Aneddoti

Aprile 18, 2012 8550
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1.  «Volevo diventare il direttore editoriale. Livio (Livio Garzanti, NdC) mi mise a fare l'Enciclopedia. Finii dallo psicanalista». Nel 1970 sorprende in una stanza deserta Leonardo Sciascia intento a scrivere la voce Pirandello. «Il commento di Garzanti, dopo, leggendola: «Sarà anche un grande scrittore, ma come redattore è un cane...». Un giorno genio, l’indomani imbecille: fatale il destino degli autori garzantiani”

in  Simonetta Fiori, Lunghe guerre e libri altrui di Piero Gelli, La Repubblica, 3 Agosto 1996, pag. 29 (Intervista a Piero Gelli).

 

2. “I miei esordi di scrittore e autore cinematografico risalgono ai miei vent’anni. E, guarda un po’, diedero vita a un testo letterario, i racconti de La polvere sull’erba, titolo dato da Leonardo Sciascia che mi stampò (NdC: ??), felice che un giovanissimo «togliesse polvere» appunto dall’erba padana sempre verde, e a un piccolo film, Padania, che aveva la sceneggiatura di Cesare Zavattini.”

 in Bevilacqua, Alberto, Padania, Il destino di congiungere le genti, Corriere della Sera, 20 Agosto 1996, pag. 25

 

 

3. “... Negli ultimi mesi che hanno preceduto la sua morte ( NdC: si allude alla morte del biologo molecolare, Premio Nobel per la Medicina, Jacques Monod) aveva scoperto Leonardo Sciascia. Me ne parlava con trasporto e ammirazione. Amava la Sicilia e amava quel pizzico, o più di un pizzico, di cinismo che  riconosceva in Sciascia e negli italiani in genere... [ omissis]...  Nell’ultima estate della sua vita, nel 1975, era ritornato ancora in Sicilia. Il suo amore estivo per le coste del sud d’Italia e quello di sempre per la giustizia e l’onestà lo rendevano particolarmente ricettivo al messaggio di un Danilo Dolci, di uno Sciascia.”

in Piattelli Palmarini, Massimo, 6. Jacques Monod e il disincanto della ragione, in "S come Cultura", Saggi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1987, pag. 59

 

 

4. “... Sciascia solleva il mattone della nascente fisica nucleare e ci scopre sotto i vermi delle gelosie accademiche, dei concorsi a cattedra e delle raccomandazioni influenti. Un gruppo di ricercatori geniali, attorniato dal buio della dittatura e dai presagi della guerra, è in contatto diretto con il mondo, in quanto lavora sulla struttura del nucleo, ma vede il proprio slancio teorico urtare contro la provincialissima realtà locale. Nel suo thriller (NdC: La scomparsa di Majorana) Sciascia inquadra le lavagne, i regoli calcolatori e i frusti apparecchi di Via Panisperna contro uno sfondo tellurico, la fine termonucleare, e contro uno sfondo nostrano, un po’ becero, di prebende universitarie. [... omissis...]. I ragazzi di via Panisperna, Fermi, Rasetti, Majorana, nella ricostruzione ad un tempo totalmente fantasiosa e totalmente realistica di Sciascia, sono grandi proprio perché sono come sono. Gli scienziati nella vita sono così. Un curioso miscuglio di timidezza e di sicumera, di idealismo e di grettezza, di genio e di basso mestiere.”

in Piattelli Palmarini, Massimo, 3. Quando il romanzo «parla» la scienza, ibidem, pag. 96

 

 

5.   [ Lettore :Lettera firmata (Palermo)]:

   “... Ma in quell'articolo (NdC: si allude ad un precedente articolo, sul Corriere della Sera, di Indro Montanelli sull'hotel Des Palmes di Palermo e di un incontro tra Montanelli e Calogero Vizzini, Don Calò,) mi è parso di cogliere anche una certa simpatia per Don Calò. Naturalmente lei su questo punto smentirà. Ma di questa simpatia, io avevo già saputo qualcosa da Leonardo Sciascia. Sciascia parlava, come lei certamente ricorda, col contagocce. Ma un giorno mi raccontò che lei gli aveva detto: «Non credi, Leonardo, che se lo Stato italiano, invece di combatterla, si fosse alleato con la vecchia mafia di Don Calò, che in fondo era una garanzia di ordine, e sia pure di un ordine arcaico e sommario, avrebbe impedito l'insorgere di quella nuova, che è soltanto crimine, e dei peggiori?»

     [Montanelli, in risposta]:

Esatti alla virgola, caro amico.”

in Montanelli, Indro, L'idea di Sciascia - Alleanza con don Calò, "La stanza di Montanelli", Corriere della Sera, Ottobre 1995.

NdC: Montanelli è ritornato, sempre sul Corriere della Sera, il 27 Agosto 1996 sullo stesso argomento in risposta ad un altro lettore, per confermare le affermazioni di Sciascia: "Ricordo che lo dissi al mio grande amico Leonardo Sciascia.Mi rispose: «Perché non lo scrivi? Tu che non sei siciliano,puoi farlo. Se lo faccio io, mi accusano di essere al soldo di Don Calò ».

 

 

6.   “..Eppure in questo mondo così laico si avvertono sempre più aperture di esigenze spirituali. Si torna a parlare e a scrivere di anima... (omissis)... E forse di questi santi ne conosciamo qualcuno anche noi... (omissis)... Ne ho conosciuto uno così anch’io. Era Leonardo Sciascia, integro e senza rancori, pronto a rischiare tutto per l’idea di verità (o la sua idea di verità), fedele di un’unica religione, quella della giustizia. Che dunque visse e morì da laico, ma affascinato dalla fede di Pascal, per cui tutto è rischio. Anche Dio.”

in La Spina, Silvana, "eppure in questo mondo di santi ce ne sono", Io donna (Magazine Corriere della Sera), 30 novembre 1996, n.37, p. 5

 

 

7.   “ Il rapporto più tenero i Nonino lhanno avuto con Sciascia. La giuria decide di premiare lo scrittore nell83. Detto fatto: da una trattoria milanese Giannola telefona in Sicilia che è quasi mezzanotte. Parla impetuosa come sempre, il povero Sciascia emette monosillabi e rare domande essenziali («Dovè Percoto? Che razza di premio è?»); alla fine è travolto. Diventa amico. Manda da Racalmuto tonno e agnellini di marzapane. Alle tre bellissime figliole di Benito e Giannola - Cristina, Antonella, Elisabetta - insegna a fare la pasta con gli sgombri. Una volta doveva fermarsi da loro due giorni: resta due mesi scrivendo Il Cavaliere e la Morte. ”

in " La carica dei Nonino da Sciascia a Brook ", (articolo di Claudio Altarocca), La Stampa, 30 novembre 1996.

