Una storia semplice (1989)

Giorgio Roccella, un diplomatico in pensione, che dopo la separazione dalla moglie abita con il figlio a Edimburgo, ritorna in Sicilia, nel paese d’origine, perché desidera recuperare due pacchetti di lettere, uno indirizzato da Garibaldi al bisnonno e l’altro da Pirandello al nonno. Comunica queste sue intenzioni al vecchio amico professor Carmelo Franzò,  con il quale pranza, prima di farsi portare da un taxi nel proprio villino di campagna, abbandonato da anni, dove intende stabilirsi. Appena giunto nella vecchia dimora, Roccella telefona all’amico Franzò, meravigliato per due fatti insoliti: l’installazione, mai richiesta, di un telefono e il ritrovamento di un famoso quadro scomparso da diverso tempo.

Roccella informa anche la polizia, in quanto ha scoperto nella sua abitazione qualcosa di cui non indica la natura. Alla stazione di polizia, il commissario non vuole prendere sul serio la faccenda; suppone si tratti di uno scherzo e non ritiene necessario predisporre un intervento urgente. Lasciando l’ufficio, con l’intenzione di trascorrere in campagna la festa di San Giuseppe, invita il brigadiere Antonio Lagandara a dare un’occhiata il giorno seguente. Quando all’indomani Lagandara si reca alla masseria, nota che i lucchetti dei vari locali, dove in passato erano collocate le stalle, sono stranamente nuovi; in uno sterrato scorge dei segni recenti di pneumatici di automobili e di autocarri, e, all’interno del villino, trova il cadavere di un uomo, che comprende subito essere quello di Roccella, ucciso da una vecchia pistola, ora abbandonata sul tavolo. Accanto su di un foglio è scritta la frase: “Ho trovato”, seguita da un punto. Di lato giace la penna stilografica, con il coperchio avvitato.

Il brigadiere capisce subito che si tratta di un omicidio che si vuol far passare per suicidio: Roccella, impaurito, aveva probabilmente tirato fuori la vecchia pistola e, mentre stava scrivendo sul foglio che cosa aveva trovato, era stato sorpreso e ucciso dall’assassino, che conclude con un punto la frase iniziata dalla sua vittima. In tal modo si sarebbe potuto interpretare il gesto come motivato da una tormentata riflessione esistenziale.

Mentre polizia e carabinieri intralciano le indagini per la loro consueta rivalità e mentre questore e magistrato non capiscono nulla di quanto è accaduto, il caso si complica ulteriormente. Il capotreno di un convoglio, bloccato da mezz’ora dal semaforo rosso prima della stazione del paese, chiede al guidatore di una Volvo, che transita sulla strada vicina alla ferrovia, di recarsi alla stazione per sollecitare lo sblocco del segnale. L’uomo della Volvo assolve l’incarico e viene visto ripartire dai passeggeri del treno. Poiché tuttavia il semaforo resta rosso, il capotreno e alcuni passeggeri decidono di salire a piedi i cinquecento metri che li separano dalla stazione e qui  trovano, assassinati, capostazione e manovale. 

L’uomo della Volvo, anticipando polizia e carabinieri, che hanno cominciato a ricercarlo, sia pur “di malavoglia  e con apprensione”, si presenta in questura per raccontare quel che ha visto; trattenuto per accertamenti e sospettato di omicidio, viene spedito in carcere. Non convinto dell’interpretazione che si vuole fornire agli eventi, il brigadiere Lagandara scopre con sgomento che il commissario, suo superiore, fa parte di un gruppo mafioso, i cui traffici si svolgevano proprio nel villino abbandonato della famiglia Roccella. Ne è prova il fatto che, durante un sopralluogo alla masseria, imprudentemente e distrattamente, il commissario aveva segnalato la collocazione di un interruttore nascosto dietro un busto di Sant’Ignazio, in una posizione che solo un frequentatore abituale della dimora poteva conoscere. L’arrivo dell’antico proprietario aveva indotto la banda a trasportare il materiale compromettente proprio nella stazione ferroviaria e ad eliminare capostazione e manovale, in quanto complici scomodi e capaci di ricatto.

I due funzionari, il cinico commissario e il brigadiere onesto, che sogna una laurea in legge, si incontrano con disagio nel loro ufficio: poiché Lagandara capisce che il superiore, corrotto e consapevole di essersi tradito, intende ucciderlo, lo previene con destrezza e lo colpisce a morte. Questore, colonnello dei carabinieri e magistrato metteranno le cose a tacere, accreditando l’ipotesi di un incidente. I giornali riporteranno la notizia: “Brigadiere uccide incidentalmente, mentre pulisce la pistola, il commissario capo della polizia giudiziaria”.

L’uomo della Volvo, coinvolto suo malgrado nella vicenda, viene finalmente liberato. Poco dopo, mentre sta uscendo dalla questura dove “ferveva l’allestimento della camera ardente”, riconosce in don Cricco, che vi arriva per benedire la salma del commissario, l’uomo che aveva scambiato per il capostazione, poco prima del duplice omicidio. Decide, però, di non compromettersi di nuovo denunciando la terribile scoperta; sceglie di anteporre a tutto la  propria tranquillità personale. “E che, vado di nuovo a cacciarmi in un guaio, e più grosso ancora?” Riprende quindi “cantando la strada verso casa”.

