il ritorno alla terra natale: veloci gli anni in fuga, il buon tempo non tornerà mai più.

Nella solitudine della notte, vinto dal sonno, reclino la testa nelle remote pagine di un libro, complice il tic tac dell’orologio a pendolo e l’ansito del mare.

Così è, in questo luogo lontano e pieno di pace, ma, per un ignoto disegno degli astri, da un po’ di tempo in qua, prima di addormentarmi, inconsciamente recito a memoria e a fior di labbra questo breve versetto: “Il mal mi preme e mi spaventa il peggio.”

Ecco, partendo da un tremito fisico, mi chiedo: è forse la musica di un sogno?

Pavido e smarrito, ancora mi domando: dove ho letto tale verso?

Chi è l’autore? Quale ne è il senso?

Non ricordo, semplicemente.

Può accadere di non ricordare, credo sia nell’ordine delle cose.

Ma ecco che l’ordine tramuta in disordine, curiosità e sgomento, e mi ripeto: in quale libro posso aver letto questo sinistro e sventurato versetto?

Ma ancora nulla, le mie antenne non mi aiutano.

Svolgo minuziosa ricerca, e con pochissima fiducia scopro trattasi di un primo verso di un sonetto dell’aretino Francesco Petrarca.

Del Petrarca? Provo a spiegarmi meglio.

Io credo sia normale che la mente prenda a prestito quanto si è letto e ascoltato a distanza di tempo, e tale distanza può variare di dieci giorni, oppure dieci anni et oltre per prodigio di memoria che ognuno di noi possiede (?).

Quindi sono consapevole che non si possono leggere tutti i libri, tale è la loro diffusione, ma ugualmente mi sento rapito dalla suggestione, e direi quel genere di suggestionabilità che mi affascina, ma non mi appaga. Ebbene, devo dire, e mi duole ammetterlo, ma senza alcuna ansietà ed affanno, che tra le tante letture e le numerose scoperte di vecchi e nuovi autori, stranamente ho trascurato e non ho ancora letto Petrarca.

Intervista al professor Luigi Tassoni

 

Di “Lettere dal centro del mondo 1951-1988” (Rubbettino editore), il libro che raccoglie la fitta e interessantissima corrispondenza tra Mario La Cava e Leonardo Sciascia ci siamo già interessati. Ma ci è sembrato utile sollecitare qualche ulteriore chiarimento al professor Luigi Tassoni, che assieme alla professoressa Milly Curcio ha curato la pubblicazione del carteggio.

 

Professore, le lettere tra La Cava e Sciascia abbracciano un arco di oltre trent’anni; si tratta di lettere “domestiche”, dove i due scrittori parlano in assoluta libertà anche di questioni famigliari, consigliandosi l’un l’altro; ed è, per esempio interessante, ma anche significativa, rivelatrice, l’attenzione che entrambi prestano al cibo, alla cultura del cibo che in esso si tramanda ed esprime…Voi curatori, raccogliendo e curando la pubblicazione di queste lettere avete realizzato un’opera fondamentale per la comprensione del percorso intellettuale di La Cava e di Sciascia, e la loro maturazione…Ma qual à la genesi di questo libro? Come nasce?

“I motivi per i quali, insieme a Milly Curcio, e con competenze intrecciate sullo stesso tavolo di lavoro, è nato il libro Lettere dal centro del mondo. 1951-1988, scritto inconsapevolmente da Mario La Cava e Leonardo Sciascia, sta prima di tutto nella generosità degli eredi dei due scrittori, che si sono affidati e fidati della equilibrata consapevolezza non sensazionalista dei due curatori. Vi è inoltre, alla base di questo lavoro che l’editore Rubbettino ha avuto la grande fortuna e l’intelligenza di pubblicare, la profonda impressione che destarono in me, in noi, già alla prima lettura ricognitiva gli autografi e le trascrizioni del prezioso epistolario”.

E il titolo? Come nasce questo intrigante “Dal centro del mondo”, considerando che uno viveva a Bovalino in Calabria, l’altro tra Racalmuto e Caltanissetta, che negli anni Cinquanta non erano esattamente metropoli…

 

Sciascia, nella nota che segue il suo libro intitolato 1912+1, parla di "una divagante passeggiata nel tempo". Certo, gli andirivieni sciasciani nella Storia sono noti ma il primo libro Adelphi (1986) dello scrittore siciliano è un "racconto", dal ritmo saggistico, che non evoca solo l'età giolittiana e il patto Gentiloni ma stabilisce invece dei veri e propri legami tra il primo e il secondo Novecento e i giorni da cui Sciascia scrive del processo Tiepolo (l'onda lunga della politica dei cattolici italiani, la doppia occorrenza di Moro immolato...). Intorno al tema, intimamente sciasciano, della "giustizia ingiusta", e in un momento importante di quel lavoro di "concisione" che l'autore non smette di affinare un po' prima della fine, tra La strega e il capitano (1986) e Una storia semplice (1989), il colloquio ha l'ambizione di passeggiare nel tempo con Sciascia, fra atti giudiziari, codice penale e premeditazione, tra forme brevi e modalità giallistiche, fra bibliofilia e palesi (e fin dal titolo) ammiccamenti a d'Annunzio (non preferito a Pirandello ma apprezzato) e finanche tra una banale iconografia femminile e divertite e divertenti approssimazioni e un eros inedito.

Di questo e molto altro si è parlato il 22 e 23 novembre  a Milano, all' Auditorium dello Studio La Scala, in Via Correggio 43 (Metro-Linea Rossa, direzione Rho-Fiera / Bisceglie, fermate Buonarroti o Wagner)  in occasione del quarto LEONARDO SCIASCIA COLLOQUIUM intitolato

"1912+1, 2012+1: PASSEGGIARE NEL TEMPO CON LEONARDO SCIASCIA".

 

In sintesi, il programma si è svolto come segue:


Venerdì 22 novembre... 2012+1
Ore 15-18
Coordinatore: Stefano Salis
Interventi di: Giorgio Pinotti, Gabriele Fichera, Paolo Giovannetti, Paolo Squillacioti, Luciano Curreri

Sabato 23 novembre.... 2012+1
Coordinatore: Bruno Pischedda
Interventi di: Ivan Pupo, Alessandro Provera e Pierpaolo Astorina, Andrea Kerbaker, Carlo Fiaschi

PROMOTORI
Amici di Leonardo Sciascia - www.amicisciascia.it

Direzione scientifica, programma e cura degli Atti per Todomodo vol. IV (Novembre 2014) - Leo S. Olschki
Luciano Curreri, Università di Liegi (Belgio)

Segreteria organizzativa
La Scala Studio Legale
Francesca Rusca e Ewelina Melnarowicz
Via Correggio, 43 - 20149 Milano - Italia
Tel +39 02 43 925 497
Fax +39 02 48 011 624

Scarica programma, per informazioni più dettagliate.