 

 

8 . Neppure l’illuminista Sciascia credeva nella jettatura. Confidava però di avere avvertito una scossa di gelo lungo la schiena, una volta che Mario Praz gli aveva fatto da cicerone a Castel Sant’Angelo. Erano arrivati davanti a un gradino sberciato da una piccola mezzaluna. «Un morso feroce di Cellini», aveva spiegato l’anglista. Puntando il dito. E serrando i denti. Il rito si ripeteva a Catania, all’incrocio tra Via Etnea e Via Pacini. Ogniqualvolta Sciascia vi capitasse. Era l’angolo di Brancati. E Sciascia, arrivato a quell’angolo, si ricordava di una storia che gli avevano raccontato; e che amava rinarrare. Vitaliano Brancati

in Nigro, Salvatore “Jettatori di chiara fama”, Il Sole 24 Ore Domenica, 23 Marzo 1997, pag. 21

 

 

9.   (Parma) Era una autentica calamita culturale. La casa editrice Guanda raccoglieva per esempio intorno a sé grandi scrittori. Come Leonardo Sciascia che non dissuase i miei primi tentativi letterari”.

in “Quell’avvocato per forza col «pallino» del cosmo”, (intervista a Alberto Bevilacqua), Corriere Lavoro, supplemento al Corriere della Sera, Anno 4 n° 24, 27 Giugno 1997, pag. 13

 

 

10. E mi è arrivato ‘Diceria’. Mi piacque moltissimo. Un libro di rottura, allora, controcorrente. Non  eravamo abbastanza noti per imporlo. Lo tenni un po’ in sospeso, il tempo necessario a far rassodare la ‘Memoria’. La prima copia la portai di corsa a Sciascia che partiva col vagone letto per Roma, era  deputato, chiedendogli di leggerlo. Ero spaventatissima: era il nostro primo azzardo. E mi ricordo che l’indomani mattina Sciascia è arrivato a Roma e mi ha telefonato, dicendomi: ‘È bellissimo’ . Sciascia, engagè per eccellenza, era destinato a diventare il suo più grande amico. L’impegno di  Leonardo - rammenta Elvira Sellerio - era in ogni parola che scriveva. Le sue cose s’avveravano così di frequente che è scomodo ricordarlo. Si dimentica Bufalino per la distrazione che ci perseguita, sopraffatti da notizie che ci tolgono il tempo di pensare e ricordare. ”

in “Bufalino, Sciascia e le cere disfatte di Elvira Sellerio. Una Sicilia dimenticata”, (intervista ad Elvira Sellerio), in Il Foglio, Anno 2 n° 127, 1  Luglio 1997, pag. 2

 

 

11. “ Come avvenne che lei, editore meridionale per eccellenza, si lasciò scappare un altro grande uomo del Sud come Leonardo Sciascia? «Avevo edito “Le parrocchie di Regalpetra”, la prima opera saggistica di Sciascia. Mi aveva promesso di darmi tutto quello che non era fiction. E poi invece si è allontanato. Non ho certezze in merito, ma un sospetto sì. Nonostante il suo carattere apparentemente timido e schivo, a Sciascia piaceva molto essere corteggiato. Per esempio credo che abbia abbandonato il Pci e aderito ai radicali solo perché Marco Pannella prese laereo e andò a omaggiarlo. Io non lho mai fatto e me ne pento»

in Il giorno che Sciascia tradì (Protagonisti/ Laterza racconta Laterza); Intervista  di Mirella Serri a Vito Laterza, L'Espresso, 24 luglio 1997, pag. 82

 

 

12.  «Nel 1956 Leonardo Sciascia venne a Bari a tenere una conferenza. Aveva pubblicato su Nuovi Argomenti un racconto sul suo paese, Racalmuto. Un ritratto dambiente. Ci accordammo perché ne ricavasse un libro. Si chiamò Le parrocchie di Regalpetra. Ebbe una buona accoglienza. Eravamo daccordo che, in avvenire, Sciascia ci avrebbe dato tutti i libri di argomento saggistico. In realtà non se ne fece nulla, benchè conservassimo rapporti di grande cordialità. Luomo era schivo, modesto, ombroso. Io non sono mai andato a trovarlo a Palermo. Forse non feci abbastanza per vincere la chiusura del suo carattere».

in  Quegli insulti a don Benedetto in casa Laterza: Intervista di Nello Ajello a Vito Laterza, La Repubblica, 8 agosto 1997, pag. 31

 

 

13. “ L’incontro tra Sellerio (Enzo, NdC) e l’autore di Todo Modo avvenne grazie proprio alla fotografia. Sellerio aveva il compito di fotografare alcuni luoghi della Sicilia che Sciascia aveva descritto. Si sviluppò così, con la naturalezza delle affinità, una salda amicizia che sfociò con la nascita della casa editrice.”

in Colin, Gianluigi, Sellerio, le immagini della memoria (recensione al volume di Enzo Sellerio “Fotografo in Sicilia”), Corriere della Sera, 14 Luglio 1997, pag. 31

 

 

14.  Vincenzo (Consolo, Ndc) racconta di Leonardo Sciascia, delle sue passeggiate con lui qui a Parigi, su queste strade, su questi fastosi orizzonti. Sottovoce si commuove della loro amicizia, delle molte attenzioni che  Leonardo aveva per lui e per Caterina. E specialmente quando Caterina fu travolta dal ciclone politico degli anni Settanta e conobbe l’angoscia di essere inquisita, isolata, indicibilmente  smarrita...

      (omissis)

Racconta Consolo con quanto gusto Sciascia mangiasse, «quando veniva a Milano», i piatti preparati da Caterina. E quali cocciutamente sempre chiedeva. E i commenti smozzicati di Leonardo, la sua astuta ironia, il muto rimuginare che ne preparava l’espressione. E di quella lontana volta che accompagnò Vincenzo nell’ufficio di un funzionario della RAI perché gli fosse riconosciuto non so quale diritto. Ma trattò il «pezzo grosso» con sottile, evidente disprezzo, sicchè l’uomo subito si raggelò e  mai fu centrato l’obiettivo per cui c’erano andati. «Anche noi si era abbastanza amici» dico (è Michele Perriera che parla, Ndc) «fino alla pubblicazione del suo Il contesto. Lui era stato sempre molto gentile con me, fin da quando (forse nel 1960) gli portai a Caltanissetta alcuni miei racconti per la rivista ‘Galleria’. Ricordo vagamente quel suo studio molto scuro e la sua guardinga amabilità. Poi mi arrivò a casa il suo bigliettino con giudizio. Qualche anno dopo, sempre a Caltanissetta (quando io vi insegnavo all’Istituto Agrario e lui non si era ancora trasferito a Palermo) nell’inverno del 1965 ci si vedeva quasi tutti i pomeriggi nella piccola e un po’ mitica libreria dell’editore Sciascia. Erano sempre occasioni piacevoli. Molti anni più tardi, forse proprio il ciclone degli anni Settanta ci divise per sempre. Le differenze suscitarono incomprensioni e diffidenze. Ora me ne dispiace ».

in Perriera, Michele, Con quelle idee da canguro, Sellerio Editore Palermo, La diagonale 95, 1997, pp. 298-299

 

 

15.  « ..[...]..Ma forse, tra tutti gli scrittori, quello a cui sono più legato è Sciascia. Nell’83 realizzai per la RAI un programma sugli scrittori siciliani e il cinema. Restammo amici. Quando uscì Nuovo Cinema Paradiso, nell’88, Sciascia era a Milano, malato. Chiese di vederlo: volle una proiezione di mattina, dove si potesse fumare. Scrisse un pezzo molto bello sul mio film, in cui si sentiva l’amore che aveva sempre avuto per il cinema ».

