Così abbiamo fatto, per giorni abbiamo perlustrato la biografia professionale e la bibliografia del professore: la formazione in Italia e in Francia, l’impegno scientifico e didattico nel corso di molti anni all’Università de la Sorbonne Nouvelle (Paris III), gli innumerevoli incarichi per la cultura e i riconoscimenti istituzionali. E poi gli studi sulla letteratura italiana, le traduzioni, le revisioni e le curatele, il lavoro editoriale per case come Fayard, Gallimard, POL. Insomma, ci sentivamo un po’ come dei nani che vanno a disturbare un gigante.
Però, di quel periodo di preparazione all’incontro ricordo soprattutto una strana sensazione di contrasto, tra ciò che andavo leggendo riguardo alla carriera e ai lavori del professore, gli esiti altissimi e in molti casi definitivi del suo costante impegno di studio, scrittura, traduzione tra Italia e Francia, e la profonda gentilezza delle email che nel frattempo ci inviava, la disponibilità assoluta all’incontro e al racconto. Non che mi aspettassi un atteggiamento di minor cordialità, ma avevo già conosciuto altri italianisti, professori, accademici in Francia: molto formali, e un po’ scostanti… freddini, ecco.
Con paste di mandorla dalla Sicilia, speculoos da Bruxelles, registratore, videocamera, tutti i «compitini» svolti su fogli e fogli di appunti – e con un po’ di timore reverenziale – ci siamo presentate a casa Fusco, a Parigi, per una conversazione che doveva durare un paio d’ore, nelle nostre previsioni.
Siamo rimaste tutto il pomeriggio. A chiacchierare col professore, a raccoglierne il racconto vastissimo, le opinioni critiche, le impressioni su certi fatti della cultura contemporanea, e i ricordi, quelli belli quelli emozionanti quelli dolorosi, che con incredibile generosità ha voluto regalarci. Finita quella giornata eravamo ancora dei nani, sì, ma più ricchi.
La stessa generosità, la stessa infinita disponibilità il professore ci ha riservato poi, nelle fasi di lavorazione del testo dell’intervista per la pubblicazione su «Todomodo». E con affetto l’ho ritrovato più volte, in questi anni in cui ho lavorato a Parigi, per raccontargli delle mie ricerche, per mostrargli le piccole scoperte d’archivio che assieme a un collega andavo facendo, che lui accoglieva con esclamazioni di gioia quasi infantile («Bel colpo!») e accompagnava con consigli e suggerimenti sempre preziosi.
Ecco. Adesso c’è il dolore. Perché se n’è andato un uomo buono e grande, e ci mancherà. Perché dei suoi pareri e del suo accompagnamento avremmo ancora avuto tanto bisogno. Ma c’è anche un altro sentimento, strana mescolanza di tristezza e gratitudine: per il tempo, le parole, la conoscenza che ci ha regalato; e perché sentirsi dei nani al cospetto di un gigante è una cosa che fa bene.
Giovanna Lombardo
Parigi 17 maggio 2015

