È la prima volta che mi capita di seguire una lezione del professore Alberto Petrucciani, ed è la prima volta che lo incontro di persona. Nella Soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Toscana, a Firenze, ascolto con grande interesse il suo contributo al Leonardo Sciascia Colloquium 2017, su don Giuseppe Vella del Consiglio d'Egitto. Alla fine dell'intervento viene lui verso di me a chiedermi cosa io ne pensi: mi ha vista così attenta e presa che gli piacerebbe avere un feedback immediato. A cena mi ritrovo casualmente di fronte a lui e inizia proprio lì a dipanarsi un filo fatto di libri, interessi, scuola, autori, incontri. E amicizia. Lo rivedo a Perugia nel 2018; viene insieme a noi a fare il giro dell'università con lo stupore di una matricola. Perché Alberto Petrucciani era questo: un professore universitario senza sussiego, un intellettuale senza aureola, una persona gentile e ironica e generosa. Era sempre uguale a se stesso, nelle aule universitarie come nei corridoi, a cena tra amici come nei convegni. Il professore Alberto Petrucciani ora ci ha lasciati soli. Presto, troppo presto, si è spento un faro di biblioteche e archivi, un maestro assoluto di metodologia della ricerca e della scrittura scientifica. Resta con noi il suo stile asciutto, rigoroso, mai lezioso, mai invadente. Restano i suoi studi che riceviamo, con gratitudine, in eredità. Resta, a me, al mio cuore, Alberto Petrucciani.
Una sessione del prossimo Leonardo Sciascia Colloquium, che si terrà a Venezia il 13 e 14 novembre 2023 alla Ca’ Foscari per la direzione scientifica di Alessandro Cinquegrani, avrà come oggetto di discussione il rapporto tra didattica e saggistica sciasciana, il cui insieme costituisce il tema generale del convegno. Si tratta di un argomento che, già nella fase di preparazione dei lavori, ha suscitato un primo dibattito sull’opportunità di affrontare o meno un aspetto così arduo in un autore che per giunta si legge ancora troppo poco a scuola. Ci interroghiamo da anni sulle motivazioni dell’assenza di Sciascia nei testi scolastici e nelle programmazioni dei docenti, e a parte qualche pur significativa eccezione, non registriamo grossi cambiamenti che indichino una direzione davvero nuova. Il tentativo che ci accingiamo a sperimentare al prossimo Colloquium, dunque, si colloca su uno scenario negativo che fu già molto ben indagato attraverso un questionario rivolto a studiosi e critici letterari, apparso in Todomodo VI, 2016, intorno alla mancata o scarsa presenza di Leonardo Sciascia nei programmi scolastici, nell’ambito di un discorso più ampio intitolato Leonardo Sciascia e il canone. Anche all’epoca della pubblicazione mi colpirono in particolare due risposte, che mi parvero subito piuttosto definitive e inappellabili per via dell’impianto naturalistico, e dalle quali vorrei ripartire per aprire una nuova istruttoria. Mi riferisco alle affermazioni di Beatrice Manetti e di Giancarlo Alfano che in poche illuminanti righe circostanziano perfettamente il problema e lo pongono ancora all’attenzione dei relatori della sessione scuola di novembre. Le riporto integralmente:
«Sciascia è difficile. È difficile la sua prosa, nella quale Calvino aveva intravisto il barocco in agguato dietro la trasparenza illuministica; ed è difficile da padroneggiare la rete dei suoi riferimenti culturali. I romanzi gialli di argomento mafioso offrono un contenuto immediatamente disponibile anche prescindendo dagli elementi cui ho accennato. Che sia giusto o sbagliato prescinderne, non importa: si può fare, e lo si fa. Nei saggi e nelle “inquisizioni” questo non è possibile, il che priva gli studenti di una salutare immersione, più che nell’orizzonte piatto della contemporaneità, nella profondità, anche temporale, della cultura». [BEATRICE MAINETTI].
«Ho fatto riferimento alla dominante sintattica dello stile sciasciano. Ebbene, non vi è lettura più difficile di un’opera che lavori sulla sintassi. Si può fare una nota esplicativa di singole parole, non di un intero periodo. Bisogna inoltre considerare la difficile isolabilità di singoli brani: le opere dello scrittore siciliano lavorano sul respiro lungo del libro, non sulla misura dell’episodio. Infine, la narrazione di Sciascia lavora sul mistero, inteso come apertura alla responsabilità del lettore. Per questi motivi è, a mio avviso, difficile antologizzare i suoi libri senza che se ne perdano i principali caratteri». [GIANCARLO ALFANO]
Il 19 aprile 1980, a Pesaro, Leonardo Sciascia incontrava gli studenti di varie scuole della città. L’evento rientrava nel ciclo “Il gusto dei contemporanei”, organizzato e realizzato da un gruppo di docenti coordinati dal professor Paolo Teobaldi, ideatore del progetto. Tra i tanti argomenti toccati nella conversazione (trascritta dal professore da una registrazione mai più ritrovata), verso la fine dell’incontro viene introdotto un tema nuovo. Una studentessa chiede allo scrittore di esprimere la sua opinione sul raggiungimento o meno dei diritti civili da parte della donna. In particolare vuol sapere da Sciascia se la donna, nonostante il superamento di questioni come i delitti d’onore e altre cose appartenenti all’Italia meridionale, possa finalmente dirsi soddisfatta delle conquiste ottenute. Sciascia risponde: “Ah, no, non ancora, no. La donna ha ancora da rivendicare tanto, solo che bisogna…”.
È il 27 settembre 2018. Aula Magna del Liceo Leonardo da Vinci di Terracina, gremita come nelle grandi occasioni. Stiamo aspettando il prof. Erasmo Recami, fisico di fama internazionale, che ha accolto l’invito della nostra scuola e del Presidente degli Amici di Sciascia, Luigi Carassai, perché ci racconti il suo Majorana in questo ottantesimo anniversario della scomparsa dello scienziato. Gli studenti hanno realizzato dei lavori didattici sul testo di Leonardo Sciascia e aspettano di incontrare il professore che hanno conosciuto solo attraverso i libri e gli articoli di cui ci siamo serviti per il nostro Fascicolo Majorana.
La Terrazza della Noce. Ricordi di vita con Leonardo Sciascia di Gaspare Agnello è una storia fatta di uomini e libri, di incontri e di luoghi. Un crocevia di tempo e spazio tra Racalmuto e Grotte che ha al centro la figura del grande scrittore siciliano. A chi, come all'autore del libro, è capitata la fortuna di incrociare Leonardo Sciascia sul proprio cammino, la vita è certamente cambiata, e le passioni latenti, dalla politica alla letteratura, si sono liberate, poiché l'apprendistato presso il Maestro era lì a portata di mano, e non si poteva non approfittarne.
L'amicizia di Gasparino e Nanà nasce a poco a poco, a partire dagli anni ‘50. A scuola, da colleghi, prima; tra i libri e gli autori, nell'avventura del «Premio Racalmare», dopo. Di quei giorni lontani, Agnello fa un ritratto nitido e fresco, e riesce a entrare nelle pieghe della memoria senza alcuna esitazione, restituendoci un mondo che sembra di oggi, muovendosi con disinvoltura tra i grandi nomi della cultura letteraria del tempo. Dalle pagine di questo libro, emergono come immagini di un album fotografico ricordi di carta e di carne, figure di scrittori che sono rimasti nella letteratura, altri che non ce l'hanno fatta e che la penna di Agnello sottrae alla dimenticanza e restituisce alla parola scritta.