       Vorrebbe girare un film da un libro di Sciascia?

      «Ho pensato qualche volta al suo libro più bello, Il consiglio d’Egitto. Ma ora mi piacerebbe raccontare la sua vita, in un modo non canonico, un po’ fiction, un po’ con documentari di repertorio, un po’ inchiesta: credo che attraverso la vicenda di questo insegnante di provincia che diventa uno degli scrittori più importanti del nostro tempo verrebbe fuori la risposta a un quesito che mi appassiona. Com’è successo che siamo diventati quello che siamo oggi? Insomma, che cos’è accaduto al nostro Paese in questi cinquant’anni? »

in Polese, Ranieri, Tornatore e Baricco, la nave del Novecento (Parla il regista che sta girando un film ispirato al monologo teatrale dello scrittore: la storia di un pianista vissuto sempre in mare che è metafora del nostro secolo), Corriere della Sera, 13 novembre 1997.

 

 

16. « ARIAS. C’è chi si domanda perché nel tuo Dizionario filosofico tu non nomini mai Leonardo Sciascia, con cui sei stato legato da profonda amicizia.

SAVATER. È vero, ma si tratta di un dizionario non onnicomprensivo ma episodico, di questo  momento della mia vita. Non mi è sembrato il caso, in questo dizionario, di parlare di tutta la mia  vita intellettuale. Anche se negli anni ho scritto tante cose su Sciascia.

ARIAS. Vuoi ricordare qui chi è stato Sciascia per te, per la tua vita intellettuale? 

SAVATER. Sono due le persone che hanno preso l’iniziativa di interpellarmi direttamente, ancor prima che io le avessi in qualche modo contattate, per dirmi che mi leggevano con interesse. Una è Octavio Paz, dal quale ricevetti una lettera quando avevo vent’anni, dove mi diceva che gli piacevano le mie cose. A quei tempi, Paz per me era una specie di dio. La seconda fu Sciascia, a cui era piaciuto il mio tentativo di fare un’etica in contatto con la realtà che esigesse tuttavia una certa ambizione di princìpi. Di Sciascia mi piacevano tutti gli ingredienti della sua personalità, nella quale mi sembrava in parte di rispecchiarmi perchè Sciascia era un pensatore, un narratore e un umorista. Tra le sue opere preferisco certi libretti, come quello dove parla dell’Hotel delle Palme di Palermo e la ricostruzione che vi fa della camera dove morì Raymond Roussel. Mi piacciono quei testi per metà antropologici, per metà di giornalismo storico, e inoltre la sua forte ironia. Poi, sapere che aveva vissuto la difficoltà di capire una circostanza come la mafia, profondamente integrata nel territorio siciliano, la quale non stritola la società restandone fuori, ma tiene i suoi forti tentacoli ben avvinghiati dentro. Personalmente, per la situazione stessa del Paese Basco, mi interessava molto la condizione di Sciascia, perché non è la stessa cosa un signore che arriva da fuori e ti mette una bomba, e un altro che in qualche modo vede la sua società incanaglirsi per via di quella penetrazione della mafia.

ARIAS. Ricordo una delle ultime volte che l’incontrai a Palermo, in casa sua, ormai molto malato. Mi confidò: « Se fossi più giovane e più in forze lascerei la Sicilia. Perché ho il terrore di scendere in strada e stringere la mano a un pezzo da novanta, perché oggi quei personaggi sono anonimi. Almeno una volta sapevi a chi stringevi la mano, oggi non più ». Lo diceva con grande amarezza. Molti pensano che in Italia si senta mancare la sua presenza, la sua voce critica che non aveva mai  smesso di denunciare, che aveva osato persino denunciare coloro che lui chiamava i « professionisti dell’antimafia » ... [...]...

in Fernando Savater dialoga con Juan Arias, La ragione appassionata, a cura di Hado Lyria, Frassinelli, 1996, pp. 147-149.

 

 

17. Caro Leonardo Sciascia, quando eravamo molto giovani, con una gran voglia di libri formativi, e poi più tardi, con un certo gusto per le nostalgie bibliografiche di quegli anni sperduti, abbiamo ugualmente amato un volumetto molto illuminante, messo assieme dai curatori ma indubbiamente ‘libro’ anche se nasceva da ‘articoli’: India Messico Cina di Carlo Cattaneo, nella collezione ‘Corona’ di Bompiani. E l’incomparabile Lombardia antica e moderna, dello stesso Cattaneo, nella collanina (ugualmente universale daltri tempi) ‘La Meridiana’ di Sansoni. « C’è già tutto » dicevano i nostri piccoli maestri. È troppo tardi, adesso, dopo la Cina e l’India e il Messico, passare anche in Sicilia? (Con un grande rimpianto affettuoso e postumo per quegli occhietti vivissimi che ammiccavano ironici e magari divertiti a colazione tra pochi amici, quando mi facevate raccontare delle memorie o delle sciocchezze..) ”.

in Arbasino, Alberto, Passaggio in Sicilia, articolo comparso nel 1995 su La Repubblica e poi ristampato in Passeggiando tra i draghi addormentati, Adelphi, 1997, pag. 178

 

 

18. Del giro era anche Leonardo Sciascia, con il quale Lino trascorreva le serate discorrendo della guerra di Spagna, della criminalità organizzata e della ventresca di tonno”.

in Feltri, Mattia, Jannuzzi, settantanni di finzioni e avventure, una biografia semiautorizzata, ne Il Foglio, 31 luglio 1999, quarta puntata.

 

 

19.  ... (omissis)... quando si presentò lopportunità di chiudere Tempo illustrato in una situazione di bilancio sanissima, in pochi si opposero e tra essi cera Lino. Il quale, fra laltro aveva pianificato una serie di escursioni in Spagna con Leonardo Sciascia. I due condividevano la passione per la Guerra civile spagnola e intendevano riviverla raggiungendo i luoghi simbolo di quel conflitto. Andarono a Toledo dove ci fu il lungo assedio dellAlcazar, e dove Francisco Franco fu tra i pochi superstiti; andarono nella Sierra di Guadarrama, dominata dai repubblicani e raccontata anche da Ernest Hemingway; andarono a Guadalajara, dove i volontari del battaglione Garibaldi incrociarono le armi con il corpo di truppe volontarie di Benito Mussolini; andarono a Belchite, nei dintorni di Saragozza, dove i repubblicani ebbero una straordinaria controffensiva; andarono a Santander, la città conquistata dai fascisti italiani; andarono a Madrid, a bere gin and tonic al Cicote, il caffè che fu di Hemingway e dei repubblicani. Girarono Barcellona e tutta la Catalogna con George Orwell in tasca. A volte cerano anche Giacomo Mancini e Pietro Nenni, il quale si abbandonava ai ricordi di quando aveva combattuto in Spagna ed era in contatto coi comunisti di mezza Europa e pure con Palmiro Togliatti, allora in Spagna come rappresentante del Comintern. Di quei viaggi il più entusiasta era Sciascia.