 

Della progettazione e della stesura del romanzo (o racconto lungo) abbiamo la testimonianza dell’autore in alcune interviste rilasciate nel periodo in cui ormai le sofferenze causate dalla malattia si facevano sempre più pesanti. In Fuoco all’anima. Conversazioni con Domenico Porzio, Mondadori, Milano 1992, p.110, Sciascia rivela che lo spunto compositivo risale ad un episodio capitato anni prima sulla strada di Agrigento, quando la sua vettura venne fermata dai viaggiatori di un treno bloccato al semaforo, secondo i quali il capostazione poteva essersi addormentato, dimenticandosi di dare il segnale di via libera.

Interessanti sono le annotazioni sulla stesura del testo affidate da Leonardo Sciascia ad un’intervistatrice: “Di quest’ultimo racconto ci sarebbe da fare un racconto. Me lo sono raccontato per mesi: è stato un modo di sopravvivere allo strazio della malattia e delle cure, quasi in doloroso dormiveglia. Posso dire di averlo mentalmente scritto pagina per pagina: e sarebbero state circa trecento. Ma appena ho trovato quel poco di energia che mi ha permesso materialmente di scriverlo, sono venute fuori una cinquantina di pagine: e mi pare di non aver lasciato fuori nulla di tutto quel che avevo mentalmente scritto nelle trecento. Il romanzo è diventato un apologo: ma è meglio così. Per me certamente, per il lettore lo spero”. (Il mistero, questo nostro pane quotidiano, intervista a cura di Benedetta Craveri, in “Mercurio” – suppl. di “La Repubblica – 28 ottobre 1989, p. 2.)

Come si legge nella nota che accompagna l’edizione tascabile di Adelphi, “Una storia semplice è una storia complicatissima, un giallo siciliano con sfondo di mafia e droga. Eppure mai (…) l’autore si trova costretto a nominare sia l’una sia l’altra parola. In un contesto, dominato da sciatteria, rivalità, scetticismo, corruzione delle istituzioni, pochi sono i personaggi cui è assegnato un nome e un cognome: il professor Carmelo Franzò, che affianca il brigadiere nelle indagini, dotato di senso civico e determinato nel dire sempre quello che pensa; il brigadiere Lagandara, cui è dedicata una breve biografia in termini quasi burocratici e l’inquietante figura di padre Cricco, la cui implicazione nella vicenda è preparata nel corso della narrazione e svelata nel finale. Rispetto agli altri romanzi polizieschi di Sciascia, in questo manca completamente il personaggio dell’investigatore autonomo, in genere un dilettante, come per esempio il professor Laurana in A ciascuno il suo. Una specie di funzione suppletiva del vecchio ruolo dell’investigatore è attribuita al brigadiere di polizia, Antonio Lagandara , ex contadino che aspira alla laurea in legge, privo di spirito di corpo, ma dotato di intelligenza e indipendenza. Manca qui assolutamente la presenza del popolo; non si parla di personaggi, anche minori, che possano indicare un particolare tipo di società. L’azione è ambientata in Sicilia, come appare da alcuni, non numerosi, indizi, ma potrebbe svolgersi in qualsiasi altro luogo d’Italia. Non ha un nome neppure l’uomo della Volvo, che pure riveste un ruolo significativo. Liberato dal carcere, in cui ingiustamente era stato rinchiuso, se ne torna a casa cantando, pur avendo riconosciuto con certezza in padre Cricco il finto capostazione. L’omertà non è di pochi, è diventata il costume di una folla senza nome.

Emblematica  è la frase di Dürrenmatt, posta come epigrafe al testo: Ancora una volta voglio scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia. Per il momento in cui il romanzo fu scritto (1989, l’anno della morte di Sciascia), queste parole hanno il sapore di un testamento spirituale.

 

Albertina Fontana

26 settembre 2013

 

 

Pubblicato nel 1989 da Adelphi nella collana “Piccola Biblioteca” (n. 238), il romazo si legge ora nella trentesima edizione del febbraio 2012 e nelle due raccolte: L. Sciascia, Opere 1984-1989, a cura di C. Ambroise, Milano, Bompiani 1991 (III), pp. 729-61 e L. Sciascia, Opere, volume I: Narrativa Teatro Poesia, a cura di P. Squillacioti, Milano, Adelphi 2012, pp. 1189-1232. Secondo la testimonianza di Matteo Collura, Una storia semplice arrivò nelle librerie il giorno stesso della morte dell’autore (M. Collura, Il maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia, Longanesi, Milano 1996, pp. 365-366.)

 

Da Una storia semplice nel 1991 Emidio Greco trasse l’omonimo film, di cui scrisse la sceneggiatura con Andrea Barbato e la fotografia di Tonino Delli Colli e Roberto Calabrò. Interpreti principali: Gian Maria Volontè (il prof. Franzò), Massimo Dapporto (il questore), Ennio Fantastichini (il commissario), Ricky Tognazzi (il brigadiere Lepri), Massimo Ghini    (l’uomo con la Volvo), Omero Antonutti (padre Cricco).

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