Ma Sciascia ha seguito con interesse anche la parabola politica del suo conterraneo, che in gioventù tributò al fascismo un culto incondizionato, che trovava la sua radice più profonda in un vitalismo esasperato e nel rifiuto reciso di qualsiasi inclinazione intellettualistica, come se l'adesione dogmatica all'ideologia ufficiale lo esimesse dall'esercitare il pensiero critico; la sua produzione drammaturgica e narrativa del periodo lo testimonia esemplarmente (Fedor, paradossalmente dedicato all'antifascista Giuseppe Antonio Borgese; Everest, dedicato invece al fascistissimo Telesio Interlandi; Piave; L'amico del vincitore). E' solo dal 1933 che l' «ubriachezza di stupidità», come lo stesso Brancati la definì, cominciò lentamente a dissolversi, e la «dolomitica imbecillità» del fascismo gli si palesò in tutta la sua ridicolaggine, facendo maturare in Brancati una decisa opzione per un liberalismo moderato, che si volse con nostalgia anche all'Italia giolittiana (con particolare gratitudine per una personalità rappresentativa di quell'epoca, come Benedetto Croce, che contribuì a scuoterlo dal torpore intellettuale manifestatosi con l'adesione al regime). Sciascia risulta particolarmente efficace quando, in «Brancati e la dittatura» (apparso su «La Sicilia del Popolo» nel dicembre 1948) descrive il tema della dittatura nell'opera di Brancati come «una frase musicale che nasce stupida e sconclusionata, un buffo e stridente accostamento di suoni; e man mano va assumendo più tragico stridore, più angoscioso volume; e si moltiplica in echi gelidi; e ricade in specchi di paura- per finalmente tornare a frantumarsi e ricomporsi nella stupidità da cui nasce.». Ma ciò che più suscita l'ammirazione di Sciascia è l'avversione di Brancati a qualsiasi sistema totalitario, indipendentemente dalla matrice ideologica, e la ripulsa della «dittatura» in qualunque forma si manifesti. Favole della dittatura sarà, significativamente, il titolo di un'opera giovanile di Sciascia, una raccolta di apologhi in cui, con sottili e brevi allegorie, vengono denunciati gli istinti brutali di sopraffazione su cui ogni totalitarismo si regge.
Interverranno all'incontro in qualità di relatori:
Domenico Scarpa, italianista e consulente letterario-editoriale del Centro studi Primo Levi di Torino, traduttore, docente di lettura creativa, membro del Collegio di Direzione della rivista Todomodo, ha pubblicato, tra l'altro, «Italo Calvino» (1999), «Storie avventurose di libri necessari» (2010); «Natalia Ginzburg. Pour un portrait de la tribu» (2010); «Uno. Doppio ritratto di Franco Lucentini» (2011). Ha inoltre collaborato a «L'atlante storico della letteratura italiana» (2012) diretto da Pedullà e Luzzatto.
Matteo Marchesini, poeta, narratore e saggista, ha pubblicato, tra l'altro, la raccolta di versi «Marcia nuziale» (2009), le satire di «Bologna in corsivo. Una città fatta a pezzi» (2010), il romanzo «Atti mancati» (2013), il saggio «Da Pascoli a Busi. Letterati e letteratura in Italia» (2014). Collabora inoltre con la pagine bolognesi de Il Corriere della sera, Il Foglio, Il Sole 24 Ore, e con Radio Radicale.
Modera l'incontro Valdo Spini, già deputato, sottosegretario agli Interni e agli Esteri, Ministro dell'Ambiente, professore universitario alla Facoltà di Scienze Politiche di Firenze, attualmente presidente della Fondazione Circolo Fratelli Rosselli, dell'Associazione Istituti di Cultura Italiana (AICI), e del Coordinamento riviste italiane di cultura (CRIC).
COME ARRIVARE ALLA BIBLIOTECA: http://www.comune.sesto-