Jannuzzi  « Discutevamo su che cosa era stato e poteva essere lantifascismo, e la guerra di Spagna era quanto di più emblematico e avvincente ci fosse ....(omissis)....  Così Sciascia smitizzò il sacrificio dei comunisti in Spagna, e oggi lo si fa con disinvoltura, ma allora era bestemmia.. (omissis)...». Francisco Franco sarebbe morto pochi mesi dopo, e Lino partecipò in Spagna al congresso del partito socialista clandestino; andò con Mancini, Nenni e Sciascia, e parlò a lungo con Felipe Gonzales.  (omissis) ... .

A casa di Lino Jannuzzi ci sono appese le sue foto con Leonardo Sciascia. « Lino, razionalizzami...». Sciascia chiedeva sempre a Lino di razionalizzargli i fatti...(omissis)... Fu una grande amicizia, quella con Sciascia. Lino ne conserva ricordi, lettere, articoli, la prefazione di Leonardo al suo libro su don Masino Buscetta. Conserva limmagine di Sciascia morente, cinereo, ansante, infermo. Impegnato a raccogliere le poche energie rimastegli per motivare la sua pessima opinione dellintelligenza di Leoluca Orlando”.

in Feltri, Mattia (a cura di), Jannuzzi, settantanni di finzioni e avventure, una biografia semiautorizzata, ottava ed ultima puntata, Il Foglio, 28 agosto 1999.

 

 

20. “ MARIA ANTONIETTA MACCIOCCHI: ... (omissis).... S’arrabbiò quando incontrò a Strasburgo Leonardo Sciascia perché comunque, era solo un maestro di scuola”.”

in Buttafuoco, Pietrangelo (a cura di), Madamine, il catalogo è questo, Il Foglio, 1 aprile 2000

 

 

21.  “Non si possono ritrarre le idee, ma gli esseri umani sì. È difficile ritrarre la stupidità, ma Sciascia diceva che per averne un'idea sufficientemente precisa basta guardare il ritratto di Eisenhower fatto da Avedon.”

in Del Drago, Elena (intervista a Ferdinando Scianna), Un italiano nella Magnum. Incontro con Ferdinando Scianna, reporter in mostra al Palaexpò per Testimoni e visionari, il manifesto, 7 aprile 2000, pag. 15

 

 

22. Quando dopo la morte di Franco, Montalbán cominciò a visitare lItalia, e a farvisi conoscere, ebbi occasione di accompagnarlo - insieme al grande fotografo Ferdinando Scianna - nella casa palermitana di Leonardo Sciascia. Leonardo, ormai molto malato, lo accolse con grande affetto e guizzi di felicità negli occhi dolenti. Fu anche grazie a Sciascia che ebbi quindi occasione di tradurre « Il pianista », il libro di Manolo che maggiormente parla di quegli stessi quartieri da noi scandagliati in gioventù e dove Montalbán, ormai trasferitosi a Vallvidrera come il suo detective Carvalho, non abitava già da anni”.

in Lyria, Hado, Manolo comera, Torinosette - supplemento a La Stampa, n° 767, 16-22 gennaio 2004, pag. 43

 

 

23. “Per evidenti ragioni di sicurezza, evitavo di comunicare il nome dellestratto, rivelando solo il numero del cartellino sulla scheda estratta dallurna. Questo era il sistema (adottato in commistione fra la legge e la mia doverosa attenta prudenza) sul quale aveva manifestato curiosità Leonardo Sciascia nella prefazione al libro-diario della Aglietta, che in questi giorni ho ripreso in mano, ripercorrendo quei tempi di memoria... (omissis)... Quando fu reso noto il suo nome fra i convocati, un mio collega, che era stato suo compagno di liceo, mi telefonò per chiedermi come avevo fatto ad estrarla (era la stessa curiosità di Sciascia?) e sui giornali apparvero le prime roboanti e farisaiche dichiarazioni degli altri segretari di partito che sbandieravano la loro ferma volontà di accettazione qualora fossero stati convocati per l'incarico.”

in Gasparrini, Sabrina  e Pagliano, Claudia (a cura di), Adelaide Aglietta - un impegno laico, un impegno attuale, atti del convegno Torino 20 maggio 2002, testimonianza di Guido Barbaro, Presidente della Corte al Processo alle BR del 1978, pp. 25-26

 

 

24. Penso ad esempio a quello che divenne lappello Sciascia per lunità dei Verdi in Italia. In realtà lo possiamo definire lappello Adelaide Aglietta, perché Leonardo Sciascia, nellultima fase della sua vita, accettò consapevolmente di mettere la propria firma (era attentissimo a queste cose), ma il testo, (a più mani, ci lavorò anche Alex, - [Langer, NdC] - qualcosa ci misi anchio), la struttura del testo è stata elaborata da Adelaide Aglietta... (omissis)... Ripeto, a futura memoria: lappello Sciascia per lunità dei Verdi ha come principale protagonista Adelaide Aglietta; è lei che mette insieme il testo e cerca uno per uno i firmatari di questo appello, è lei che, con umiltà, propone a Leonardo Sciascia di essere il primo firmatario e che chiede a qualche altro nome di essere protagonista di quellappello”.

in Gasparrini, Sabrina e Pagliano, Claudia (a cura di), Adelaide Aglietta - un impegno laico, un impegno attuale, atti del convegno Torino 20 maggio 2002, testimonianza di Marco Boato, Deputato dei Verdi, Presidente del Gruppo Misto, pag. 45

 

 

25. Nacque così, ad esempio, in una conversazione con Leonardo Sciascia, l'idea di un viaggio in Calabria alla ricerca di quella che poi diventò, in un diario un po' fantastico, la conclusione del « caso Majorana ».”

in Sorgi, Marcello, Un « biondino » in redazione, nota a L'Ora dei ricordi di Vittorio Nisticò, Sellerio Editore, Palermo, 2004, pag. 17

 

 

26. La firma di Leonardo Sciascia appare per la prima volta sulle colonne dell’«Ora» il 24 marzo ’55: una nota letteraria su un libro di Vittore Fiore: Ero nato sui mari del tonno. In quel momento Sciascia non era ancora noto in Italia (Le parrocchie di Regalpetra sarebbe uscito l’anno dopo). Per conoscerlo e concordare la collaborazione ero andato a trovarlo in una sua casetta di campagna nei pressi di Racalmuto, in compagnia di un comune amico, Gino Cortese, deputato comunista al parlamento siciliano. Era l’inizio di un rapporto che sarebbe durato fino alla sua morte, con alcune centinaia di articoli pubblicati sull’«Ora» nel corso degli anni. Il caso volle che, come il suo esordio giornalistico, anche la sua ultima riflessione pubblica fosse per «L’Ora». La dettò con voce sofferente dal letto alla figlia appena qualche giorno prima di cedere per sempre al suo male. Si trattava della prefazione, concordata da tempo, a un volumetto edito dal giornale con la riproduzione degli articoli che il suo amato G.A. Borgese vi aveva pubblicato agli inizi del secolo. Insomma, una parabola di reciproca fedeltà nel segno del destino. Pochi mesi dopo Sciascia, iniziava la collaborazione anche Danilo Dolci, intellettuale-apostolo radicalmente diverso da Leonardo, che da illuminista siciliano e antipopulista per vocazione qual era, non ne sopportava né la «filosofia» né la predicazione e i metodi di lotta che trovava del tutto estranei alla Sicilia. Inoltre per quanto Sciascia era sobrio e riservato, quasi timoroso di infastidire, Dolci era di un attivismo spesso ingombrante, e non solo per le notevoli dimensioni del suo fisico.

...(omissis)...

A differenza di Dolci, rimasto, nonostante i molti articoli pubblicati, un collaboratore esterno, senza alcun contatto con la vita della redazione, Sciascia era per tutti noi - da me al cronista più giovane - uno di casa: sempre pronto ad intervenire anche nella cronaca diretta o nel fuoco delle polemiche, con le sue riflessioni stringenti e in più di un caso con le sue ire, e sempre con un rispetto puntiglioso della puntualità. Insomma, facendo alto giornalismo. E questo me lo rendeva, ce lo rendeva, particolarmente vicino. « Quando il  giornale gli chiedeva un articolo, una nota, un commento - ricorderà Mario Farinella - pur nelle fitte giornate del suo lavoro e dei suoi molteplici impegni, non mancava mai all’appuntamento. Veniva lui stesso, arrivava in redazione quasi di  soppiatto e come preoccupato di mostrarsi il meno possibile, di rimpicciolire la sua presenza. Lentamente estraeva dalla tasca il foglio piegato in quattro. Non so se va bene, vedete voi”: era la sua formula d’uso. Grazie, Nanà”, gli dicevamo. Nessuno o pochissimi lo chiamavano così. Era il diminutivo del suo nome, da ragazzo ». Quando cominciò a scrivere per «L’Ora», negli uffici e negli ambienti prevalentemente sotto controllo democristiano, nei confronti del giornale spirava ancora un’aria di ostracismo. Ma lui non ebbe e non avrebbe mai avuto esitazioni. «L’Ora” sarà, magari un giornale comunista ma è certo che mi dà da esprimere quello che penso con una libertà che difficilmente troverei in altri giornali italiani»: è la risposta che darà, nel '65, dalle colonne stesse del nostro giornale all’attacco di un giornalista autorevole dell’«Avanti!». E aggiungeva: « In quanto al mio essere di sinistra, indubbiamente lo sono: e senza sfumature».

in Nisticò, Vittorio, L’Ora dei ricordi, Sellerio Editore, Palermo, pp. 50-53

 

 

27. ... (omissis)... ai siciliani di scoglio, incapaci di distacchi definitivi, come tanti che ho conosciuto e amato: Farinella, Sciascia, Perriera, Giuliana Saladino, Lillo Roxas, Costa e Cimino o lo stesso Vincenzo Consolo, emigrante mai rassegnato, tutta gente di terraferma natia ma con un grande amore per il mondo”.

in Nisticò, Vittorio, ibidem, pag. 109

 

 

28. Sì, all«Ora» ci sentivamo davvero tanti, in quegli anni 70, mentre il nostro «laboratorio» continuava a produrre giornalismo e cultura, ancora giornalismo e analisi e stimoli politici. Sciascia, che nel frattempo si era affacciato con successo sulla ribalta europea catapultatovi dalle lodi di Parigi e della critica francese, restava pur sempre un pilastro centrale della nostra attività complessiva, e anche un leader morale.

in Nisticò, Vittorio, ibidem, pag. 139

 

 

29. Nei primi mesi del 75 Consolo si trasferì per un po di tempo a Palermo; glielo avevo chiesto perché ci desse una mano in vista delle importanti elezioni amministrative di giugno e di un evento che ci interessava direttamente: la candidatura di Leonardo Sciascia al consiglio comunale di Palermo.

in Nisticò, Vittorio, ibidem, pag. 147

 

 

30. "Più o meno negli stessi giorni in cui il giornale pubblicava un disegno di Caruso << Caduta di un pilastro>> raffigurante la fine politica di Ciancimino: prima delle sentenze giudiziarie, lo aveva travolto, con le elezioni di giugno, la campagna delle sinistre - <<L'Ora>> e Sciascia in testa - contro il malgoverno.

...(omissis).... Il momento culminante, e con una forte carica simbolica, fu l'elezione di Sciascia al nuovo consiglio comunale, nelle amministrative di giugno. Ma Sciascia voleva dire anche giornale <<L'Ora>>, e <<L'Ora>> ce l'aveva messa tutta. Il << buongoverno>> era un termine, una rivendicazione cruciale che scorreva da anni nei suoi titoli. Fu quello il momento  in cui il rapporto tra Sciascia e il PCI attraversò una fase particolarmente favorevole, e questo anche grazie al dinamismo politico di Achille Occhetto, da pochi anni alla guida dei comunisti siciliani. Si era stabilito anche un felice clima di stima e simpatia reciproca tra il grande scrittore ed Enrico Berlinguer. Si erano conosciuti, nel '71, una sera a casa mia, in Via Siracusa a Palermo. Non si erano mai incontrati . Berlinguer vi era arrivato da poco, e mi accorsi che era anche emotivamente interessato a quell'incontro. Poi salì a casa Leonardo. Fece il breve tratto dall'ascensore  alla stanza studio, ove lo si stava aspettando, a brevi passi con fatica, appoggiato al mio braccio. Mi disse di essere venuto sebbene febbricitante, e infatti aveva un viso che mostrava sofferenza. Ma soprattutto era emozionato. Berlinguer lo accolse in piedi con uno dei sorrisi malinconici e dolci che, a conoscerli, ti si stampavano dentro. Poi ci sedemmo - oltre ad Achille Occhetto, c'erano anche la sua compagna Kadigia e Angela Fais-, con nell'aria un senso di attesa. Ma l'evento che si attendeva, una distesa conversazione tra i due, non ci fu. Poche le parole dei due, fu invece eloquente il silenzio: due timidezze che si guardavano tra loro, forse a modo loro pure conversavano, ma comunque con evidente  simpatia e,quasi, candore.

Quando sopraggiunse l'ultimo dei pochi convitati, reduce da un comizio, Leonardo scusandosi per lo stato di salute se ne era già andato. <<Come è andata?>>, chiese un po' scettico l'ospite. << Molto bene>>, rispose Berlinguer pronto, soddisfatto."

 in Nisticò,Vittorio, ibidem, pag 152-154

 

 

31. “ Jole conobbe la Sicilia guardandola dalla sporgenza di un osservatorio tuttaltro che «naturale» ma colto, ben ordinato, armonico ossia la sua toscanità senese. In quell’occasione, la nascita di un premio/antipremio (il Brancati Zafferana) persone disparate vennero a comporre nel paesino dell’Etna una complessa architettura di intenti: Franco Antonicelli e Rafael Alberti, Moravia e il pittore Corrado Cagli. E Pound che si guardava un poco intorno sbigottito. Il poeta di Messina Nino Crimi. Vi erano con noi Pasolini, Sciascia. E poi quella figura che ha traversato la vita a molti letterati e artisti, quel letterato misterioso che non ha mai scritto un rigo; Montale lo definì una intelligenza fulminata, come una lampadina, per eccesso di corrente: Ennio Lauricella. La Sicilia etnea ondeggiava e fumigava intorno a tutto questo. Si parlò, si urlò molto. Si premiò Elsa Morante anche con il voto di Jole. Sciascia si era opposto e si dimise. Jole rimase. Il libro le piaceva, quali che fossero le attinenze anagrafiche dell’autrice con il presidente della giuria. .................... (omissis).................... Nella sua casina di Monte San Savino si divertiva immensamente a raccogliere prima dell’alba gli aculei che un’istrice notturna frequentatrice di giardini campestri le lasciava come garbata e pungente traccia del suo passaggio. .................... (omissis) .................... Per via di quell’istrice e di quei cinghiali avendo trovato da un bouquiniste di Parigi un curioso antico libretto Il perfetto cacciatore di talpe con deliziosi disegnini e grafici settecenteschi, l’acquistai per fargliene dono. Troppo tardi. Jole morì poco dopo quel mio rientro da Parigi. Allora lo dirottai ad altri che secondo me avrebbe saputo apprezzarne l’involontaria «drolerie». E tristemente dovetti subire in questo un altro smacco, per cui quel libro perde in me ogni aura di allegria. Lo avevo inviato a Leonardo Sciascia. A novembre di quel bruttissimo ’89 - in cui persi anche mia madre - quando mi presentai nella casa di Palermo a rendere omaggio alla sua salma, il manuale del ‘cacciatore di talpe’ era in cima alla pila che Leonardo non aveva finito di leggere.

in  Ronsisvalle, Vanni, Lo scrittore americano...., in  Jole Tognelli, Galleria, Salvatore Sciascia editore, Caltanissetta, Fasc. 2, maggio-agosto 1991, pp. 197-199

 

 

32. “ «Qui in Sicilia le avranno parlato dei silenzi di Sciascia. Per me, Sciascia non era così. Me lo ricordo anzi grande conversatore. E anche quando taceva, i suoi silenzi non erano mai imbarazzanti. In Sicilia non tutto quello che appare è» . Era stato Leonardo Sciascia a definire la casa editrice di Elvira Giorgianni Sellerio e di suo marito Enzo «una farmacia di paese, un posto in cui ci si parla». «Ho conosciuto Sciascia alla fine degli anni Cinquanta - racconta lei - Stavo leggendo Il dottor  Zivago. Gliene parlai infervorata, gli chiesi un parere. Mi rispose che lui non leggeva mai i libri di cui scrivevano i giornali, che prima si lascia posare il turbine, poi si può dare un giudizio» .......... (omissis) .......... La casa editrice comincia nel 1969, con i 12 milioni della liquidazione. E con l’aiuto di Sciascia, che da quando si trasferisce a Palermo passa in casa editrice quasi ogni giorno; se non lo fa, si comunica attraverso biglietti affidati a un autista, perché il maestro di Racalamuto («maestro di scuola elementare, diceva lui») non risponde al telefono. «Ci siamo dati del lei sin quasi alla fine». Un giorno l’autista consegnò un pamphlet da centomila copie su quell’affare Moro che divise Sciascia dal PCI, da Berlinguer e da Guttuso. «Un altro giorno mostro a Leonardo Sciascia e a Enzo Siciliano un libro di fotografie, antiche crude immagini che un padrone aveva scattato ai suoi sottoposti, raccolte da un signore di sessant’anni, Gesualdo Bufalino. Dico: scommettiamo che questo signore ha un libro nel cassetto? I miei illustri ospiti non ci credono. Telefono a Bufalino, con loro attaccati alla cornetta. I libri nel cassetto sono due. Uno, spiega lui, è destinato all’oblio. L’altro era Diceria dell’untore » .......... (omissis) .......... «Non amo parlare di mafia. La mafia vista da lontano appare diversa da quella che è. Non dimentico che Sciascia, il primo grande scrittore a scrivere di mafia, a rompere l’omertà della letteratura, è morto sotto il peso di critiche per cose che non aveva mai detto, come quella dei professionisti dell’antimafia». Professionisti che magari esistono davvero, «perché non tutte le vittime sono state davvero tali in vita», il ricatto  non è sempre da una parte sola, e in Sicilia non tutto quello che appare è. Sarebbe già tanto vedere come andrà a finire”.

in  Cazzullo, Aldo, Incontri in Italia, intervista a Elvira Sellerio, Quella scommessa con Sciascia sui due libri segreti di Bufalino, Corriere della Sera, 8 agosto 2004, pag. 19

 

 

33.  A propormi di fare un libro sulla nascita di una mostra di Martini [Sandro Martini, FI] è Marcello Tabanelli, vecchio amico, vecchio complice. Lho conosciuto tanti anni fa, quando incominciava, forse con la prima mostra, di Félicien Rops, lattività della galleria del Mercante di Stampe, in Corso Venezia. Me laveva segnalato Leonardo Sciascia, che di Rops voleva comprare alcune acqueforti. Il virus delle incisioni me lo aveva attaccato proprio Sciascia.

in Scianna,Ferdinando, Il grande quadro, testo in catalogo mostra Installazioni Immaginarie di Sandro Martini presso Galleria Il Mercante di Stampe, Milano, 24 ottobre - 23 novembre 2002.

 

 

34. "Alcuni autori venivano in via Biancamano per consegnare personalmente il loro dattiloscritto. Ogni visita aveva un suo rituale, uno stile inconfondibile. Leonardo Sciascia arrivava da Palermo non più di una volta l’anno. Di solito Torino era la tappa intermedia di un viaggio verso Parigi, sua vera patria, per il sovrapporsi della città reale con quella letteraria: la capitale delle librerie antiquarie, dove trovare autori minori e minimi, soprattutto del Sette e dell’Ottocento, che per lui non avevano misteri. Ma gli piacevano anche certe città spagnole, Barcellona, Siviglia, Salamanca. Conosceva Cervantes bene come il Manzoni. La presenza spagnola in Sicilia aveva significato anche le atrocità dell’Inquisiizione, l’arbitrio, lo sfruttamento, i disboscamenti per costruire le navi dell’Invencible Armada. Eppure amava profondamente quella civiltà vitale e funerea, barocca e terragna.

Arrivava avvolto in uno di quei cappotti neri che credo si facciano soltanto in Sicilia. Cappotti autorevoli, quasi da cerimonia, che erano come una seconda pelle, e che dicevano il senso della misura, del decoro, della dignità e anche il rispetto che chi li indossava portava alla persona che si recava a visitare. Si sedeva, e gli compariva sulle labbra un sorriso imbarazzato, accompagnato da una sorta di gorgoglìo basso e continuo, con cui sembrava scusarsi preliminarmente delle pochissime parole che avrebbe detto. Che cosa dire, infatti? Sapevamo già quello che c’era da dirsi. Lui che era contento di pubblicare il suo libro da noi, che si attendeva un giusto impegno per farlo conoscere, ma niente di più. Non aveva richieste particolari, non voleva trattamenti di favore, non chiedeva pubblicità o iniziative speciali, come fanno ansiosamente un po’ tutti gli autori. Al massimo si parlava dell’illustrazione  da mettere sulla copertina del libro. Anche se le scelte grafiche della casa editrice venivano lodate come pertinenti ed eleganti, i desideri, anzi i suggerimenti di don Leonardo erano sempre graditi, perché significavano che lui aveva già risolto il problema. Aveva un infallibile gusto figurativo, ispirato dal trepido amore di chi sa come si salvano le cose di valore dalle discariche del Tempo. Si limitava a tirar fuori in silenzio dalla sua cartella prefettizia un’acquaforte, un disegno, la riproduzione di un quadro. I suoi libri erano dei parti rapidi e indolori.

Quanto a noi, avremmo voluto dirgli quanto i suoi libri ci emozionavano, ci nutrivano, ci allargavano la testa pur continuando a ritagliarsi un margine di insondabile mistero, assai simile ai suoi timidi ed enigmatici sorrisi. Ma sentivamo che gli apprezzamenti che si fanno a voce finiscono per  risultare generici e scontati. Come riuscire a dire il coinvolgimento che destava un romanzo amaro come Il giorno della civetta? O il divertimento settecentesco che procurava Il Consiglio d’Egitto, storia di un’impostura così siciliana, così italiana? Per fortuna c’era qualcuno che parlava per tutti. Parlava per iscritto, ed era Italo Calvino.

Negli anni cinquanta Calvino era quello che teneva i rapporti con gli autori vecchi e nuovi, più o meno suoi coetanei. Quando riceveva un manoscritto, era molto severo nelle sue valutazioni, come era severo con sé stesso. Le motivava accuratamente, nei dettagli, senza trascurare la parte costruttiva, propositiva: questo non va bene, questo elemento non lo hai sviluppato abbastanza, io lo svilupperei in questo modo. Anche Sciascia dovette passare sotto le forche caudine di Calvino: qui c’è troppo la cronaca degli avvenimenti storici e non abbastanza narrazione, il personaggio è un po’ macchiettistico, il racconto ha un sospetto di facilità.

Non so come Sciascia prendesse le critiche. Nel settembre del ’60 ricevette finalmente una lettera in cui di riserve non ce n’erano più. Diceva Calvino: ho letto Il giorno della civetta. Sai fare qualcosa che nessuno sa fare, in Italia: il racconto documentario su un problema, dando una compiuta informazione su questo problema con vivezza visiva, finezza letteraria, abilità, scrittura sorvegliatissima, gusto saggistico quel tanto che ci vuole e non più, colore locale quel tanto che ci vuole e non più, inquadramento storico e nazionale e di tutto il mondo che ti salva dal ristretto regionalismo e un polso morale che non viene mai meno. Si legge d’un fiato.

 Dal fondo della sua Sicilia, Sciascia vedeva le cose con una lucidità profetica che quasi spaventava. Se fosse vissuto in Inghilterra sarebbe diventato un grande detective. Il meccanismo stringente delle sue deduzioni si accompagnava a citazioni letterarie, molto spesso dai Promessi sposi, che davano all’argomentazione il sigillo amaro e sorridente della saggezza manzoniana. Le vicende degli anni di piombo sono già anticipate nei suoi libri, in particolare nel Contesto. Anche sull’affare Moro aveva preceduto tutti nella ricerca della verità.

Non capivamo subito e tutto. A lungo ci ostinammo a non vedere che il terrorismo affondava le sue radici nella sinistra estrema. Talvolta ci sembrava che don Leonardo, quando se ne andava da Torino dopo aver lasciato in silenzio i suoi manoscritti, si fosse abbandonato a chissà quale funebre, inverosimile fantasia. Ma aveva ragione lui. La sua libertà intellettuale, il suo combattere non solo la mafia e il crimine organizzato e le compromissioni  della politica, ma anche il denunciare i giudici che non facevano bene il loro mestiere, gli ha procurato incomprensioni, inimicizie. Ribatteva punto per punto. Una volta che l’Università di Messina voleva dargli una laurea ad honorem in Lettere, confidò che avrebbe preferito una laurea in Legge. I codici li conosceva bene, dopo tanti anni di battaglie, ma, aggiungeva, non c’è bisogno di codici, basta la ragione. La legge - diceva - è quasi sempre ragione.

Per il caso Tortora si appellò a Pertini, indignato del fatto che su 856 mandati di cattura spiccati contro presunti camorristi, ben 200 avessero colpito persone che avevano il solo torto di portare lo stesso nome di chi si voleva indagare. In un articolo sul “Corriere della Sera” propose che i giudici, prima di entrare in ruolo, venissero detenuti in carcere per almeno tre giorni.

Sciascia assisteva disincantato alle trasformazioni dell’antico mondo contadino in cui era nato. Le olive che non vengono più raccolte, l’uva che diventa alcool che viene immagazzinato nelle cantine sociali e ce n’è abbastanza, diceva, per far saltare in aria tutta la Sicilia; le arance coltivate per essere distrutte, l’assuefazione all’assistenzialismo che spegne le capacità imprenditoriali, e che è un prolungamento di un vizio antico. Citava un’osservazione del viceré Caracciolo, che aveva sott’occhio la borghesia francese in ascesa: la Sicilia è l'unico posto al mondo dove il reddito della terra diventa altra terra, cioè serve per comperare altre estensioni, e non per rendere più moderna l’agricoltura.

Il rifugio, la consolazione, la felicità possibile per lui restavano i libri. Ne Il cavaliere e la morte fa dire a un personaggio che la lettura dell'Isola del tesoro rappresenta una delle forme di suprema felicità. I libri letti, da rileggere, i libri che rileggeva, quelli che scopriva, e anche le stampe, la scoperta di una certa acquaforte... Il collezionismo era una cosa che lo aiutava a vivere, perché crea un’aspettativa, perché è una forma di caccia, in cui sempre si sogna l’incontro fortuito e straordinario.

Diceva di non capire il piacere che dà l’intrigo, il potere: gli sembrava un segno inconfondibile di mediocrità. Citava Guicciardini, il quale osservava che tante cose, una volta raggiunte, dovrebbero dare una grande soddisfazione e invece non la danno affatto. Della vita politica italiana lo indignava la doppiezza, l’ipocrisia, il dire una cosa in privato e dire, o farne un’altra in pubblico.

Si illuminava solo quando parlava del Settecento, che definiva un’epoca di grande speranza: Stendhal e Manzoni erano figli del Settecento. Si commuoveva ricordando il nonno paterno, zolfataro. Il padre gli morì quando aveva nove anni, il bambino dovette scendere in miniera, che prosperava proprio sul lavoro minorile. A sera andava a scuola dal prete. Divenne capomastro, poi passò all’amministrazione della zolfara. Fu lui a comperare la piccola proprietà di Racalmuto, a conservarla e ingrandirla.

Leonardo ci aveva piantato degli ulivi che davano una trentina di litri di un olio fortissimo; seguiva le vigne, cinque o seicento bottiglie l’anno da regalare agli amici. Lo immagino che guarda la campagna del nonno al tramonto, contento perché è riuscito a ricuperare una rara edizione francese del Settecento, o perché ha scritto una pagina che lo ha soddisfatto. La scrittura era per lui riposo, divertimento, anche se la materia poteva essere triste o disperata. Diceva:

"Per me scrivere è una cosa allegra".

in Ferrero, Ernesto, Ospiti, in I migliori anni della nostra vita, Feltrinelli, Milano, 2005, pp. 138-142

 

 

35.  In quel periodo (nei primi anni Quaranta, FI) conobbi Leonardo Sciascia, frequentava a Caltanissetta l’Istituto Magistrale dove insegnava Vitaliano Brancati, il quale frequentava Colajanni di cui fece un gustoso ritratto sulla terza pagina del “Corriere della Sera” negli anni Cinquanta. Sciascia non aderì mai al PCI, ma attraverso il PCI militerà nell’antifascismo, e con il partito avrà sempre un rapporto molto complesso. ...(omissis)... Leonardo Sciascia, nelle “Parrocchie di Regalpetra”, così ricorda l’inizio della sua attività antifascista: “In quel tempo conobbi G. [ Gino Cortese che fu poi segretario del PCI a Caltanissetta e successivamente capogruppo all'Assemblea regionale Siciliana ], era di un anno più grande di me, frequentava il liceo... conosceva ambienti antifascisti. Mi fece dapprima dei discorsi vaghi, poi sempre più chiari e precisi. Già in me qualcosa accadeva, acquistavo un sentimento delle cose e degli uomini che sentivo non aveva niente a che fare con il mondo del fascismo... con l’aiuto di Cortese mi trovai dunque dall’altra parte”. E rammenta così quel periodo della sua esistenza che fu anche la mia: “A pensare oggi a quegli anni mi pare che mai più avrò nella mia vita sentimenti così intensi, così puri. Mai più ritroverò così tersa misura di amore e di odio, né l’amicizia, la sincerità, la fiducia avranno così viva luce nel mio cuore”.

in Macaluso, Emanuele, 50 anni nel PCI, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2003, pp. 18-19.

 

 

36. “Ho saputo successivamente, molti anni dopo, che Cacciapuoti (Salvatore Cacciapuoti, FI), per incarico di Berlinguer, era tornato a Praga per avvertire i dirigenti cecoslovacchi che al Viminale circolava voce di un rapporto tra brigatisti e il partito ceco. Non so con chi parlò: so che gli fu opposto un radicale diniego. Ma Berlinguer era convinto che un filo ci fosse. E anni dopo, in un colloquio che ebbe con Sciascia e Guttuso, effettivamente un accenno a quel filo lo fece. Lo scrittore siciliano, come sappiamo, utilizzò pubblicamente quella confidenza. Berlinguer lo querelò, e Guttuso, chiamato a testimoniare, confermò la sua versione: fu la rottura di un sodalizio siculo-artistico che durava da anni. Io cercai di dissuadere Berlinguer dal presentare la querela, ma i suoi “consiglieri” e gli avvocati furono di parere diverso. In ogni caso, Enrico temeva che quell’accenno, se confermato, avrebbe avuto conseguenze pesanti per il PCI in Italia e all’estero.

in Macaluso, Emanuele, ibidem, pp. 169-170.

 

 

37. “  Non tutti i siciliani sono altrettanto «aperti», evidentemente Leonardo Sciascia, per esempio, aveva fama di persona chiusa, riservatissima. Una notte ci trovammo a viaggiare sullo stesso treno da Milano a Torino ma in scompartimenti diversi. A Porta Susa ci avviammo insieme verso lo sportello di uscita e corse tra noi un lampo di riconoscimento reciproco. Ma nessuno dei due fece niente: non eravamo stati presentati e quella traballante agnizione prometteva di riuscire comunque goffa, ridicola, senza contare che entrambi potevamo aver fretta di raggiungere i nostri rispettivi giacigli. Sciascia girò pronto la testa da una parte, io dall’altra. E tutto finì lì. Ma i rapporti di questo siciliano con Torino non erano soltanto editoriali ed è a un suo vecchio libro appena ristampato che mi devo rivolgere per  venire a capo del mistero Bruneri-Canella, «Il teatro della memoria» (Adelphi), che allora, nel 1981, mi era sfuggito. È chiaro che il celebre caso interessò Sciascia perché aveva interessato Pirandello (e forse Borges) e che sulla dolente ambiguità del vivere avrei qui provato ampie ed alte riflessioni. Dell’enigma ricordo che si parlava scherzosamente in famiglia quando ero bambino; e quando poi cominciai a chiedere spiegazioni mi fu detto che non ce n’erano di definitive, che non s’era mai saputo chi fosse veramente quel ladro di vasi sorpreso e arrestato nel cimitero ebraico di Torino e portato al manicomio di Collegno perché aveva perduto la memoria. Ecco il numero 44170, lo smemorato di Collegno. Sciascia lavora magistralmente di documenti e come mi aspettavo ricostruisce passo dopo passo l’intera vicenda nel suo stile di cronista (meglio, inquirente) lucido, appassionato, impeccabile nelle vedute elegantemente circonlocutorie. A un certo punto arriva la rivelazione per i distratti osservatori come me. Lo smemorato non è affatto il «colto e raffinato» professor Canella come si accaniscono a sostenere la moglie e i numerosi amici, bensì l’ex tipografo autodidatta torinese Mario Bruneri, piccolo truffatore, ladruncolo, esimio simulatore. La prova? ma le impronte digitali, inoppugnabili, che vennero fuori quasi subito e che tuttavia all’epoca non furono prese in seria considerazione, si persero nel gran calderone delle perizie, controperizie, testimonianze e furibonde polemiche. A noi oggi sembra incredibile che un dato fondamentale come questo sia stato ignorato in quell’interminabile processo. Ci voleva Sciascia per rimettere al centro del mistero e negare così che mistero ci sia mai stato. Può valere qui la formula del trentadueventotto?

in Fruttero, Carlo, La burnia di Juvarra, divagazioni siciliane. “Il temperino”, in La Stampa - Tuttolibri, 23 ottobre 2004, pag. 12

 

(a cura di Francesco Izzo)

Ultima modifica il Sabato, 08 Dicembre 2012 17:30